Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Colpire al cuore” di Marinella Cataldi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Il lupo le passa accanto senza sfiorarla, Katia rimane immobile, come le hanno insegnato le guardie del parco, finché non lo vede sparire dietro il cespuglio e poi arrampicarsi sulla costa del monte. La grande cerva intanto rimane ferma a guardare nella sua direzione insieme al cucciolo, il suo cucciolo, difeso strenuamente dall’attacco del lupo fino a un istante prima.

Katia ora la paura se la sente tutta addosso. Li aveva visti in azione, i lupi, ma sempre lontano e al sicuro nella sua postazione.

I ragazzi al Centro non ci crederanno e lei ne avrà di cose da raccontare e menomale, tanto Niahm e Aidan saranno già partiti  e così lei potrà levarsi dall’impaccio.

Dopo un bel po’ di tempo ripone con cautela la telecamera nello zaino e dopo aver guardato ancora una volta  intorno con circospezione  raggiunge la jeep, mentre il sole all’orizzonte le concede un ultimo bagliore rossastro prima di sparire dietro i monti a ovest.

Lei quella mattina era salita al campo all’alba soprattutto per evitare inutili scene di gelosia fra Niahm e Aidan davanti a tutti gli altri ragazzi. E ora guarda caso, dopo giorni e giorni di appostamenti, è proprio lei  quella che riesce a fare la  ripresa che l’Ente Parco attende da tempo.

 Povera Niahm, è anche in gamba quella ragazza. Del resto che lei, Niham, l’abbia trovata a letto col suo ragazzo, pensa Katia mentre affronta l’ultimo tornante prima di avvistare il paese, per quell’irlandese piccolina è stato un colpo di sfortuna o anche una grande fortuna. Dipende dai punti di vista, comunque un modo come un altro per capire quanto siano inaffidabili gli uomini. Proprio per questo lei, Katia, se li scopa la notte prima della loro partenza. Fidanzate al seguito o meno. Nessun coinvolgimento affettivo. Orgasmi a volte frettolosi a volte intensi. Dipende dalla sua voglia o dalle capacità del compagno di turno.

In fondo in fondo lei gode più della loro sorpresa quando capiscono le sue intenzioni, che della scopata in sé.

Quando arriva al Centro c’è solo Filomena che sta preparando la cena. Katia le fa un breve cenno di saluto e sale in camera a farsi una doccia.

La casa che ospita i ragazzi dello stage al Parco si trova nella parte più alta del paese, Katia apre la finestra e nonostante il vento freddo entri impetuoso, si appoggia al davanzale per godersi il colore delle montagne di fronte a lei, ora tutte colorate di rosa a est.

Al tempo in cui le ha viste per la prima volta, trent’anni prima, non avrebbe mai pensato che questo per lei sarebbe diventato un rito.

Al tempo in cui è arrivata per la prima volt in quel paese simile a un presepe, sperduto nelle montagne della Marsica, lei aveva solo un cruccio: stare lì con Antonio solo un mese o due al massimo e poi finalmente proseguire la latitanza in Francia. Il tempo per i compagni di falsificare i documenti e via.

La casa che aveva messo a disposizione un altro loro compagno era la casa dei nonni, disabitata da tempo come lo erano le case intorno, abbarbicate sulla roccia, finestre e porte minuscole a ripararsi dal freddo e dalla neve che in inverno cade copiosa.

Appena entrata era rimasta colpita dall’odore di fumo e mele che ancora si sentiva nelle stanze e che era diventato più intenso quando Antonio aveva acceso il camino e la stufa a legna.

Quando poi era scesa attraverso i vicoli stretti per fare un po’di spesa, non aveva incontrato anima viva se non uomo che saliva lentamente e ogni tanto si fermava appoggiandosi a un bastone.

Anche se al suo arrivo l’aveva  già notata all’ingresso del paese, lei gli aveva chiesto della bottega.

L’uomo a quel punto l’aveva guardata senza curiosità, si era girato e con il mento aveva accennato alla strada in discesa, infine aveva ripreso a salire.

Tullio, come seppe in seguito si chiamava, l’avrebbe poi incontrato anche nei giorni seguenti e per tanti giorni ancora nell’unica bettola dove si rifugiavano la sera prima di cenare a bere vino e birra con i pochi altri del paese, fino a raccontargli  la versione concordata con il capo del nucleo operativo e cioè che loro non erano altro che due fidanzati arrivati lì per stendere in solitudine e tranquillità la tesi in sociologia.

Tullio invece, superata l’iniziale diffidenza, raccontava per ore ore di quando  all’America aveva partecipato ai cortei di  protesta contro l’uccisione di Sacco e Vanzetti con tutti i compaesani, anarchici come lui .

Che non si credessero, ‘sta bella signorina e questo giovinotto, anche se lì poi aveva sempre governato la democrazia cristiana, al paese ce ne stavano ancora tanti di comunisti! Eccome se ce ne stavano!

 E dell’eccidio di Celano lo sapevano? Due morti c’erano stati. Due, avete capito?

In quelle occasioni Katia evitava di guardare Antonio per paura di tradirsi e fingendo di aggiustarsi il giubbotto tastava di nascosto la pistola infilata nel dorso dei pantaloni.

Negli anni del carcere, dove era finita dopo il pentimento di un altro compagno, aveva pensato spesso a Tullio, ai suoi occhi che brillavano mentre raccontava degli anarchici al caldo dell’osteria, a differenza di quello che erano diventati ora i suoi, così opachi e incolori.

Una volta approvato dal Giudice di Sorveglianza l’affidamento in prova ai servizi sociali, Katia non aveva esitato un secondo a scegliere il progetto di reinserimento proposto dall’Ente Parco, visto che la sede dove avrebbe svolto i lavori utili si trovava proprio nel vecchio paese.

L’unico, dopo la sua fuga da Pisa, la latitanza e il carcere, dove sperava di trovare forse un po’di pace. Era consapevole che i pochi rimasti in paese l’avrebbero riconosciuta e sapessero tutto: del resto la sua cattura con una cinquantina di carabinieri schierati lungo la salita e intorno alla casa in divisa antisommossa non era passata inosservata.

Sperava soltanto che sapessero che lei non aveva ammazzato nessuno.

Quei quindici anni di galera l’aveva fatti solo per l’accusa di essere stata una fiancheggiatrice nell’organizzazione, grazie alla confessione di Antonio.

 Era stato lui a salvarla, in qualche modo, anche se col tempo ne aveva perso le tracce.

Sapeva soltanto che lavorava per “Nessuno tocchi Caino” e che aveva pubblicato le sue memorie, ma lei non aveva mai avuto alcuna curiosità di leggerle.

Il sole è tramontato definitivamente, le montagne ora sono ritornate del loro colore.

I ragazzi stanno arrivando, Katia riconosce Ivan dalla voce e Katherine dalla risata.

Chiude la finestra, fa la doccia in fretta e scende. I capelli sono ancora bagnati, ma tocca a lei preparare la tavola, controllare che le pietanze siano abbondanti e che il vino sia della giusta quantità, visto che ora è lei, scontata tutta la pena, la referente del Centro e Filomena risparmia su tutto.

Fa finta di non aver notato lo sguardo di condanna di Trevor e Francoise. Con la scusa di asciugarsi i capelli toglie l’asciugamano e si accosta al camino a testa in giù.

Aspetterà che abbiano finito di cenare prima di raccontare quanto le è accaduto, del lupo e della cerva e del filmato. Magari facendo passare anche qualche birretta in più, la scenata della mattina passerà in fanteria e lei potrà iniziare a lavorarselo Trevor, prima che fra due giorni parta. Tanto il prossimo sarà lui e lei dovrà stare solo attenta a non farsi scoprire da Francoise.

E’ vero che ora è del tutto pulita, ma non avrebbe nessuna voglia di rischiare il posto per una scopata.

Ormai l’unica certezza che ha è che quel paese è diventato per lei l’ultimo rifugio.

Avrebbe voluto dirlo anche a Vittorio, dopo il suo ritorno da Pisa, guardando in cima al monte il lago a forma di cuore.

Un mese prima Katia aveva ricevuto il solito telegramma e come sempre era stato Vittorio a consegnarglielo, la vecchia guardia che era stato il suo tutor al tempo dell’affidamento in prova.

In pensione da tempo continuava ad essere un punto di riferimento per il Centro. Passava ogni giorno a salutarli e per questo la postina consegnava a lui tutta la corrispondenza.

Aveva dato il telegramma a Katia senza dire una parola come sempre e lei come sempre aveva chiesto una settimana di ferie.

I primi tempi all’arrivo dei telegrammi Vittorio, le aveva chiesto solo di evitargli rogne, ma poi aveva capito che con l’altra storia non c’entravano niente.

L’accompagnava alla stazione in silenzio e solo al momento della partenza la salutava dal binario dicendole che l’aspettava e che non facesse fesserie.

Questa volta però era un’altra cosa: non era più tornata a Pisa da anni. Da allora. Dall’ingresso nella latitanza.

Salendo le scale che la portavano alla Sala Azzurra del Palazzo della Carovana si era stupita però di non provare alcuna emozione.

Entrata nella sala lo aveva visto subito: il professore emerito della Normale Luigi Sarti.

 Questa volta accanto a Liliana Cavani avrebbe parlato di San Francesco, visto che il convegno si teneva in occasione degli ottocento anni dalla sua morte.

Del resto era un medievalista e le altre volte aveva dovuto ascoltare conferenze ben più noiose.

Lui, a parte qualche capello bianco alle tempie e sulla barba, era rimasto lo stesso: alto, slanciato, magro, dita lunghe e nervose che si contraevano intorno ad una penna. Anche il suo modo di vestire non era cambiato nel tempo: giacca di tweed con toppe ai gomiti, camicia bianca sui jeans e clarks ai piedi.

Katia si era messa seduta nell’ultima fila nel posto convenuto.

Il suo ultimo esame di storia l’aveva sostenuto proprio con lui, allora giovane assistente.

Anche se forse qualcuno l’avrebbe ricordata anche qui –  le foto segnaletiche erano apparse per mesi in televisione – nessuna delle persone intorno a lei poteva immaginare che quel giorno, pochi minuti prima dell’esame, a poca distanza dalla Sala Azzurra, lui l’aveva presa da dietro nello sgabuzzino delle scope, mettendole una mano sulla bocca per non farla gridare durante un orgasmo intenso e prolungato tanto da lasciargli un segno rosso sull’indice della mano.

Al termine dell’esame, andato bene peraltro – come docente era stato assolutamente imparziale – , lui aveva solo fatto un accenno al segno rosso sul dito, mentre alla fine tracciava il voto sul libretto e lei stringeva nella tasca le mutande con cui si era ripulita dopo.

Giorni dopo l’aveva aspettato giù in Piazza dei Cavalieri, ma la speranza di potergli parlare era sfumata quando l’aveva visto scendere le scale mano nella mano con la donna che tutti sapevano essere da anni la sua compagna.

Anche oggi la donna era là, seduta in prima fila, come sempre, come tutte le volte che lui le inviava il telegramma, da quando l’aveva cercata in carcere e lei lo raggiungeva dovunque fosse.

In queste occasioni Katia non parlava mai. Sapeva che lui a un certo punto avrebbe guardato verso l’ultima fila a destra e poi l’avrebbe raggiunta in qualche modo in albergo

Solo che questa volta Katia non aveva atteso la fine della conferenza, era uscita dalla sala e invece di scendere lo scalone aveva infilato il corridoio verso lo sgabuzzino delle scope

Lui l’aveva raggiunta un’ora dopo.

Ecco, avrebbe voluto dirlo anche a Vittorio, dopo il suo ritorno da Pisa, un mese fa.

Qualche giorno dopo erano saliti insieme fin sulla vetta e solo guardando il lago a forma di cuore per la prima volta Vittorio, rompendo il silenzio dopo tanti anni, le aveva chiesto a chi apparteneva il suo.

Vorrei appartenesse alle salite, avrebbe voluto dirgli, alle strade strette e ripide con i ciottoli e le pietre sconnesse.

Al rumore del fiume giù a valle, ai bramiti dei cervi a settembre, agli ululati dei lupi da una parte all’altra della montagna e alle visite degli orsi nelle stalle. Al volo alto del grifone e alla sua discesa in picchiata verso la carcassa.

Alla barba di una settimana sul viso dei pochi uomini rimasti con cui il sabato sera scambio vino e birre e sigarette e una briscola fino a tardi e che ormai non si scandalizzano più.

Alla determinazione delle donne che da sole hanno affrontato anni di solitudine e di duro lavoro in campagna con i marito migrati all’estero..

E ai sentieri che batto da sola o con i ragazzi, alle mele che raccolgo dopo una visita dell’orsa, ai fili elettrici della recinzione che allestisco insieme a loro, allo sguardo del proprietario che all’inizio li guarda lavorare diffidente e poi si mette anche lui a rizzare i pali, anche se non capisce che cosa ci vengono a fare  tutti ‘sti ragazzi da fuori, lui che ha fatto di tutto perché i suoi di figli se ne vadano via dal paese, chi carabiniere, chi poliziotto.

Ecco, accendendosi una sigaretta al riparo dal vento avrebbe voluto dirgli tutto questo anziché starsene ancora una volta zitta.

 Perché lui, il vecchio guardiano, antico come lo sono quelle valli,  lui non lo sa e non lo può sapere cosa significa colpire al cuore.

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