Premio Racconti nella Rete 2026 “La guerra dimenticata” di Alessio Cenaj
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026“Chi cammina lungo la strada arriva”
Era gelosamente legato a questo detto, tanto da pugnalare con lo sguardo chiunque, al di fuori di sé, pronunciasse queste parole. “Chi cammina lungo la strada, arriva”. Mio padre lo ripeteva ogni ora, ogni giorno della sua vita, tanto da prosciugare la frase del suo profondo significato primigenio, trasformandola quasi in un’esclamazione più che in un aforisma. Yimmà lo guardava sempre con un’espressione seccata quando la diceva, come se non ne avesse fatto il callo. Lei e papà si conobbero solo il giorno del matrimonio. Mamma fu la prima moglie di papà e, a causa della guerra, anche l’unica. Avrebbe voluto avere tre mogli, come il suo baba prima di lui, ma la carestia e la povertà resero impossibile quel desiderio. Così decise di dedicare la sua vita a lei e a noi atfàl, amandola come se sola fosse quattro donne insieme.
Il loro fu un matrimonio combinato: fu la mia jaddah a scegliere la donna per lui. Baba ha sempre detto che la nonna fece la scelta perfetta e che la sua Yasmin era la migliore delle donne di Al Hayfah. E come dargli torto. Mamma era davvero la donna più bella del nostro villaggio, e lo si capiva anche quando indossava il niqab. I suoi occhi suscitavano una meraviglia incredibile in chiunque la osservasse: l’iride era così scura da fondersi con la pupilla, creando un’unica sfera profonda, incorniciata da ciglia lunghissime che si posavano su palpebre prive di rughe o occhiaie, donando al suo sguardo una forma invidiabilmente attraente. Solo dentro le mura di casa potevo godere appieno del suo volto, dato che solo noi eravamo permessi a guardarlo.
Aspettavo ogni giorno quel momento. Baba nacque in un piccolo villaggio di mare e dedicò tutta la sua giovinezza alla pesca e ad aiutare la sua famiglia. Quando si sposò, decise di trasferirsi qui con mia madre, ma non passava giorno senza che ricordasse quanto gli mancasse il mare. Io non ero mai uscito dal mio villaggio e tantomeno avevo mai visto con i miei occhi il mare. I suoi racconti mi avevano accompagnato fin dalla nascita e baba aveva reso il mare il mio sogno più grande, promettendomi di mostrarmelo quando la guerra fosse finita. Baba possedeva un piccolo terreno fuori città, dove coltivava orzo e qat. Io lavoravo con lui per mantenere la mamma e la mia piccola sorellina Amal. Ogni mattina, poco dopo l’alba, sentivo i galli cantare e annunciare l’inizio di una nuova giornata. Mamma si muoveva a passo svelto verso la cucina per prepararci del malooga da portare con noi. Dal mattino, fino a poco prima del tramonto, io e mio padre lavoravamo la nostra piccola porzione di terra, che si trovava ai piedi di un colle arido circondato da piantagioni.
Così iniziava ogni nostra giornata. Baba prendeva il fucile appeso alla porta, salutava con un leggero sorriso mia madre, e usciva. Fuori casa ci aspettava un vecchio pickup Toyota degli anni ’80, condiviso col mio ‘amm, mio zio, che spesso ci aspettava già al campo. Appena in macchina, prima di partire, papà si metteva in bocca qualche foglia di qat e accendeva una Kamaran, quasi per amplificarne ulteriormente gli effetti. Erano passati giorni giorni da quando gli americani avevano riaperto il fuoco, dopo una breve tregua. Non capivo il motivo, ma tutti erano diventati silenziosi. Così muti da lasciare alla città un raccapricciante senso di impotenza. Quel disturbante silenzio accompagnava ogni momento della giornata, dall’alba sino al tramonto. Gli unici suoni erano le ruote che facevano attrito con la sabbia, i motorini che vagavano per le strade del villaggio e il vento che accarezzava le dune. Quando lavoravamo, mio zio era solitamente pronto a scherzare e rendere la giornata leggera. Ma stavolta il sorriso sul suo volto era svanito. La fatica del lavoro distraeva abilmente la mia mente dalla tristezza che mi circondava. Improvvisamente un suono acuto spezzò quell’eterno silenzio. Subito dopo, un boato fece tremare il suolo. Una luce accecante mi colpì gli occhi e li strinsi così forte da farmi male.
Le mie mani si diressero violentemente sulle orecchie premendole il più forte possibile mentre il mio corpo cedeva a terra. Le lacrime cominciarono a scavare le guance sul mio viso. Tremavo. Non avevo ancora aperto le mie palpebre quando sentii le braccia del mio baba afferrarmi i fianchi e stringermi forte a sé. Stava correndo. Ebbi dopo qualche secondo il coraggio di aprire i miei occhi. Fu in quell’istante che il mondo smise di essere quello che conoscevo. Sopra la mia città si ergeva un’altissima colonna di fumo, immobile, come se volesse graffiare il cielo. Potevo sentire in lontananza che il silenzio di cui tanto mi preoccupavo, si era trasformato in totale caos. Mio padre mi lanciò in macchina e partì senza esitazione. Guidava troppo veloce, senza dire nulla, senza fumarsi la sua Kamaran. I suoi occhi erano spalancati come se avesse visto la morte e il suo respiro affannato come se avesse corso una maratona. Solo entrando in città compresi appieno il suo terrore.
Dal finestrino sentivo urla, pianti e grida da ogni angolo del paese. Sembrava che tutto il villaggio stesse gridando insieme. Più ci avvicinavamo a casa, più quelle grida si facevano più forti. Non capivo. Era stato un razzo? Cos’era capitato al mio villaggio? Cosa poteva essere successo a mamma e Amal? Mi sentivo così piccolo e così impotente davanti a tanta devastazione che il mio cuore batteva ogni istante più veloce. Sentivo secondo dopo secondo l’ansia scorrere e pulsare come non mai nelle mie vene. Arrivammo davanti a casa. Terrorizzati. Spiazzati. Non riuscivo a muovere un solo muscolo del mio corpo, ero totalmente pietrificato. Mio padre mi intimava di scendere, di correre, di cercarle. Sentii mio padre urlare voltandosi verso di me: -“Saeed!”, poi, bianco. E il mondo esplose. Non sentivo più mio padre che mi urlava, né tantomeno le grida vicine, tutto ciò che riuscivo a sentire adesso era un acuto pungente e profondo che mi faceva sanguinare le orecchie dall’immane dolore. I miei sensi erano completamente annullati e il mio orientamento totalmente perso. Non riuscivo più a sentire la mia pelle o la mia carne, né tantomeno le mie ossa. Era come se non avessi più un corpo con cui poter correre, saltare, giocare o vivere.
Non ero sicuro di ciò che mi stesse succedendo, non sapevo se fossi morto, se fossi in coma, se stessi dormendo o sognando. Ero in uno stato di confusione totale. Poi tutto si spense e iniziò il buio. Non saprei dire per quanto io sia stato incosciente. Sembrava che il tempo si fosse bruscamente fermato e che stesse procedendo lentamente. Piano piano la mia testa si era fatta silenziosa e il profondo dolore che mi invadeva adesso si era affievolito. Quando ritornai cosciente potei sentire nuovamente il vento scorrere sulla mia pelle e il sangue scorrere nelle mie vene. Ma i miei sensi non erano al passo con la vista, profondamente offuscata dalla luce del sole. Lentamente riuscivo a sentire il tessuto ruvido dei sedili della macchina di papà e il ronzio del motore affiancato dal rumore del vento che entrava dai finestrini. Non sapevo quanto tempo fosse passato da quell’esplosione e non sapevo dove ci stessimo dirigendo. Allungai il braccio con fatica e per qualche istante toccai la spalla di baba. Quando si voltò e mi vide i suoi occhi si riempirono di lacrime.
Fermò immediatamente la macchina per venire da me. Aprì violentemente lo sportello e si proiettò sul mio sedile. Fu allora che compresi. Gli americani avevano mandato due missili su Al Hayfah con lo scopo di neutralizzare un deposito di armi presente in città. Il primo aveva colpito alle 14:07, uccidendo 5 persone, tra cui yimmà e Amal, e il secondo, quello che aveva colpito me, alle 14:15. Non saprei descrivere ciò che provai. Sentivo il cuore scivolare lentamente in un vuoto profondo, come se una mano stesse cercando di trascinarlo verso il basso. Mia madre, la donna che mi ha messo al mondo e che per tutta la mia vita si era presa cura di me, e mia sorella, che mi aveva accompagnato nella mia strada, erano morte. Papà aveva perso la donna a cui aveva promesso la vita. Tornò al volante, silenziosamente, e ricominciò a guidare. Non disse nulla ed io non avevo più la forza di chiedere. Il profondo e disturbante silenzio durò per tutto il tragitto. Arrivammo a San’a’, in una zona rifugiati. Non ero in ottime condizioni. Le mie gambe erano estremamente gonfie e non riuscivo a sentire i miei piedi. La testa faceva estremamente male e non riuscivo più a sentire suoni dal mio orecchio sinistro, che continuava a sanguinare. La mia maglietta era imbevuta di sangue. Arrivammo al rifugio, facendoci strada tra le tante persone che affollavano la struttura. Immediatamente i medici mi adagiarono su una barella metallica e mi spogliarono completamente. Il mio petto era cosparso di lesioni. Fui sottoposto ad un’ecografia di fortuna.
Poco dopo il dottore, tremando, prese in disparte mio padre. Li vidi parlare. Poi vidi le ginocchia di mio padre oscillare, per poi crollare pesantemente sul pavimento. Si mise le mani agli occhi, coprendosi, e lasciandosi andare in un profondo pianto. Non riuscivo a comprendere appieno ciò che stesse accadendo. Le mie ferite rendevano ogni suono più ovattato, ogni immagine più sfocata e ogni dolore più pesante. Riconobbi la sua figura avvicinarsi solenne e lentamente a me, asciugandosi le guance bagnate. Mi prese in braccio. – Non c’è nulla di cui preoccuparsi- disse e mi adagiò delicatamente sui sedili posteriori della macchina. Mi diede un bacio in fronte e, col passo pesante, si sedette bruscamente al volante: -ti farò vedere il mare, ya waladi- disse. E partimmo. Scendemmo dalle montagne di Sanhan, attraversando la pianura della Tihama verso ovest, eludendo i posti di blocco e il ronzio dei droni. Il percorso per la costa era diventato molto meno pesante e doloroso di quello per raggiungere il rifugio; stranamente percepivo il rumore che mi circondava abbassarsi così come il dolore nella mia carne. Ero completamente sfinito e le mie forze iniziavano ad abbandonare il mio corpo. Il sonno stava per farmi chiudere completamente gli occhi ma ad impedirmelo c’era mio padre che mi ricordava di tenere gli occhi ben aperti perché eravamo quasi arrivati a destinazione. Ci stavamo dirigendo a Ibn Abbas, un piccolo villaggio di pescatori a nord di Hodeidah. Non avevo mai visto il mare, e a stento riuscivo a immaginarlo. Spesso pensavo a come sarebbe stata la vita di papà, in uno Yemen diverso da quello di oggi, senza la guerra che frattura le sue montagne, senza i razzi che devastano i suoi villaggi. Arrivammo in spiaggia. Mio padre aveva passato ore ad asciugarsi le lacrime dalle guance.
Sembrava così desolato. Perché? Mi aveva detto che tutto sarebbe andato bene, che avremmo visto insieme il mare. Mio padre scese dalla macchina parcheggiata direttamente sulla sabbia e mi prese fra le braccia con le mani tremolanti. Camminando col mio peso addosso arrivammo quasi davanti la riva, poco prima che l’acqua potesse toccarci le scarpe. Vidi il mare. Era mozzafiato. Il tramonto colorava tutto di luce calda e rendeva la vista ancora più appetibile di quanto potessi immaginare. I miei occhi si riempirono di meraviglia. Iniziai a piangere e diressi il mio sguardo verso il mio baba. Lui mi guardò, immobile, con le guance rigate dal pianto, gli occhi stremati dalla stanchezza e le mani sporche del mio sangue. Mi guardò -Figlio mio, sei arrivato alla fine della tua strada, e il mare è qui per accoglierti-. Sentì il freddo attraversarmi il corpo, in contrasto con la sabbia calda che fino a qualche secondo prima mi riscaldava le mani. Sentii i miei sensi affievolirsi. Piano piano il volto piangente di mio padre si sfumava con i colori del tramonto sopra di lui e potevo sentire solo il rumore delle onde che leggere si infrangevano contro la sabbia della costa. Che pace. Dopo lo strazio immane che mi aveva accompagnato in queste ore adesso il mio corpo iniziava a sentirsi finalmente libero ed estremamente leggero. Le sfumature che mi circondavano iniziarono ad affievolirsi per lasciare spazio a una nuova luce bianca e accecante. Sentivo in lontananza la voce di yimmà cantare mentre i gabbiani la accompagnavano con la loro musica. Lì capii. Lì compresi cosa il medico avesse detto a mio padre. Lì compresi perché mi trovassi in quel luogo. Lì compresi finalmente il profondo senso delle parole a cui papà era tanto affezionato. Lì capii di aver percorso la mia strada. Ed ero arrivato. Seguii la voce che mi diceva di raggiungerla e mentre sentivo il mio corpo allontanarsi da me istante per istante, potei finalmente crollare fra le braccia di mio padre che mi strinsero in un ultimo abbraccio.
![]()