Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il Maestro del Cerimoniale Nero” di Carlo Cenciarelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Dovessi vivere anche cento anni, non scorderò mai quella mattinata di giugno in cui mia madre morì.

I nostri ultimi tempi insieme erano stati particolarmente randagi e miserabili. Mia madre lavorava per pochi giorni, quasi sempre come donna delle pulizie; poi, nonostante le promesse, le ripromesse, i giuramenti, tornava inesorabilmente a bucarsi e non si curava più di niente.

Vagavamo da una casettaccia di una stanza, massimo due, a un’altra. Infatti quando capivano  che non avremmo mai pagato l’affitto ci mandavano via. In queste stamberghe trionfava la povertà, il disamore, il disordine: letti sfatti, lenzuola sporche, panni abbandonati ancora cenciosi sulla tavola perché all’improvviso mia madre non aveva avuto più voglia di stirare.

Cibo cattivo: brodaglie, fettine di carne grasse e mezze crude, stomachevolmente sanguose.

Io, da parte mia, presi a ubriacarmi con pessimo vino rosso in confezioni di cartone.

Le nostre notti erano quasi completamente in bianco: dal letto alla tazza del gabinetto, dalla tazza del gabinetto al letto, causa un vomito frequente e irrefrenabile insieme a vari altri problemi.

Probabilmente, almeno una volta, mia madre fu anche violentata. Ricordo che la vidi dalla finestra mentre un tizio dalla carnagione scura, forse un arabo, l’aveva presa per un braccio e la trascinava via con sé strattonandola. Lei strillacchiava ma non le badava nessuno. E anch’io, che fra l’altro mi sentivo piuttosto male, non seppi reagire.

Quella mattina mi svegliai più tardi del solito: ero riuscito a dormire almeno cinque ore.

Ultimamente avevamo trovato una casa con un bella esposizione al sole. Era anche un bilocale e io dormivo nel soggiorno e mia madre nella camera da letto.

Spalancai la finestra: nel piccolo cortile la luce dilagava irresistibile, vagamente allegra.

L’appartamentuccio era immerso in un silenzio strano, quasi irreale. Mi accorsi che non sentivo come sempre la presenza di mia madre. D’istinto, con una certa inattesa, improvvisa concitazione, andai nella sua stanza. Dormiva placidamente. E però c’era qualcosa di troppo sereno in lei. Non sembrava più lei. Non era più lei. Mi rifugiai nella mia, di stanza. Chiusi

la porta dietro di me. Volevo cancellare quello che avevo visto, magari masturbandomi. Ma no. Non potevo farlo. Dovevo riscuotermi, resistere, affrontare le cose. Tornai nel’altra camera.

Accostai l’orecchio alla stanca, pendula mammelluccia sinistra di lei: il suo cuore non batteva più. Mio Dio, era così evidente che mia madre non esisteva più! Abbandonai la stanza dopo aver richiuso la sua, di porta. Dovevo mantenere i nervi saldi. Telefonare all’ufficio onoranze funebri del comune con il quale avrei speso il meno possibile. Mi avvicinai al cellulare ma proprio non riuscivo a prenderlo in mano. Non ce la facevo a staccarmi così da mia madre, tutt’a un tratto, senza nessuna preparazione. Tornai nella sua cameretta. Ora mia madre non mi sembrava più serena come prima. Notai i suoi occhi fissi e vitrei, quella smorfia desolata e sconcia sulle labbra, il mento irrimediabilmente storpiato. Mi feci su di lei. Le tolsi il vecchio pigiama sfilacciato, la canottiera illuridita. La misi nuda come una bestia, come una povera pecora scuoiata. Quel corpo corto, striminzito, ossuto. Quel biancore eccessivo, con tante chiazze giallastre. Fui preso da uno scoramento senza limiti. Mia madre era morta e non sarebbe tornata più! Mi venne voglia di buttarmi su quel corpo, confondermi con lui, scomparire insieme a lui…

Ma fu proprio l’eccitazione nervosa che mi travolgeva a salvarmi. Sentivo irresistibile il bisogno di darmi da fare. Ripulii tutto il suo corpo con una spugna pregna di sapone. Lo risciacquai, lo asciugai, Mi misi d’impegno a cercare i suoi indumenti migliori. Le infilai le mutandine, il reggiseno, una sottoveste, il suo unico collant senza smagliature o strappi. Infine il suo vestito più bello dai colori abbastanza vivaci. Mi accorsi che stavo facendo tutto questo con lentezza, con cura estrema, con una certa, sia pur vaga, solennità. Tentai anche di ricomporlo al meglio

su quel lettuccio a una piazza davvero troppo angusto. Adesso mia madre era pronta.

Molto confusamente sentii che mia madre era pronta.

Lasciai la stanzetta esausto.

Ma vi rientrai di lì a poco. Tornai a osservare mia madre. Mi parve cambiata di nuovo: era infinitamente più rilassata, in un certo modo pacificata. Mi sembrò addirittura che si fosse fatta più bella di quanto mai lo era stata da viva.

Ebbi l’impressione che, alla fine, avesse accettato la sua morte.

Ero colmo d’un’amarezza senza fondo ma non più disperato. La vita di mia madre, tutta scelte sbagliate , – in realtà un rifiuto rabbioso della vita – non poteva che finire presto e proprio in quel modo lì.

D’altronde fu per me consolante anche che fosse morta nel dormiveglia, per un infarto improvviso, e non nelle convulsioni dell’ultima overdose.

Ormai sono passati tanti anni ( allora ne avevo sedici e oggi cinquantadue ) ho fatto tante altre esperienze e sono diventato un professionista di successo. ? mia un’agenzia di esequie funebri molto specializzata.

La gente muore a qualsiasi età e abbastanza spesso per cause del tutto impreviste e talvolta persino ridicole. Il mio mestiere crisi per mancanza di clienti non le conosce.

Fortuna che ognuno, anche a ottanta, a novant’anni, nel profondo dell’animo suo si sente immortale; sente che la sua, di morte, è qualcosa di totalmente inverosimile, qualcosa che riguarda tanti altri ma certo non lui. Solo un malattia grave, dolorosa, incontenibile, distrugge la più benefica e vitale illusione che la natura ci abbia regalato e ci mette davanti alla nostra infinita fragilità…In alcuni casi la rivelazione è così orrenda e insopportabile che si soccombe prima del dovuto…

Comunque, assolutamente senza nessuna pretesa scientifica, basandomi soltanto sulla mia esperienza d questi ultimi anni, posso dire che oggi le morti avvengono soprattutto in due fasce d’età: dai sedici ai ventisette, ventotto anni; e poi, com’è ben più naturale, dopo gli ottanta.

Com’è più naturale…probabilmente non è del tutto esatto. Specialmente da noi, in una situazione in cui è vietato porre freni e tantomeno tabù ai più giovani, questi si sentono più immortali di qualsiasi altro e spesso si giocano tutto con facilità, con noncuranza, con allegria.

E, in qualche caso, perdono tutto.

Io faccio il mio lavoro con passione e mi occupo anche di tanatoprassi. Quasi sempre il trauma della morte è così violento, improvviso e terribile che i corpi ne escono fuori deformi, coi tratti sconciati, con espressioni sui volti atrocemente grottesche e laide. ? indispensabile lavorarci su.

Ho a disposizione un’équipe di tecnici molto esperti: da chi inietta nel sistema arterioso della salma il fluido conservante ( il Fluytan o qualche altro preparato a base di formaldeide) volto a rallentare dai dieci ai quindici giorni la decomposizione coi relativi sgocciolamenti di liquidi organici e le emanazioni di miasmi nauseabondi; a chi prepara il cadavere e vi applica il trucco; a chi si coordina con i necrofori.

Io esercito una sorta di regia generale, mi riservo l’ultimo tocco.

Dicevo che i miei tecnici sono assai abili; però, come la maggior parte degli esperti di oggi, tendono ad aver presente soltanto la parte del lavoro in cui si sono specializzati perdendo di vista la sua efficacia complessiva. Ad esempio chi si occupa di tanatoestetica cede spesso alla voglia di fare il morto troppo grazioso, troppo accattivante. Vorrebbe si dicesse: sembra ancora vivo! E invece no! In tal modo si rinfocolano quei rimpianti che, all’opposto, vanno sedati.

Un buon maquillage funerario deve sempre rendere evidente che quella persona non condivide più il mondo dei vivi.

C’è poi chi mi consiglia di comprare o affittare una casa funebre, la funeral home americana.

Si avrebbe la possibilità di disporre di tutta una serie di sale comode, spaziose, immerse nel silenzio, magari con servizi igienici sempre necessari e stanze più piccole in cui sorbire  una bevanda rinfrancante o fare uno spuntino. Il commiato si svolgerebbe in un’atmosfera rilassata, tranquilla e, insieme, intensa. Tutto vero. Ma migliore delle esequie tradizionali solo in astratto. A parte che una villetta consacrata ai morti ha inevitabilmente qualcosa d’innaturale, di freddo, di macabro, e può suscitare malessere; a parte questo, con la funeral home si perdono almeno due significati simbolici caratteristici del cerimoniale dell’addio.

In primo luogo la sensazione che il morto lasci l’ambiente dove era sempre vissuto per un nuovo  viaggio. In secondo, il fatto che magari casa sua sia immersa nei rumori del traffico, che si sentano abbastanza bene le voci e anche gli strilli degli altri abitanti del palazzo tutti intenti a portare avanti le loro faccende, attesta irrefutabilmente che lui non c’è più ma la vita continua.

? fondamentale che chi è destinato a restare ancora un po’ assapori questi sentimenti.

Infatti so bene che scrivendo ciò che sto scrivendo verrò accusato di necrofilia. Ma non è vero: solo in apparenza mi occupo di morti, in realtà tutto ciò che faccio è dedicato ai vivi.

Assodato allora che, una volta che il cadavere è pronto in agenzia, mi spendo senza riserve perché sia riportato nella sua abitazione e lì si svolga tutto, mi permetterò di fare due esempi.

Era morto un professore d’italiano che aveva sempre  insegnato in uno dei più prestigiosi licei classici di Roma. Ormai un ex- professore, avendo egli compiuto già da qualche mese novantatré anni. La moglie mi raccontò che si era intestardito nel voler rivedere su schermo grande un film in bianco e nero che aveva amato più di cinquant’anni prima : L’Ultimo Spettacolo di Peter Bogdanovich. Poiché spesso la vita imita l’arte , quello era stato davvero l’ultimo film a cui si era appassionato. Faceva parte d’una retrospettiva e l’unica proiezione si svolgeva alle otto e tre quarti di sera che divennero facilmente le nove. Eravamo in gennaio, il film durava due ore; quindi il vecchio, gravemente cardiopatico, passò dal caldo smodato, quasi soffocante della sala  al gelo violento e acuto della stradetta del centro dove si trovava il cinema. Lo colse un ictus cerebrale. Riuscì persino a montare su un autobus ma qui si accasciò pesantemente, perdendo conoscenza.

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