Premio Racconti nella Rete 2026 “Malita” di Alessandro Ferraro
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026C’è vento, c’è silenzio. Mi accoglie qualcosa di bianco. La bella abitudine di lasciare ad asciugare le lenzuola sui terrazzi. Sono tante, sono vive. Le attraverso alla cieca, scostandole con cautela. Procedo lentamente, mi faccio sentire per non spaventarla. Eccola lì. Ispanica, una trentina d’anni, capelli lunghi lisci nervosi al vento, le coprono in parte il volto. Non vedo i suoi occhi. È minuta, magra, ben fatta.
È seduta sul bordo del terrazzo. Mi ha sentito e si volta di profilo, appoggiandosi a una canna fumaria con il comignolo eolico che ruota come un girofaro improvvisato. Il lato destro della donna è completamente esposto al vuoto. Non mi guarda, ma sa che ci sono. Mi fermo a circa sei metri. Dietro di me ho le lenzuola che ondeggiano. Tiene una mano all’interno del cornicione, abbandonata; l’altra ha in mano una sigaretta. Forse mi aspettava, buon segno. La sigaretta è appena accesa. Quello è tutto il tempo che ha deciso di concedermi.
-Ciao Malita. Posso chiamarti così?
Non risponde, non si volta. Ci vuole qualcosa di meglio questa è una frase del cazzo da accademia, per lei ci vuole qualcosa di meglio. Faccio un passo, forse non mi ha sentito, sono a cinque metri.
-Malita.
Si volta, ma non mi guarda. Non va bene. Non va bene qui. Devo portarla da me, vederla in un altro posto. Via il comignolo, diventa un vecchio leccio solitario. Via il terrazzo, diventa un campo di grano appena mietuto. Estate. Tra il giallo si intravede il nero della terra. Della mia terra. Anche qui c’è vento, quello tiepido e leggero dei campi. Ora va meglio. La sua mano è abbandonata sull’erba, porta l’altra alla bocca dà una boccata alla sigaretta e io sento il rumore di una vanga che svelle una zolla.
-Questa è mia, Sasha.
Mi volto, un uomo grosso e scuro mi guarda e lascia cadere di lato la terra nera. Vedo solo l’azzurro dei suoi occhi.
-Che vuoi, Didusj?
-Stavolta non ce la fai, come non ce l’hai fatta con noi, Sasha. Ci hai lasciato qui a morire.
-Sta zitto.
Incide la terra, questa volta più violentemente.
Un’altra boccata per lei, meno tempo per me.
-Zaporizhzhia è caduta, i campi di grano sono tutti minati. Sai cosa hanno fatto a tua nonna quando sono entrati?
-Ora sta zitto, nonno!
-Con chi stai parlando?
-Si è voltata e mi guarda come se fossi in ritardo di una decina d’anni. Ma continuo a non vedere gli occhi.
–Hablo con la muerte.
-Come è fatta?
–La mia o la tuya?
-E che differenza c’è
-Oh, molta. La mia abita in un paese lontano, devastato dalla guerra. Ma a volte mi viene a trovare e mi racconta di come va laggiù.
-Ma l’hai chiamata nonno.
– Si chiamava Vasyl.
-È morto?
-Sono tutti morti in un bombardamento.
-Neanche tu sei di qui.
-No, siamo venuti qui che ero bambino.
Un’altra boccata alla sigaretta. Restano due tiri. Devo sbrigarmi. Non sento più la vanga. Il vento rinforza.
-Tu che ci fai qui?
-Qui? In questo paese?
-No, su questo terrazzo.
-Fumo el último cigarrillo. ¿Y tú?
-Fumo el penúltimo, me ne dai una?
Distende il braccio destro sul ginocchio e mi lancia fiaccamente il pacchetto con la sinistra. Poi la abbassa di nuovo ma stavolta si aggrappa leggermente al bordo del cornicione. Il pacchetto finisce a due metri da me. Con la scusa mi allungo e mi avvicino ancora un po’.
-Guarda che se fai un altro passo salto.
-Mi accendo la sigaretta e basta.
-Perché la penultima? Hai deciso di farla finita anche tu?
-Col fumo, si. Prima o poi.
-Anch’io.
Mi accendo la sigaretta, non è facile con questo vento ma è sempre tempo in più che spero di rubare al vuoto che non vede l’ora di divorare tutto. La scena la diverte, sento che ridacchia.
-Però non mi hai risposto.
-In che senso?
-Non mi hai detto che ci fai qui.
-Che importanza ha.
-Oh, sì che ce l’ha.
-L’hai capito che qualsiasi cosa tu dica io salterò appena ho finito la sigaretta, no?
-Sì che l’ho capito.
-E allora?
-Allora quello che tu non hai capito, è che io non sono qui per farti cambiare idea.
Mi guarda. Vedo i suoi occhi. C’è una vena di rabbia, finalmente. La rabbia è come quando da bambino mescolavo i colori tutti insieme. Veniva sempre fuori lo stesso colore di merda. Poi buttavo via tutto. Come vorrebbe fare lei con la sua vita. Ora devo stare zitto e lasciare che si arrabbi con me.
–No entiendo. Quindi ¿che coño estas haciendo aquí, cabrón?
-Sono qui perché ho fatto una scommessa col nonno.
–Hijo de puta. Quindi non te ne frega un cazzo di me, como a todo el mundo. Neanche a quelli là sotto frega di me, stanno tutti aspettando di vedere come va a finire ¿verdad?
-Te l’ho detto, è per la scommessa. Ho scommesso col nonno che ha torto.
Ultimo tiro, fino al filtro. Adesso o butta la sigaretta e mi guarda o si butta. Me la faccio sotto ma devo restare calmo, fermo. È tutto qui. Abbassa la testa. La mano della sigaretta resta vuota, pericolosa, ma la porta alla fronte. L’altra è aggrappata al cornicione con le vene gonfie. Bisogna che mi decida a mettere gli occhiali non ci vedo più tanto bene.
-Torto su che?
– Che abbiamo tutti un destino già scritto. Che non ha senso lottare.
-Tu come la pensi?
-Io scommetto che c’è tempo, c’è ancora tempo per scegliere. E ti vedo in un posto diverso, lontano da qui, sotto un albero in mezzo a un campo di grano appena mietuto, mentre la brezza, viterets la chiamiamo noi, ti accarezza la pelle. Qui comincia a fare freddo. Ti posso insegnare un’ultima cosa prima che cali la sera, una cosa che non hai mai fatto prima. È una cosa strana che mi capita di fare tutte le mattine. Vuoi?
-Fa freddo, sì.
-Vorrei che tu pensassi a quelle riprese in cui le nuvole si muovono velocemente. Più veloci del vento, cambiando forma. Le hai presente?
-Sì, le nuvole
-Bene, mentre pensi a questo devi muoverti come se fossi in acqua, come se fossi in fondo al mare e potessi respirare. Le nuvole corrono veloci mentre tu ti muovi lentamente e ti volti verso di me. Pensi di poterlo fare?
-Sì, non lo so, penso di sì.
-Bene, cominciamo. Malita. Con calma, io non mi muovo. Sei sott’acqua e vieni verso di me come quando eri piccola e non sapevi ancora camminare. Guarda me. Ce la fai.
-Sì.
-Io ti aspetto qui, ancora un passo. Prendi la mia mano.
Eccola, la sua mano fredda. Piano, ci alziamo in piedi, ci avviamo verso la porta. Ci lasciamo alle spalle il muro bianco. La sua mano ha ricominciato a sudare, o forse è il mio calore che la scioglie e me la fa scivolare via.
Si getta verso le lenzuola e io dietro, ma è già troppo distante e l’angoscia la rende finalmente tutt’uno con quel vuoto che vince, che vuole vincere. Non posso più raggiungerla, lo so in un unico breve istante di disperazione. Ora è solo un’ombra distorta oltre le lenzuola scosse dal vento che la afferrano come fossero le mani di una madre e le impediscono di fare un passo in più. Si divincola, riesco ad agguantarla e la tiro a me, ancora avvolta dal profumo e dal pianto che la percuote come un massaggio cardiaco. Abbraccio questo piccolo Lazzaro avvolto da un sudario pulito e asciutto, e lei mi stringe forte. Non vedo il suo volto che si intuisce da sotto il lenzuolo, percepisco l’odore del suo alito che sa di tempo vecchio, di quell’ultima sigaretta che ci ha dato ancora tempo. Quanto tempo, chi lo sa.
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Bello questo racconto e anche l’ambientazione, che a me ha ricordato il terrazzo della giornata particolare di Scola. Anche qui due solitudini fuori posto in un presente indifferente o addirittura ostile. È resa bene la fragilità e l’incertezza del risultato, anche se il riferimento a Lazzaro fa pensare ad una rinascita. Trovo giusta la scelta di non appesantire la narrazione con il passato delle storie personali e di lasciare spazio alla tensione presente, alle immagini e alle sensazioni, molto “aeree” fra vento, nuvole e fumo. Mi è piaciuto, in bocca al lupo!
Il racconto mi ha coinvolto fin dalle prime righe grazie a una situazione narrativa forte e a una tensione che non si allenta fino alla conclusione. Non ho compreso completamente alcuni elementi simbolici, in particolare il rapporto con il nonno, il riferimento all’Ucraina e alcune immagini legate al campo di grano, ma in questo caso il non detto non compromette la lettura. Al contrario, contribuisce a creare un’atmosfera sospesa e inquieta. Ho avuto la sensazione che dietro la vicenda ci fosse una storia più ampia che rimane in parte nascosta, e forse avrei gradito qualche appiglio in più, ma la suspense e la forza della scena centrale hanno mantenuto vivo il mio interesse fino alla fine.
Grazie Marco, grazie Roberto per i vostri commenti molto stimolanti e apprezzati. Non ho avuto modo di rispondere subito.
Marco grazie per il riferimento al film di Scola che ho avuto modo di rivedere e riapprezzare da poco, anche se ho un affetto particolare nei confronti delle lenzuola lasciate (ovunque) ad asciugare.
Roberto, si hai ragione c’era talmente tanto di più che ho preferito solo accennare. Il nonno, la terra il grano, per me sono solo immagini. Non amo i simboli.
Viva!