Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Metamorfosi” di Maria Laura Antonini

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Neppure una volta, neppure per sbaglio, Elena non si era più vista nuda. Fuggiva il riflesso dello specchio quando faceva la doccia, le vetrate delle piscine, l’immagine che avrebbero voluto restituirle le superfici lucide o polverose delle cabine di legno lungo la spiaggia. Era stata abile, per tutto quel tempo, aveva vinto sempre lei sullo specchio. Da quella sera di dicembre di un secolo prima, da quando Enrico aveva smesso di guardarla, aveva smesso di farlo pure lei. Si era spogliata certo, molte volte, in tante occasioni, davanti a donne e uomini differenti. Per piacere, per necessità, per errato calcolo a volte, o per stupidità, semplicemente. “Prego si accomodi” le aveva detto l’ultimo ginecologo, “Allarghi le gambe e le appoggi sui sostegni di ferro”.

Elena aveva ubbidito e girato la testa da un lato come faceva sempre quando le frugavano là dentro. Aveva avvertito nitidamente il respiro, affannoso ma controllato, dell’eccitazione del medico, il fastidio che le provocava l’inutile protrarsi di quell’ispezione, il molesto indugiare di quelle mani avvizzite dentro il suo corpo, ma aveva sorvolato ad ali distese sul senso di nausea, come al solito. Del suo corpo non le importava più nulla, le bastava fosse sano, non poteva più permettersi di pretendere fosse anche rispettato. Scacciato il disagio, si era rivestita con cura, aveva ritirato il referto, sorriso e salutato. Quel vecchio avrà pensato che non si fosse accorta di nulla o che magari le avesse fatto pure piacere. Animale. Ma tanto, da quella sera a casa di Enrico non si era più riuscita a guardare nuda. Era dicembre, aveva quarantotto anni, Enrico dieci meno di lei ed era stato quello il momento in cui si era sentita, per l’ultima volta, straordinariamente bella. Poi tutto era cambiato. Aveva scelto. Aveva capito. Aveva dimenticato.

Credeva.

Aveva deciso che la passione di un uomo per il suo corpo non poteva bastare a farle inghiottire l’umiliazione delle sue fughe subito dopo averla voluta, pretesa, cercata, amata. Perché Enrico, con il corpo di Elena faceva così: mentiva, continuamente, ostinatamente, ripetutamente, seguendo un copione talmente studiato, digerito, interiorizzato da essere destinato ad infinite repliche. Simulava un desiderio così forte, così potente, così indispensabile alla sua stessa sopravvivenza che non poteva non amare anche lei, in fondo, l’unica legittima proprietaria. Questo pensava Elena e sbagliava. Stupidamente. Per Enrico il suo corpo era il solo, esclusivo, dannato, obiettivo. Raggiungeva il suo scopo, sfogava i suoi istinti, le regalava attimi nei quali l’amplesso di due esseri viventi nudi sfiorava la musica, l’arte, la letteratura e poi spariva in preda ad incomprensibili sensi di colpa. Scappava, come un ladro, come un rapinatore, farfugliando qualche scusa penosa e senza senso a cui Elena aveva voluto credere. Per anni. Forse era stata costretta a credere, si ripeteva spesso, perché in quel deserto di assenza, in mancanza di qualsiasi altra forma di contatto emotivo, senza neanche il briciolo di una relazione che potesse dirsi umana, anche solo per un istante, il contatto con il corpo di Enrico le appariva l’unico modo per restare viva. Stupida, una volta ancora.

Enrico sapeva mentire ma non con le parole, Elena se ne sarebbe accorta prima, sapeva mentire con lo sguardo, con il tremore della voce, con le lacrime che gli appannavano gli occhi belli quando tornava a cercarla, sapeva mentire con il suo di corpo per impossessarsi di quello di lei, per succhiarne il sapore e poi lasciarlo lì in una camera d’albergo affittata ad ore, come si abbandona il guscio di un crostaceo vuoto in un piatto. Elena poteva avvertire nitidamente dal rumore della porta che sbatteva, dal tonfo secco delle corde dell’ascensore che saliva al piano, dalla fuga precipitosa e dai silenzi terribili dei giorni successivi, la leggera nausea di Enrico, il lieve disgusto che provi quando ti alzi da tavolo dopo aver mangiato il pesce toccandolo necessariamente con le mani. Nessuno gli aveva portato acqua profumata con foglie di alloro e scorze di limone, nessuno gli aveva offerto neanche le salviettine umidificate vendute a quattro soldi negli autogrill e per questo lui scappava, carico di nausea e disgusto. Lei era questo. Un guscio vuoto che era stato polpa deliziosa di astice o di aragosta o di pannocchia di mare, ma ora, abbandonata su quel letto, di lei restava solo involucro vuoto, sapore amaro e quell’odore insopportabile. Bisognava svuotare presto il secchio, chiudere bene il sacchetto di plastica riciclabile al 99% e poi gettare tutto nel bidone dell’umido.

Per questo Enrico scappava, perché l’odore di pesce lasciato nel piatto anche solo un minuto più del necessario a divorarlo, gli era insopportabile. Il corpo di Elena, debitamente svuotato, era stato buttato nel secchio dell’umido per otto lunghi anni, fino a quella sera di dicembre. Lui l’aveva cercata, invitata, voluta con la brama di sempre e lei, consapevole fino all’ultima delle sue cellule, che stava andando incontro all’ennesimo crudele banchetto, aveva risposto all’invito, una volta in più. Cosa vuoi che sia una volta in più rispetto alle mille altre volte in cui aveva detto si, cosa sarebbe cambiato? Quindi di notte, con la sua carcassa tirata a lucido, fresca, profumata, accogliente e il cuore a pezzi come sempre, si era messa in macchina e lo aveva raggiunto in uno dei tanti posti squallidi in cui lui l’aveva convocata con scarsissimo preavviso e lei era stata sempre capace di andare, solo per sentire su di sé il desiderio di quell’uomo e sentirsi viva, un’ultima volta, un attimo prima di morire di nuovo come era sempre successo. Aveva guidato nella nebbia di un novembre impietoso, lungo le strade della sua Emilia quella che, d’estate per il caldo, strozza la gola alle rane e che ora le metteva di fronte un muro lattiginoso e compatto da farle perdere l’orientamento, la testa no, quella l’aveva già perduta da un pezzo ma che sembrava dirle non andare, torna indietro.

Ma Elena non l’ascoltò, non le diede retta, era bella quella sera, straordinariamente bella e sentiva la sua terra di cibo motori, lusso e balere amica, nonostante la nebbia, incoraggiante, nonostante quella voce insistente e l’angoscia del piano padano. Non aveva più visto Enrico, da qualche mese ormai, e questo l’aveva aiutata a riprendere un po’ di peso, a dormire qualche ora in più, a far si che il suo corpo diventasse di nuovo frutto maturo e pronto per essere addentato. Si era presentata così alla sua porta, pronta per essere sbranata ancora una volta, lucidamente. Poi però c’era stato quello scricchiolio leggero, poco più di un brivido di esitazione, un ombra nello sguardo di quell’uomo che le aveva fatto perdere anche l’unica misera cosa che aveva saputo darle nel buio oscuro di quegli anni. Enrico aveva ricevuto una telefonata e una voce femminile doveva avergli spento la passione, insinuato un senso di colpa. Aveva farfugliato qualcosa, citato un paio di nomi di donne che Elena non poteva ricordare, ne aveva sentiti talmente tanti, come avrebbe potuto? E poi lo aveva visto, nudo, come era successo tante volte, ma questa lo aveva visto sul serio.

Esile, piccolo di statura, pochi capelli e una perenne barba che cominciava ad incanutirsi ma che si ostinava a far crescere con l’illusione di mascherare la calvizie incipiente. Il torace stretto, senza punto vita, che proseguiva lungo le gambe magre. Il corpo di un lombrico, di un celenterato senza guscio che improvvisamente non le suscitava più nessuna forma di attrazione né fisica, né emotiva, né cerebrale. Di colpo era lei a vedere il corpo di Enrico, squallido come le sue scuse, come i suoi silenzi. come le sue fughe. Santoddio era anche brutto. Come aveva potuto non accorgersene? Come aveva osato darsi in pasto ad un verme simile per tutto quel tempo. Si rivestì in fretta sfiorandosi con le dita le gambe forti, i fianchi torniti, il ventre morbido e accogliente. Si infilò il reggiseno guardando compiaciuta l’immagine di se stessa nello specchio piccolo di quel misero appartamento.

Doveva scappare, doveva farlo lei questa volta e correre veloce e non tornare più indietro. Aveva deciso, aveva eseguito. Mesi e mesi di persecuzioni telefoniche a cui non aveva dato risposta, regali per i quali non aveva mai ringraziato, email lunghissime cariche di rimpianto. Elena aveva congelato tutto, riponendo con cura negli appositi sacchetti freezer ogni richiesta che proveniva da quell’uomo. Aveva riempito un congelatore intero e quando non era stato più sufficiente si era rivolta ai ghiacciai, alle nevi eterne e aveva lasciato tutto lì sotto, fidando che il cambiamento climatico fosse andato un pochino più lento della sua assoluta e prepotente volontà di rinascere. Ora poteva vederlo chiaramente, per tutto quel tempo si era venduta, non per amore -e già sarebbe stato gravissimo- ma per uno sguardo di ammirazione che da allora non aveva più cercato in nessun uomo, in nessuna donna, in nessuno proprio. Il corpo era suo ed esisteva e resisteva anche se non entrava nel cono di luce e di attenzione di un altro essere umano. Esisteva per lei, per farla ancora sentire viva, affrontare le lunghe camminate in montagna, la fatica di certe arrampicate, il freddo delle nuotate al primo contatto con l’acqua gelida del mare di marzo. Il suo corpo esisteva anche se nessuno lo guardava, anche se nessuno lo avesse più guardato per il resto della vita. Aveva smesso anche lei di guardarlo, di analizzarlo, di criticarlo, però lo sentiva, ne sentiva sempre il vigore e la forza che emanava. Non sapeva quanto ancora sarebbe durato ma per tutto il tempo che l’Universo le avrebbe concesso, lei sarebbe stata grata, infinitamente grata e riconoscente, profondamente riconoscente.

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