Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Ti porterò a vedere il mare” di Giovanna Bocchetti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Etra si svegliò di soprassalto, guardò l’orologio: le quindici. Viaggiavano da parecchio tempo, oramai avrebbero dovuto essere arrivati da un pezzo, ma l’auto, un vero reperto storico, non superava i settanta chilometri orari. Alina, la robusta e melliflua referente del Centro Adozioni, sedeva tutta tronfia accanto all’autista. Aveva promesso che avrebbero fatto a turno, ma in realtà non si era scollata dal suo posto, tranne durante la sosta per il pranzo, naturalmente a spese della coppia adottante. Con un senso di lieve nausea, Etra l’aveva vista trangugiare voracemente ogni ben di Dio, mentre lei e Guido si tenevano per mano, in silenzio. Avevano lo stomaco chiuso, ben consapevoli che il lunghissimo percorso durato quattro anni e mezzo stava per concludersi di lì a poco, nella sconosciuta città straniera dove li aspettava la loro bambina.

Era stata un’esperienza faticosa, a tratti sconvolgente, durata quattro anni a causa di lungaggini assolutamente inutili. Ancora adesso, al pensiero, Etra si rabbuiava in viso, pensando ai tanti bambini che negli orfanotrofi attendevano una famiglia e per motivi idioti continuavano ad aspettare, perdendo tempo prezioso. E non era ancora finita, pensò cupamente. La legge del Paese in cui erano andati ad adottare era particolarmente severa. Mentre di solito gli abbinamenti erano proposti in Italia, lì invece bisognava partire, sostenere un colloquio al Centro Adozioni e recarsi direttamente all’orfanotrofio, perché un eventuale rifiuto doveva avvenire sul posto. Guardando il bambino negli occhi. Etra rabbrividì, anche se era un caldo pomeriggio estivo. Non avevano dato limitazioni, pensò per rassicurarsi: non avevano preteso di accogliere un neonato, né posto paletti circa il sesso, l’etnia o lo stato di salute. Erano stati abbinati ad una bimba di sei anni e mezzo, con imprecisati – ma lievi, le avevano assicurato – problemi di salute. Non desideravano altro che offrire il loro amore ad una creatura senza famiglia.

Avevano ripreso il viaggio, in un silenzio quasi misericordioso. Alina aveva continuato a chiacchierare per ore, fiera di mostrare non solo la sua conoscenza dell’italiano, ma anche la sua meschinità, di cui non si rendeva conto. Parlava continuamente di quanto fosse povera e di come dovesse lottare duramente per sbarcare il lunario; non si preoccupava, però, di ostentare orgogliosamente una quantità di abiti firmati e borse pregiate. Nella settimana che avevano passato nella capitale in attesa del colloquio, Alina non aveva fatto altro che cambiarsi d’abito tre volte al giorno e pretendere di mangiare nei ristoranti più rinomati, a spese loro. Non sembrava aver compreso che i due non erano affatto i classici ricconi, soprattutto americani, che andavano nell’Est Europa per adottare spendendo e spandendo, ma semplici impiegati; non sapeva che avevano chiesto un prestito piuttosto consistente per pagare le spese di viaggio, di soggiorno ed ogni altro imprevisto (e ce n’erano stati parecchi, rifletté lei, guarda caso tutti “risolti” da Alina dietro l’esborso di cospicue somme). In qualità di referente del Centro Adozioni statale, Alina era in una situazione di privilegio ed i suoi guadagni erano enormi, rispetto a quelli della maggior parte degli abitanti del Paese. I veri poveri si vedevano dovunque, agli angoli delle strade, nei mercatini, nei negozietti in cui la gente faceva la fila per acquistare qualche pomodoro, due o tre mele, un paio di cetrioli, lo sguardo rassegnato e lontano di chi non ha speranze per il futuro. Il superfluo costituiva un lusso quasi sconosciuto, in una nazione in cui la ricchezza si concentrava nella capitale, in faraoniche ville da cui uscivano lussuose limousine con a bordo eleganti uomini d’affari e stupende ragazze con abiti da sogno. Gli altri edifici erano come scenari di cartone: belli in apparenza, ma bastava girare un angolo, entrare in un condominio, addentrarsi nelle stradine per capire che l’atmosfera trasudava povertà, dignitosa, ma inequivocabile.

L’auto si fermò con uno scossone di fronte ad un grande edificio scrostato, circondato da una rete metallica: l’orfanotrofio. Frastornati, Guido ed Etra scesero dall’auto, mentre Alina, di ottimo umore, si dirigeva verso il cancello, dove era ferma una donna alta, grassoccia, dall’aspetto bonario. Le due scambiarono poche parole, poi la referente fece loro segno di entrare con lei. Guido affiancò Alina e la donna – la direttrice dell’istituto – mentre Etra si attardò a guardarsi intorno. Osservò le pensiline scrostate, le persiane rotte, il malinconico colore grigio ferro dell’enorme edificio, che sembrava una tetra, desolata prigione. Il silenzio era assoluto, pareva impossibile che quello fosse un luogo di accoglienza per più di cento bambini dai tre anni in su.

Guido, dopo aver parlato con la dirigente, ritornò verso di lei e la prese per le spalle, conducendola verso l’interno dell’istituto.

“Etra, c’è una cattiva notizia” fece, la voce che si sforzava di non tremare “purtroppo Karina è nell’infermeria dell’orfanotrofio. È…molto malata. I medici pensano che non le resti molto da vivere…l’hanno dimessa dall’ospedale”.

“Andate a vederla, poi dovete rifiutarla in presenza della direttrice, così domani mattina potremo ritornare indietro e prendere un altro appuntamento al Centro Adozioni”. Etra la fissò, stralunata.

“Ma perché? Perché questa crudeltà, se al Centro Adozioni sapevate già che Karina stava così male?” Alina la guardò con i suoi freddi occhi azzurri e fece spallucce, allontanandosi.

“Business” le mormorò Guido, prendendola in disparte “Qualche amico me l’aveva detto, ma speravo che non fosse vero. Abbinano bambini molto ammalati, che non potranno mai lasciare il Paese, così le coppie devono restare più tempo, prendere altri appuntamenti e intanto spendono denaro, portando benefici economici al Paese”.

“Sulla pelle dei bambini?” esalò lei, inorridita. “Voglio vederla”.

In un lettino striminzito dell’infermeria giaceva una bimba gracile, con grandi aloni bluastri sotto gli occhi di un verde sorprendente, i lunghi capelli scuri raccolti in una treccia. Respirava in modo irregolare, ma ebbe il fiato di mormorare: “Mama…? Papa…?” con occhi diventati grandissimi, allargati in uno stupore gioioso che fu per loro come una coltellata in pieno petto.

“Va bene, va bene, l’avete vista, ci avete parlato, adesso chiamo la direttrice e facciamo questo rifiuto, così ce ne torniamo a casa” tagliò corto Alina, per nulla impressionata dalle condizioni della piccola. Guido ed Etra si guardarono: si conoscevano da quand’erano adolescenti e non ci fu bisogno di parole. “Vada pure a chiamare la responsabile” ribatté Guido, pacato.

Quando la direttrice, la signora Olga, entrò nella stanza, trovò la coppia seduta al capezzale di Karina, che, con il viso splendente, rimirava un piccolo orsacchiotto di peluche, appena ricevuto in dono. Alina, entrando, si fermò, interdetta.

“Per favore, ci faccia da interprete” le chiese Guido, con il gelo nella voce “Vogliamo sapere cos’ha di preciso la bambina e cosa è stato fatto finora per curarla”.

Riluttante, Alina tradusse le parole della signora Olga, che spiegò la situazione in tono accorato. Karina era sempre stata delicata, aveva una patologia ai polmoni che i medici in ospedale non avevano saputo guarire; adesso erano sopraggiunte difficoltà cardiache ed i dottori, dichiarandola incurabile, l’avevano dimessa perché potesse spegnersi nell’unica casa che la bimba avesse mai conosciuto. E poi, soggiunse Alina con manifesta malignità, i posti letto in ospedale servivano.

“Questa è la nostra bambina, accettiamo l’abbinamento” affermò Etra, risoluta, accarezzando il pallido viso di Karina che la fissava estatica, stringendo al cuore l’orsetto.

“Vogliamo parlare con i dottori che l’hanno avuta in cura” continuò Guido. Il viso della direttrice, poco prima desolato, si illuminò: non aveva capito le parole, ma l’atteggiamento della coppia non indicava alcuna volontà di rifiuto. Alina era livida. Batté un piede a terra, stizzosa.

“Ma io ho un appuntamento con un’altra coppia per domani, devo tornare nella capitale!”

“Era così certa che avremmo rifiutato questa creatura?” proruppe Etra.

“Ma certo, tutti lo fanno…” sibilò la donna, per poi fermarsi, mordendosi le labbra.

“Ah, quindi è una situazione che si verifica abitualmente, non è così?”

“Voi occidentali non potete capire la nostra condizione! Siamo poveri e abbiamo il diritto di ricavare il più possibile da chi viene a rubarci i nostri figli, a prendersi il nostro futuro!”

“Questo non giustifica la crudeltà del rifiuto di un bambino in sua presenza!” si accalorò Guido.

“La prego, dica alla direttrice che accettiamo formalmente l’abbinamento”.

“Fate come volete, io vi ho avvisato. Quando la bambina morirà, dovrete rientrare in Italia e ripetere tutta la trafila per avere un nuovo abbinamento. Se tornate con me adesso, potrete avere un’altra possibilità in settimana”.

“Karina ora è nostra figlia, non l’abbandoneremo” ripeté Etra con fermezza “E non morirà affatto”.

Appena Alina se ne fu andata, la direttrice si avvicinò alla bambina e le parlò con tenerezza, a lungo, indicando i due con un sorriso. Poi si attaccò al citofono e poco dopo comparve un’inserviente, alta e biondissima, che si rivolse alla coppia in un italiano comprensibile.

“ Io mi chiamo Vika. Io aiuto per parlare con Karina e con dottori”.

“Le dica, per piacere, che noi siamo i suoi genitori e veniamo dall’Italia”.

La bambina parlò con un filo di voce, ma aveva le guance un po’ più colorite, mentre rispondeva.

“Dice che vorrebbe vedere mare, prima di volare in cielo. Sempre stata qui” tradusse l’inserviente.

Per Etra e Guido cominciò un periodo frenetico. L’ente al quale si erano rivolti per l’adozione considerava concluso il loro percorso, visto che non avevano accettato la proposta della rancorosa Alina. Il colloquio con i dottori aveva fatto emergere le grosse carenze ed incompetenze, comuni in tutto lo Stato, che avevano condotto la bimba in fin di vita. Etra, ricordando in seguito quel periodo, si rivedeva costantemente al telefono o accanto a Karina, o entrambe le cose. Un colloquio con il primario di pneumologia dell’ospedale pediatrico della loro città diede loro la misura della gravità della situazione. Furono consigliati farmaci costosi, ma utilissimi: la piccola mostrava qualche miglioramento, tuttavia era necessario un ricovero urgente in una struttura adeguata per un intervento chirurgico all’avanguardia. Non esistevano in tutto il Paese ospedali adeguati, né chirurghi in grado di operare la bambina. Impossibile il rientro con un aereo di linea, Karina era troppo grave per poterla spostare.

Nel frattempo, timidamente, germogliava l’amore nella nuova piccola famiglia. Guido, quando gli orari di visita dell’orfanotrofio lo permettevano, arrivava con grandi borse piene di frutta, che nell’istituto si mangiava raramente, per tutti i bambini dell’infermeria. Sollecito e premuroso, rimboccava le coperte alla figlia, le cantava canzoncine, la coccolava come poteva. Etra le portava pigiamini colorati, bambole, perfino uno splendido abitino rosa a pois bianchi, che la piccola strinse a sé, felice. Era particolarmente attaccata ad un libro di viaggi illustrato, che la mamma le aveva portato. “Mare!” esclamava in italiano, tra un attacco di tosse e l’altro, indicando la vasta distesa d’acqua che la incantava, passando ore a contemplare le foto dell’Italia dal cellulare del papà.

Fu un’associazione benefica, contattata da Guido, a sbloccare la situazione. Grazie ad una rapida raccolta fondi, fu organizzato un viaggio su un piccolo aereo speciale, che avrebbe trasportato Karina e la sua famiglia presso un noto ospedale pediatrico italiano, già allertato per l’emergenza. Dopo un mese d’angoscia, finalmente la famigliola vedeva un po’ di luce.

La sera prima della partenza, Etra e Guido ebbero il permesso speciale di andare a trovare Karina. La trovarono emozionatissima, gli zigomi rossi di febbre, adagiata sul letto con l’abitino rosa. Era stata agitata tutto il giorno, disse loro Vika. Aveva voluto indossare l’abitino bello per essere subito pronta la mattina dopo. “Noi Italia, mama?” chiese supplichevole la bambina, stringendo la mano della madre. Etra annuì sorridendo.

“Ti porterò a vedere il mare, tesoro, te lo prometto” disse Etra, baciandole il visetto arrossato.

Fu l’ultima sera di Karina.

Durante la notte, il suo cuore aveva ceduto.

Tra le lacrime, Etra la vide per l’ultima volta sul lettino con il suo bell’abito rosa, le sistemò la treccia scura, le baciò il visino cereo e le pose l’orsetto Sasha tra le braccia.

In una cittadina marittima, poco lontano dall’abitato, c’è una piccola altura, su cui sorge un cimitero circondato dal verde dove Etra e Guido si recano spesso, recando fasci di fiori colorati.

Il mare, nei pressi, canta la sua eterna ninna nanna a Karina, che dorme cullata dal dolce suono della risacca, con il suo vestitino rosa a pois e l’orsetto Sasha tra le braccia.

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