Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Eden” di Sabrina Isabella Cosso

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

C’era una cittadina dove non accadevano più fatti gravi da molto tempo, non perché gli uomini fossero diventati migliori, ma perché avevano imparato a essere “corretti”.

Era stato sorprendentemente semplice: un intervento rapido, quasi indolore, capace di agire sui geni, sulle connessioni profonde del cervello, sulle pulsioni che per secoli erano state considerate inevitabili. Bastava spegnere il desiderio sbagliato, attenuare l’eccesso emotivo o raddrizzare ciò che tendeva a deviare e in questo modo la colpa perdeva consistenza diventando un errore archiviato, una condizione non più presente. Togliendo una pulsione, il resto si sarebbe sistemato di conseguenza.

Il passato, nella città giusta, non aveva più valore. La pace non era altro che una lunga rimozione collettiva.

Anteo attraversava ogni mattina le stesse strade ordinate, accompagnando suo figlio Kore a scuola. Osservava le case tutte simili, dipinte con colori studiati per non disturbare, scelti per non creare contrasti od ombre emotive. I giardini erano perfettamente ordinati. Le persone calme, come se qualcuno avesse abbassato il volume del mondo.
Teneva la mano del bambino un po’ più stretta di quanto fosse necessario, come se temesse che potesse sfuggirgli, o peggio, che potesse adattarsi troppo facilmente a quel mondo così impeccabile.

Davanti al cancello della scuola c’era quasi sempre anche lui.

Adam era diventato una presenza abituale, una di quelle figure che finiscono per sembrare naturali proprio perché nessuno le mette più in discussione. Parlava con gli altri genitori, sorrideva, si rendeva utile, incarnando alla perfezione ciò che la città considerava un successo del sistema: un uomo che aveva fatto qualcosa di imperdonabile e che ora, dopo la correzione, non era più quell’uomo. Era stato malato ma ora non provava più nulla di ciò che lo aveva spinto a fare ciò che aveva fatto. 
E quindi, secondo ogni parametro disponibile, era innocente.

Anteo lo osservava da lontano, con una tensione costante nel petto, una rabbia che non riusciva più a distinguere dal dolore. Non temeva che potesse accadere di nuovo qualcosa. Gli avevano spiegato fin troppo bene che non era possibile. Ciò che non riusciva ad accettare era che qualcosa fosse già accaduto, e che il mondo avesse deciso di trattarlo come un incidente risolto, come una macchia rimossa con sufficiente perizia. Avevano scoperto come cancellare il male senza mai guardarlo e lo chiamavano progresso.

La città proteggeva l’infanzia togliendole la memoria. Eppure da quando Adam era stato riportato in città, Anteo si era accorto che Kore aveva smesso di dormire con le mani aperte. Prima si abbandonava al sonno come fanno solitamente i bambini, con le dita molli e il corpo disordinato. Ora quelle mani le teneva sempre chiuse, come per difendersi o come se temesse che qualcuno potesse prendergli di nuovo ciò che era suo. I medici avevano detto che non era un sintomo rilevante.  Il corpo, spiegavano, impiega più tempo della mente ad adattarsi. Certo dopo l’intervento di riduzione traumatica non faceva più incubi.       
Non ricordava più quel volto che alitava su di lui o quelle mani che gli coprivano la bocca.       
Non faceva più domande difficili.           
Aveva imparato a sorridere nel modo in cui i bambini di quella città dovevano fare.

«Papà» disse un giorno con la naturalezza con cui si ripetono concetti appresi «oggi Adam legge una storia in classe. La maestra dice che è importante ascoltare chi è guarito e sentirsi felici per lui»

Anteo sentì il bracciale stringergli il polso con una vibrazione lieve, appena percettibile. Un avvertimento. Un invito al controllo e alla calma.

Non rispose subito. Guardò il figlio e si chiese quando esattamente il dolore fosse diventato qualcosa di superfluo.

Adam intanto era ovunque. Alla mensa scolastica come volontario, alle assemblee cittadine, alle feste di quartiere illuminate da luci morbide e musica lenta. Sempre rispettoso, sempre misurato, sempre dentro i confini consentiti. Non faceva nulla di sbagliato, mai, e proprio per questo diventava impossibile da sopportare.

La facilità con cui tutto era stato cancellato era ciò che logorava Anteo giorno dopo giorno. Un intervento, una riscrittura del corpo, una correzione delle pulsioni e il male smetteva di esistere, non perché fosse stato compreso, ma perché era stato neutralizzato. Come se bastasse spegnere un interruttore per rendere il mondo giusto, per riscrivere la colpevolezza o l’innocenza.

Anteo iniziò a parlare, all’inizio con cautela, poi con sempre meno attenzione alle conseguenze. Non urlava, non accusava apertamente. Diceva solo ciò che non avrebbe dovuto dire:

Che ricordava cosa aveva fatto Adam.   
Che non tutto può essere corretto.        
Che il dolore non è un errore.

La città lo ascoltava con pazienza, quella pazienza riservata a chi manifesta un disagio non più necessario.
Il mondo non chiedeva giustizia, chiedeva silenzio.         
Intanto il suo bracciale segnalava anomalie sempre più frequenti: rabbia persistente, ostilità latente, incapacità di adattamento.

Quando venne convocato per discutere del suo stato emotivo, la consulente gli parlò con tono gentile, spiegandogli quanto fosse semplice porre fine a quella sofferenza. Un intervento breve, gli disse. Avrebbero alleggerito il carico emozionale, attenuato la rabbia, riportato equilibrio.

«E quello che ha fatto?» chiese Anteo.

La risposta fu immediata, priva di esitazioni.

«Non è più rilevante perché non potrà mai più rifarlo. Questo è ciò che conta»

Fu allora che Anteo capì che il problema non era Adam. Il problema era che lui continuava a sentire.             
Lui non odiava quell’uomo perché esisteva. Lo odiava perché ogni volta che lo vedeva sorridere accanto ai bambini sentiva il ricordo tornargli addosso con una precisione crudele: il silenzio di suo figlio, il modo in cui aveva evitato il contatto, la voce diventata improvvisamente adulta.

Tutte cose che il mondo aveva dichiarato superate.

La sua rabbia non era violenza ma un lutto senza funerale.

La sera della cerimonia cittadina, quando Adam ricevette un riconoscimento per il suo impegno con i bambini, Anteo si alzò in piedi senza averlo davvero deciso. La piazza era piena di applausi, di fiori, di sorrisi convinti.

«Non è giusto» disse.

Questa fu la goccia che fece traboccare quel vaso fatto di finta perfezione e ipocrisia. Certamente non furono le sue parole bensì le emozioni nascoste dietro a quelle parole a causare un problema. Era ormai palese che non si sarebbe adattato al nuovo mondo.

Non lo arrestarono con violenza. Gli offrirono aiuto, ancora una volta. Gli dissero che avrebbero potuto correggerlo per restituirgli la serenità. Persino suo figlio lo guardò con una calma che gli fece più male di qualsiasi ferita. «Fallo, così non starai più male, proprio come me» disse.

Anteo rifiutò. In un mondo che aveva deciso di non provare più nulla, il dolore era l’ultimo atto di resistenza.
Ma in quel rifiuto divenne colpevole.

Venne allontanato, isolato, classificato come instabile. Non per ciò che aveva fatto ma per ciò che insisteva a provare in un mondo che non ne aveva più bisogno.

Dicono che la città sia ancora bellissima.            
Adam continua a viverci, integrato, rispettato, presente.             

Un giorno una nuova famiglia arriva, una bambina scende dall’auto stringendo lo zaino con entrambe le mani. Adam si avvicina con il sorriso che tutti conoscono.

«Benvenuta. Qui sei al sicuro»

La bambina lo guarda, poi abbassa gli occhi.

Il bracciale non segnala nulla.   
Nessun impulso.            
Nessuna colpa.

E da qualche parte, lontano dalle case ordinate e dai colori gentili, c’è un uomo che ricorda ancora tutto con le mani vuote e il cuore colmo di ciò che nessuno vuole più vedere.

In quella città le colpe non hanno valore perché il male non esiste più.

Esiste solo dentro quelli che non riescono a dimenticarlo.

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1 commento »

  1. Un racconto davvero toccante! Complimenti!

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