Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Mia” di Leonardo Capitani (sezione racconti per bambini)

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Mi chiamo Mia.

Questa è la mia storia, la storia di una gattina che vale la pena di essere raccontata a dei bimbi bravi e attenti come voi.

Sono nata in una notte d’estate, mia mamma era una micia di paese che se ne era andata a partorire su in alto, tra le rocce oltre la chiesa, da dove lo sguardo si perde sulla vallata verso il mare.

Dei primi giorni mi resta il ricordo del contatto con i miei fratellini e del dolce latte che scendeva dalle mammelle di mamma. Avevamo, noi cuccioli, ancora gli occhi chiusi e tutto il mondo ci sembrava perfetto.

Nelle settimane successive abbiamo imparato a giocare tra di noi, rincorrendoci e nascondendoci tra le rocce.

La notizia del nostro arrivo aveva intanto fatto il giro del paese e qualcuno iniziò presto ad adottare i miei fratellini.

Arrivavano bambini e bambine coi loro genitori, spesso con una cesta o una gabbietta, e se ne tornavano a casa con un gattino da accudire.

Io mi mettevo subito in mostra, esibendo il mio migliore sorriso e spalancando i miei occhioni verso lo sguardo di quei bimbi.

Ma i miei fratellini se ne andarono presto verso accoglienti case del paese, mentre io restavo sola, ormai svezzata da mamma gatta.

Vagavo per i vicoli giorno e notte, senza che nessun umano mi degnasse di uno sguardo, di una carezza.

C’era invece, specialmente negli adulti, una sorta di paura o timore nei miei confronti.

Io non parlo la lingua degli umani ma so leggere nei loro sguardi e così, finita anche l’età dell’infanzia, ho compreso il mio triste destino.

Ero nata con il pelo di colore nero come la notte e, per giunta, non avevo la zampina anteriore destra.

Anche l’occhio sinistro, a dire il vero, non riuscivo ad aprilo completamente; del resto quel che vedevo con l’occhio buono mi bastava e mi avanzava.

Capii così i brutti gesti che alcuni umani facevano al mio passaggio e soprattutto capii perché nessuna famiglia mi aveva adottato.

Gli inverni si fecero allora più freddi, sebbene avessi imparato a sopravvivere nonostante la cattiveria della gente.

Non perdevo la speranza e continuavo a sorridere a tutti quelli che incontravo, piegando dolcemente il muso e facendo dolcemente le fusa.

Ma il tempo passava ed io restavo sola nel mio rifugio tra gli anfratti delle rocce.

Gli altri gatti vivevano felici, nutriti e coccolati dagli umani i quali gli avevano anche dato uno di quei buffi nomi che loro ci affibbiano.

Vero è che sono nomi che ci fanno ridere, ma sempre meglio di quello che è toccato a me, chiamata di solito “quella brutta gatta nera senza una zampa”.

Così, visto che nessuno ci aveva pensato, il mio nome me lo sono scelto io piaccia o non piaccia agli umani del paese.

Il mio nome sarà Mia.

Di giorno volevo dimostrare di essere una gattina come tutte le altre, imparando presto a fare tutto anche senza una zampina.

Mi allenavo a salire svelta su per la scaletta ripida scavata nella pietra, la scorciatoia che portava dalle case del paese alla chiesa e poi al mio rifugio tra le rocce.

Riuscivo a fare tutto senza difficoltà e tutti i giorni vagavo tra i vicoli del paese in cerca di un gesto di affetto.

Ma tutto quello che riuscivo ad ottenere era qualche fugace sorriso di bimbo e, raramente, qualche avanzo di cucina lasciato fuori dalla porta che restava chiusa.

Mi ricordo che qualche tempo fa si diffuse tra gli umani una malattia nuova, che cambiò improvvisamente la vita del paese.

Nessuno poteva uscire di casa, se non per andare a comprare da mangiare e poi rientrare subito dentro.

Persino i bimbi non andavano a scuola e seguivano le lezioni da casa, attraverso il computer.

Me lo immagino, voi birboni, a far finta di ascoltare la maestra intenti a fare chissà quale altro gioco.

Le poche persone che giravano per le strade indossavano sul volto una cosa che non avevo mai visto fino allora. La chiamavano mascherina, anche se non erano i giorni di Carnevale, e dicevano che serviva a non trasmettere quella brutta malattia.

Questo è almeno quello che sono riuscita a capire parlando con i miei simili felini, che gli umani ormai non vedevo quasi più.

Qualcuno, ogni tanto, si affacciava alla finestra intonando buffe canzoni a squarciagola. Ma gli umani si sa, sono stonatissimi e non sanno miagolare.

Si diceva che presto tutto sarebbe finito e che tutti sarebbero stati più buoni, generosi ed altruisti.

Pensai che la fine di quella malattia potesse essere il mio momento fortunato, con gli umani più buoni avrei trovato anch’io posto su un cuscino vicino ad un caminetto acceso. È una vita che lo sogno.

Ma il tempo delle mascherine finì e la vita riprese ad essere quella di tutti i giorni, compresa l’indifferenza e la cattiveria della gente.

Non era cambiato nulla.

Io nel frattempo ero anche dimagrita, visto che nessuno lasciava più nulla per noi gatti all’esterno delle case.

Certe volte qualche forestiero di passaggio mi degnava di uno sguardo benevolo, ma restava pur sempre un semplice sguardo e comunque di passaggio.

La notte mi ritrovavo sempre sola, più o meno dove sono venuta al mondo, su tra le rocce oltre la chiesa.

I giorni d’estate a cercare rifugio dai roventi raggi del sole e le notti d’inverno trascorse rannicchiata per superare il gelo.

Ma restai felina e non cedetti mai alla tristezza e allo sgomento, almeno fino a quella tragica notte.

Erano gli ultimi giorni freddi dell’anno e me ne andavo a girelloni per il paese quando successe la cosa più brutta della mia vita.

Un gruppetto di ragazzi, non più tanto piccoli ripensandoci bene, mi si avvicinò dicendomi cose carine e porgendomi del cibo all’apparenza molto buono.

Non c’ero abituata e non esitai ad andare fiduciosa verso di loro. Ma era una trappola.

Cercarono di infilarmi in una brutta gabbia che tenevano nascosta sotto un grande telo, non uno di quei trasportini che usano gli umani con noi felini, ma un’orrenda gabbia di rete metallica.

La vita solitaria mi aveva tuttavia fatta crescere forte e presto capii che stavo vivendo un incubo e non un sogno.

I ragazzi se ne accorsero e si fecero più cattivi; quello che mi aveva preso iniziò a stingermi forte la zampetta cercando mi imprigionarmi ma io riuscii a mordergli la mano ed a fuggire.

Scappai su per la scaletta scavata nella pietra e quei giovani umani rinunciarono ad inseguirmi, non risparmiandomi una fitta sassaiola di saluto.

Quella notte non riuscii a chiudere occhio, davvero non sarei mai stata considerata una gatta come tutte le altre? Davvero il mondo era così cattivo?

Mi alzai dal mio rifugio e salii fino al punto più alto. Il cielo era pulito e senza luna, migliaia di stelle luminose splendevano sulla mia testa.

Odiai quel cielo e quelle stelle.

Mi drizzai agitando con forza la mia zampetta verso l’alto, senza fermarmi, come a strappare via dal cielo tutti quei punti luminosi.

Ma fu una lotta inutile e l’unico effetto che ebbe fu quello di farmi crollare a terra dalla stanchezza.

La mattina successiva tuttavia, guardando verso la vallata, fui sorpresa da uno spettacolo straordinario.

Migliaia di alberi di mimosa erano fioriti e tutta la valle era punteggiata di giallo.

Era come se le stelle che avevo strappato dal cielo si fossero posate sugli alberi trasformandosi in una distesa di fiorellini gialli.

Sarà stato il fato ma proprio quel giorno una bambina e sua madre mi raccolsero portandomi nella loro casa.

Da quel giorno non mi è mancato più nulla, né cibo né carezze. È proprio vero che non bisogna mai arrendersi.

Ora che sono diventata un’agiata gatta da salotto non dimentico nulla della mia vita trascorsa e sono felice di pensare che quelle stelle, che strappai rabbiosamente quella lontana notte con gli artigli dal cielo, si siano trasformate nel mare di fiori di mimosa che ogni anno ci annunciano l’arrivo della primavera.

P.S.

Gli umani che mi hanno adottato mi hanno dato uno dei loro buffi nomi, ma io continuo a pensarmi come sempre.

Mi chiamo Mia.

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