Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “L’assenza di domande” di Daniele Bianchi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Mio figlio è tetraplegico, dalla nascita. La tetraplegia dalla nascita è solitamente associata ad un ritardo mentale più o meno aggravato: Giulio riesce a parlare, può avere conversazioni basilari, ma fa molta fatica; il tempo che ci mette a pronunciare le parole può estendersi a diversi secondi per parola, ed è talvolta quasi impossibile comprendere ciò che dice se non si fa parte del gruppo ristretto di persone che ha imparato a intendere il suo modo di comunicare. In ogni caso, niente lo scoraggia dal dire tutto quello che gli passa per la mente, anche ciò che farebbe storcere il naso a chi categorizza il mondo in argomenti taboo o non taboo.

***

Mi sono spesso chiesto se la condizione clinica di Giulio fosse una sorta di punizione divina per ciò a cui, a seconda delle proprie credenze di provenienza, ci si riferisce con i termini peccati, karma, qadar, destino, logos, provvidenza, eccetera. Non sono una persona religiosa, immagino diversi conoscenti annuire vigorosamente a queste parole, ma come si può sfuggire a certe domande in situazioni di questo tipo? Eppure, col tempo, molto recentemente difatti, ho capito quanto ridicola fosse la mia superficialità, la mia supponenza nel pretendere di poter rispondere a quella domanda; anzi, che la domanda in sé avesse il ben che minimo senso. La parte più antica della mente umana tende a farlo quando si scontra con la corteccia prefrontale, la giovane sede dell’Io. Porre domande senza senso per distrarsi dalla totale assenza di risposte a quelle grandi è uno dei segni più lampanti di questo scontro.

***

A Giulio piacciono i Manga, i fumetti giapponesi, e qualunque cosa abbia a che fare con quel mondo. Ho costruito per lui un robot reggilibro e girapagine che è essenzialmente un tubo di acciaio squadrato con due braccia rotanti e pieghevoli, una con all’apice il reggilibro munito di una luce a LED incorporata nella parte superiore, l’altra con delle pinzette modulari rivestite di gomma. Legge i movimenti della testa di Giulio attraverso un sensore ottico posizionato sullo stand principale e un ricevitore incastonato sul ponte dei suoi occhiali da lettura; un cenno verso sinistra vuol dire gira pagina, un cenno verso destra è torna indietro di uno, due cenni verso il basso accendono la luce a LED, e due cenni verso l’alto fanno emettere un bip intermittente che assume significati diversi a seconda della situazione. Può voler dire non ho più voglia di leggere; questo manga fa veramente schifo; voglio leggere qualcos’altro o, nei casi più comici, pà cambiami, mi sono cagato addosso. Mi ci sono voluti due mesi per progettarlo e costruirlo. È semplice, e il software non molto complicato da modificare.

***

La questione dell’intelligenza è complicata. Progetto robot; supervisiono un team d’avanguardia nel settore. Accanto a lui a volte mi sento come se stessi ignorando qualcosa di fondamentale, come se fossi un insignificante asterisco di numeri e pensieri altrettanto insignificanti a piè dell’ultima pagina dell’universo, inserito per chissà quale dovere tra le altre note, mai letto da nessuno e dimenticato nell’istante del ticchettio successivo dell’orologio.

***

Ricordo che a una fiera del libro una ragazza lo urtò per sbaglio col suo zaino mentre eravamo in coda per un meet and greet. Gli occhiali di Giulio caddero e vennero calpestati da un ragazzo che passava di lì, causando come in un’esplosione il frantumarsi delle lenti in un rumore di carta di caramella stropicciata e il distacco totale delle stecche, che si infilarono sotto lo stand come se da tempo immemore anelassero un ricongiungimento alla polvere là sotto. Il ragazzo non si accorse di nulla, Giulio rise per tutto il tempo. La ragazza era invece così mortificata che si mise a piangere disperata e Giulio, per tirarla su di morale, si buttò a terra volontariamente spingendosi di lato e dimenandosi poi da terra ripetendo “handicappato, forte!”; un mix di citazioni, lo capii subito ma me lo confermò lui stesso più tardi, dal Pianeta delle Scimmie e Quasi Amici. Già, non è uno scherzo. Dico, come può non essere la cosa più intelligente del mondo? Intelligenza è un termine troppo insipido, che rimane solo sopra e non permea in tutto il resto. Sa di inadeguato, come catturare una folata di vento in un retino da pesca.

Tuttora la scena di Giulio a quella fiera mi dilania dalle risate. Dalla tristezza, si, che spero rimanga per molto tempo ancora.

***

L’anno scorso il robot girapagine emise il suo disinteressato bip e quando andai a sincerarmi della natura della richiesta, Giulio mi disse che non riusciva a leggere bene. C’era una macchia nera sulle pagine in alto a destra, mi disse. Controllai ma di macchie non c’era traccia. Lo portai la sera stessa da un oculista, sospettando un distacco parziale di retina al più, un’escoriazione di qualche tipo almeno. Dopo vari esami, test, azzardi di valutazione e rassicurazioni di circostanza, la diagnosi ufficiale arrivò sulla mia mail mentre stavo revisionando il progetto di un sistema di raffreddamento per un centro dati nell’Oltrepò pavese. Seguì la chiamata del centro specializzato per darmi delucidazioni. “Che cazzo dice dottò?” Melanoma Uveale Bilaterale. Cancro maligno, molto raro anche in caso colpisca un solo occhio. Entrambi? Sarebbe più probabile essere colpiti da un fulmine dalle duecento alle cinquecento volte in una singola vita. Ho fatto i calcoli.

Insensato, fuori dal mondo, crudele. Di una crudeltà che non riuscivo a decifrare, riporre in nessuna cornice di riferimento del mio sistema di credenze, convinzioni, opinioni. Una sentenza di morte, questo era, lenta e inesorabile, che in vita gli avrebbe portato via ciò che più lo rendeva felice. Come se tutto il resto non fosse già abbastanza.

Questa è la parte in cui vi direi della mia rabbia contro Dio, il fato, profeti vari, il Tao, Buddha, la provvidenza, chiunque e qualunque cosa, in cui vi confesserei il mio auspicio per un imminente decadimento falso vuoto, in cui invocherei a gran voce la morte termica dell’universo, in cui pregherei il sole di spingere uno dei suoi venti fin qua, ma la verità è che ne sono fuori. Ed è anche il motivo per cui sto gettandomi su una tastiera senza traccia di paracadute: perché un giorno, in caso vi doveste trovare sopraffatti da questo momento di autoconsapevolezza che sembra estendersi in uno spaziotempo di agognata logica dell’insensatezza, possiate forse trovare in queste parole un invito non ad andare avanti, non sarei in grado di illudervi neanche se volessi, ma a porre sotto osservazione diretta le vostre convinzioni, nello stesso modo in cui la presenza di Giulio spazzava via le mie, obbligandomi a scavare per trovare anche solo un briciolo di terra ferma.

***

Lessi a Giulio ogni sera per le successive tre settimane dal ricevimento della mail, facendogli vedere i disegni mentre enfatizzavo onomatopee di scontri e frasi esistenzialiste pronunciate per destare animi prima di cavalcate suicide. Gli dissi tutto; in modo soffice, ma tutto. Nell’immediato non sembrò capire, ma mi ricordo un momento dove chiuse gli occhi durante un mio tentativo di spiegazione. Lo attraversò un’ombra di ciò che intesi come malinconia, come se quel corpo destinato ad una fodera traspirante di cotone sanforizzato tesa su un telaio di fibra di carbonio fosse uno dei suoi ultimi modelli, un tentativo quasi perfetto di infondere il tarlo del dubbio in ogni pensiero di chi lo osservasse ed è lì, mi ricordo, che chiesi a me stesso è Giulio la forma di ciò che con vuote parole si intende per “Dio”? Mi ricordo l’assurdità del pensiero, la composizione stessa delle parole, ma poi ancora è lui che, libero da ogni pregiudizio, pone la domanda a chi la pronuncia, come l’eco dei muri di Piazza del Popolo, come il sorriso di un saggio morente interrogato sul senso della vita?

Non ho mai saputo localizzare il nocciolo di quei pensieri semiautomatici, ma so che è da lì che è partito. Il mio tentativo di comprendere che cosa fosse quello che mi faceva sentire così quando stavo con lui, quel… qualcosa, come se stessi ignorando qualcosa di fondamentale, qualcosa nascosto in piena vista, ignorato proprio perché così sfacciato nel mascheramento.

***

Sono passati sedici mesi da quella diagnosi, otto dalla morte di Giulio. Ho capito, ne sono fuori. La domanda è tale perché resa tale, ma è obsoleta nel momento stesso in cui viene posta. In Giulio vedevo l’assenza della necessità di domande, dello sforzo dell’immagine nello specchio che pretende di afferrare il mondo, esasperata perché esistente solo nel gioco di luci riflesse sulla superficie. Giulio, invece, era , era in; tutt’uno col mondo, eppure al di fuori di esso. Era qui a quel tempo, è qui ora, lo sarà quando il falso equilibrio dell’universo collasserà al maggior stato di stabilità, o quando il prossimo martedì verrò colpito dal furgone della raccolta porta a porta nel vialetto di casa. Oppure, in un certo senso, Giulio non è mai stato qui, perché qui è il posto dove domande vane discutono tra di esse di piani e strategie per un domani di aria e polvere. Giulio non sapeva che farsene delle domande.

L’assenza di domande è Dio, e Dio, ora lo so, era Giulio, allora come adesso.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.