Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Un povero diavolo” di Simone Giaconi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Indossò il giubbotto, prese il trolley dalla rastrelliera e si mise in coda per scendere dal treno. L’aria fredda di inizio inverno lo colpì in faccia appena mise piede sul marciapiede. Frugò nella tasca destra e infilò la cuffia di lana. Con la sinistra trascinava il bagaglio leggero, che scivolava sul marmo della stazione con un rumore secco, regolare. Piccole nuvole bianche gli uscivano dalla bocca, disperdendosi nel vento.

Si fece strada tra i pendolari del regionale accanto, scese le scale e si sentì più al riparo. Quell’anno il freddo era arrivato troppo presto. Scese ancora, fino al sottopassaggio che dalla Centrale si allungava verso l’esterno, al parcheggio dei taxi.

Superò fast food, negozi di abbigliamento, pelletterie, distributori automatici. Il corridoio era lungo e sporco, illuminato da una luce cattiva. Passando accanto a un gruppo di clochard sdraiati sui cartoni, una zaffata rancida di vino, urina e vestiti bagnati gli chiuse lo stomaco. Accelerò il passo.

Fu allora che una mano gli afferrò la spalla.

Si girò di scatto, già sulla difensiva.

Davanti aveva una faccia da vecchio, solcata da rughe profonde, con una barbetta rada e ispida. I capelli unti, biondastri, gli cadevano sulla fronte. In mezzo a quel disastro c’erano due occhi piccoli, azzurri, penetranti.

Il senzatetto allargò un sorriso, mostrando una fila incompleta di denti marci. Al centro brillava un grosso incisivo d’oro.

— Ehi, ma io ti conosco! Dammi qualcosa, su. Non ti ricordi di me? Tu sai della mia situazione. Dai, tira fuori il grano, ragazzo.

Ebbe l’istinto di spingerlo via. Era molto più giovane, più forte, più tutto. Eppure rimase immobile. Quegli occhietti gli si erano piantati addosso. Sentiva di conoscerli. Li aveva già visti.

— Calmo, cowboy. Che credi di fare? Si vede dai bei vestiti che porti che te la passi bene. Non ti costa niente, a te. Offrimi da bere. Ho una sete infernale.

Il vecchio sogghignò avvicinandosi al suo viso.

Gli arrivò il fiato addosso e, stranamente, non puzzava come avrebbe dovuto. Odorava di gelsomino.

Il barbone restava fisso su di lui. Quegli occhi gli davano fastidio. Eppure non riusciva a staccarsi.

Sentì la mano cercare il portafoglio nella tasca dei pantaloni. Lo aprì. Sfilò una banconota da cento euro e la ripose con cura nel taschino sdrucito della camicia del vecchio.

— Bravo il mio ragazzo.

Quello ridacchiò soddisfatto, facendo scintillare il dente d’oro.

— Adesso puoi andare.

Come in trance, lui risalì le scale verso l’uscita. Fuori, il gelo del piazzale lo investì di nuovo. Dovette accendersi una sigaretta.

Il vento teso spazzava il parcheggio quasi vuoto. Pezzi di carta e bottiglie di plastica danzavano tra un taxi e l’altro. Sull’asfalto lucido, il riflesso giallastro dei lampioni.

Adesso puoi andare.

***

Erano i tempi dell’università. Una vita prima. Forse due.

Stava tornando in treno da una festa a Bologna con i suoi coinquilini, che si erano spenti nel sonno profondo di chi aveva fatto tutto quello che doveva fare. E probabilmente qualcosa in più.

Lui era rimasto l’unico con gli occhi aperti. Come al solito. Era distrutto, ma non riusciva a dormire. Gli strascichi delle pasticche del giorno prima gli tenevano il cervello acceso.

Niente di nuovo.

Decise di fare due passi tra i vagoni e fumare una sigaretta.

Trascinandosi lungo gli scompartimenti, controllava chi ci fosse dentro. Sperava ancora nella svolta di fine festa: magari una ragazza, un’avventura, una storia assurda da raccontare il giorno dopo.

Non ebbe fortuna.

Quasi tutti gli scompartimenti erano vuoti.

In quelli pieni c’era gente che dormiva: operai con la divisa, studenti disfatti, due suore grigie che accompagnavano da qualche parte un ragazzo spastico su una sedia a rotelle.

Lui proseguì fino all’inizio del vagone, subito dopo i bagni. Fece scorrere il vetro del finestrino.

Fuori, il buio si mangiava gli alberi radenti le rotaie.

Si mise una sigaretta in bocca e fece per accenderla.

Una mano gli toccò la spalla.

— Ehi, ragazzo. Offrimi da fumare.

La voce era squillante, quasi festosa.

Si voltò e vide un ometto biondastro, con i capelli unti tirati da un lato, un vestito lucido e liso, una camicia improponibile. Aveva occhi piccoli, di un azzurro capace di rapire.

— Si figuri, prenda pure.

Colpì il pacchetto morbido con un dito, facendo spuntare una sigaretta.

Lo sconosciuto la fece scomparire dal pacchetto e ricomparire in bocca, già accesa.

Si teneva con i pollici alla cintura e sfoggiava un enorme sorriso di denti gialli di nicotina. Al centro, come un piccolo sovrano volgare, regnava un incisivo d’oro.

— Eccezionale. Mi hai dato del lei. Finalmente un bravo ragazzo. Evviva. Che emozione!

Lo disse in modo teatrale, spalancando le braccia come se fosse su un palco.

— Mi prendi per il culo o cosa?

Lui lo disse ridendo. Quel tizio gli stava simpatico a pelle. Aveva stile, nel suo essere completamente fuori posto.

— Calmo, campione.

L’ometto lo osservò con curiosità. Una curiosità famelica.

— Io parlavo sul serio. Vedo del potenziale in te. Sei una specie di diamante grezzo. Non ce ne sono tanti, al giorno d’oggi.

— Senta, io non ho niente contro i gay, però…

Lo strano ometto esplose in una risata sguaiata. Rise così forte da diventare rosso e cominciò a tossire colpendosi il petto con un pugno. Quando si riprese, gli piantò la faccia a pochi centimetri dal naso.

Profumava di qualcosa di dolciastro, come certi cespugli che fioriscono in tarda primavera.

— Quindi hai pensato che fossi un omosessuale e che volessi sedurti?

Rise ancora. Poi, di colpo, diventò serio.

— Forse mi sbaglio. Non sei puro come pensavo.

Lo squadrò da capo a piedi.

— Stai tranquillo, ragazzo. Non sei il mio tipo. Io parlavo professionalmente.

— Professionalmente?

Forse aveva capito male. I postumi della serata e la mancanza di sonno ricominciavano a farsi sentire. Però quel personaggio lo attirava.

— E che lavoro faresti?

L’ometto assunse una posa impettita, come un venditore prima di presentare il prodotto migliore della casa.

— Sono un agente. Un agente facilitatore, per la precisione.

— Agente facilitatore? E cosa faciliti? Le vendite?

— Da un certo punto di vista, sì. Diciamo che facilito transazioni.

Tirò a lungo dalla sigaretta, poi lasciò uscire il fumo lentamente.

— Quelle che tratto io però…

Fece un’espressione seria.

— Riguardano il peccato. Si pagano con l’anima.

Lui scoppiò a ridere.

— Quindi, se tanto mi dà tanto, il tuo capo sarebbe…

— Hai fatto centro, giovane.

L’ometto ringhiò quelle parole con aria troppo truce. Forse lo stava prendendo in giro.

La porta del vagone si aprì con uno scatto metallico. Il capotreno avanzava verso di loro, deciso.

— Scusa, capo, ma devo andare.

Gli dispiaceva interrompere quel bizzarro incontro.

— Il discorso si stava facendo interessante, però ho lasciato il biglietto nello zaino, tre vagoni più in là, e…

— Fermo, ragazzo. Dammi un’altra sigaretta.

Vide la propria mano estrarre il pacchetto e porgere una sigaretta allo sconosciuto.

L’ometto l’accese e, con il fare di chi la sa lunga, andò incontro al capotreno.

Rimase a guardare il tizio che gesticolava, mormorava qualcosa, ridacchiava. Il capotreno lo fissò indispettito per qualche secondo. Poi la faccia gli si svuotò. Si voltò e se ne andò dalla parte opposta.

L’ometto tornò da lui ghignando.

— Ma come hai fatto? Che gli hai detto?

Scosse la testa.

— Lascia perdere. Ormai è uno dei pochi vantaggi che mi rimangono.

Guardò fuori dal finestrino. Il riflesso della sua faccia sembrò per un attimo più vecchio, stanco.

— La mia è una professione che finirà presto. Purtroppo.

— In che senso?

— Nel senso che non c’è più bisogno di noi come una volta.

Fece un altro tiro.

— Voi fate tutto da soli. E fra qualche anno, con questa cosa di internet, sarà anche peggio. Credimi.

Lui stava per chiedergli spiegazioni, ma l’ometto sollevò una mano, con una strana dignità.

— Non andare troppo a fondo, ragazzo. Offrimi un’altra sigaretta e poi corri. La prossima è la tua fermata.

Sorrise senza allegria.

— Adesso puoi andare.

Dal finestrino vide le sagome familiari dei palazzi popolari prima della stazione: muri saturi di graffiti, edera, finestre gialle nella notte, lampade ai vapori di sodio. Fece per salutarlo.

Lo strano tizio non c’era più.

Corse a svegliare i suoi amici. Uscirono dalla stazione e volarono verso casa, atterrando nei rispettivi letti.

Al risveglio, non ricordava più nulla.

***

Una vibrazione nella tasca destra del giubbotto lo riportò nel parcheggio gelido dietro la stazione.

Sul display c’era scritto: Amore.

Sua moglie.

— Ciao. Sei già arrivato?

— Sì, proprio adesso. Sto prendendo il taxi. Come stai?

— Io bene, però sono preoccupata. A Daniele è venuta di nuovo la febbre alta.

Lui chiuse gli occhi un istante.

— Ma dai, non ci posso credere. Come si sente il piccolo?

— Male. Cerca di dormire, ma si lamenta. Gli ho dato un po’ di paracetamolo.

— Cazzo, mi dispiace. Vorrei essere lì con voi.

— Anch’io ti vorrei qui. Mi manchi.

— Anche tu. Mi mancate tutti e due. Però lo sai che queste consulenze pagano bene…

Dall’altra parte ci fu un piccolo silenzio.

— Sì, lo so. Scusami. È che sono un po’ abbattuta.

— Stai tranquilla. È un bambino, deve farsi gli anticorpi. Anch’io da piccolo mi ammalavo sempre. Dai, ti saluto, mi sto congelando. Ci sentiamo domani. Mangio qualcosa in hotel e vado a dormire. Sono cotto.

— Va bene. Un bacio. Ti amo.

— Anch’io.

Entrò nel taxi. Il tepore dell’abitacolo lo rincuorò dopo la siberia del piazzale. Disse al tassista il nome dell’albergo e si abbandonò sull’ampio sedile posteriore di pelle nera, consumata dall’uso e dal tempo.

Aprì la giacca. Sbottonò il primo bottone della camicia. Fece scivolare la mano sinistra nella tasca sinistra e tirò fuori l’altro telefono.

Con un paio di swipe fu sul menu delle applicazioni.

Mentre svoltava a un semaforo, l’autista lo guardò nello specchietto.

Distolse lo sguardo.

Quel tipo lo inquietava.

Lui toccò la piccola icona a forma di fiamma.

Aprì Tinder.

Scorse qualche profilo. Mise un like svogliato. Poi un altro. Poi niente.

Niente di buono.

Se continuava così, dopo cena avrebbe dovuto risolvere diversamente.

Considerando il centone che gli aveva sfilato il barbone, la serata rischiava di costargli cara.

Sogghignò nel buio dell’abitacolo. Fuori la città scorreva fredda dietro il finestrino.

Quel povero diavolo aveva ragione.

Ormai facevano tutto da soli.

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