Premio Racconti nella Rete 2026 “Il prato in una tazza” di Simona Barberini (sezione racconti per bambini)
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026C’era una volta…
Così voglio cominciare a raccontare. A me le favole piacciono tantissimo. E poi mi chiamo Bianca, come la neve. Mamma dice sempre che il giorno in cui sono nata è stato il più fioccoso dell’assoluto. Lei non lo ha mai visto un giorno così. Con la mano chiusa e il dito aperto sul naso mi narra che il cielo aveva coperto tutto con morbidissima e shhhhh… silenziosa neve. Lei infatti voleva chiamarmi Biancaneve. Veramente. Papà però noooo.
Ho sei anni. Il mio colore preferito è il rosa. Il rosa ballerina glitteroso-brillantinoso. E poi adoro i fiori. Quelli che spuntano nell’erba. Che profumano di zucchero. Che non profumano e sanno di bagnato. Tutti insomma. La cosa che amo più di tutti è l’inverno… e pattinare. E poi ho un sogno: un laghetto ghiacciato tutto per me. E con le mie lame ci scivolo sopra. E addosso un vestitino con la gonna larga sbrilluccicosa. E tutto intorno alberi bianchi e fiori. Quelli che in inverno non hanno freddo.
Il mio posto del cuore è un prato grande. Qui c’è un albero. Ricorda il platano picchiatore di Harry Potter. Sotto, un tavolo. Ah tra le cose che mi sono scordata è che amo, amo, amo alla follia il cioccolato. Quando vado a giocare nel parco, vado sempre lì. Nel tavolo da picnic. Porto con me un cestino rosso. Dentro c’è: il thermos-teiera, due tazzine. Tazzine stupende: sembrano quelle da grandi invece sono proprio per piccoli. Poi c’è una tovaglia a quadretti fucsia, tovaglioli coi fiori di ciliegio. E poi c’è la mia bambola. Giochiamo a fare le ragazze grandi che chiacchierano mentre gustiamo un tè. In quel thermos però c’è di meglio. La cioccolata calda della mamma. Quando apro la “teiera”, il fumo che esce, sale piano e porta un profumo dolce. Metto sempre il naso sopra la tazza, per respirare. Adoro. E mentre gioco con Priscilla, l’aria sa di buono e cioccolata.
Un giorno però nel mio parco, scappa il vento. Non sento più fiuuuuuuuu, fiuuuuuuu. Si sente un rumore diverso. Non mi piace. Ho i brividi. Con la mia “teiera” e il profumo che mi sale al naso, vedo che il posto del tè non c’è più. Tutto recintato. Ci sono trattori pieni di denti. Sembra che hanno una fame da lupi. Infilano la loro bocca nella terra e spazzolano tutto: via l’erba, via i cespugli, via i fiorellini di inverno.
“Fanno una pista di pattinaggio” mi dice un signore con il cane.
Ohhhhh caspiterina. Una pista. Di ghiaccio. Nel parco mio. Ma è un sogno.
“Ma sul serio? Che fighissimo!” dico al signore.
Chiudo gli occhi. Ed ecco che già sento fssshhhh, fssshhh. É la musica del ghiaccio! Io che faccio le piroette e corro veloce, veloce coi lunghi capelli, che ballano da una parte all’altra. E poi le braccia degli alberi intorno, si muovono e ballano con i miei capelli lisci. Non vedo l’ora.
Per qualche giorno il parco rimane chiuso e i miei piedi non riescono a stare fermi. Fanno già zig-zag su ghiaccio.
Arriva finalmente il grande giorno. Quello più bello! Con la mamma andiamo proprio quando apre. Camminiamo. Ci teniamo strette, strette per mano. Poi… mi fermo. Sento freddo. Ma non pizzica e non profuma… puzza.
Il prato non c’è più. Non c’è più… niente. Davanti ai miei occhi… solo una cosa… E-N-O-R-M-E. Un plasticone. Lucido. Brutto. Si gonfia e sgonfia.
E poi una voce. Trema l’aria. Brrrrrrrr! S-p-a-v-e-n-t-o-s-a!
“Benvenuta! Io sono il Polar Park. La nuova regina del parco. Vieni… qui si pattina davvero. Qui è tutto perfetto. Non ti sporchi. Non inciampi. Sono liscia. Qui si scivola.”
Entriamo. Dentro: luci fortissime. Colorate. Girano. Ho la testa che sballottola. Non ci capisco più niente. Rosso, blu, verde, fucsia. Tutto mischiato. Lampeggiano. Zap-zap-zap-zap. Sono impazzite. E la musica… Bum-Bum-Bum. La pancia mi trema. Ecco di nuovo la voce, mi gelo. Mi trasformo in una statua. Brrrrr. Brrrrr. Brrrrr. Brivido!
“Ti piace la mia musica? Bella eh! E’ fatta per non pensare. Musica da grandi. Qui si fa sul serio. Divertiti”
Ho provato a fare un giro… ma mi sento Elsa quando è triste e fredda. E poi, mi guardo in giro. Fiocchi di neve cartonati. Finti. Tante travi di ferro. Il cielo… non è cielo. Se alzo gli occhi rimbomba. E poi un tappeto di erba… cianc-cianc-cianc fa, quando cammini. Morbido niente. Caldo niente. Guardo mamma. Sto per piangere. Cado. Voglio andare via.
“Sei già stanca? Prova ad assaggiare la mia cioccolata calda. Ti farà stare meglio. E poi potrai continuare. Nessuno va via così in fretta. Fuori non c’è nulla.”
Con la mamma allora andiamo al BAR dove vendono bevande. Prendo la cioccolata con la panna. Voglio il caldo. Ma… è un bicchiere bianco, rigato. Cruccc-cruccc-cruccc. Fa crucc. Ma che è. Bevo. Brucia la lingua. Fa schifo. Sa di ferro come tutto. Qui dentro è brutto. Non profuma. Poi non ha niente, proprio niente di dolce. E la sala adesso mi sembra proprio il castello di Elsa. Ma almeno quello era un castello. Qui c’è solo freddo. Freddo tanto che non capisco. Mi prende tutta. Gli altri bambini si divertono. Io sono triste. E mi sento una statua. Non mi muovo più.
Allora mamma mi stringe la mano. Forte. Mi porta fuori. Respiro piano. Una volta. Due. L’aria sa di inverno. Quello vero. E sento il respiro anche del prato, da qualche parte.
Non c’è più il mio tavolo. E nemmeno il mio “platano picchiatore”. Ma almeno una striscia di colore verde è rimasta. Io mi accuccio. Con due dita prendo un filo d’erba. Mi giro e guardo il capannone di plasticone che ha rubato il mio posto felice.
“La pista mi fa paura mamma. Ha portato via l’erba, i fiori. E poi urla troppo forte”
Siamo tornate a casa. Mamma mette un pentolino sul fuoco. L’odore si infila in tutta casa. Non parlo. Guardo la mamma come prepara. Finalmente il profumo. Il profumo del caldo. Prendo la tazza. La stringo forte, forte. Chiudo gli occhi. Dentro ci vedo la collina, il mio prato, il tavolo e il pic-nic con Priscilla. E vedo il fiuuuuu, fiuuuuu del vento. E poi, mi porto la tazza più stretta a me. Apro gli occhi e vedo mamma. Rido. Mi gusto piano, piano il cioccolato.
E con i baffi penso. Quel coso là fuori urla, ma nella mia tazza la porta non ce l’ha.
E mentre il fumo sale a piccoli passi, la favola ricomincia.
C’era un volta… il prato in una tazza.
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