Premio Racconti nella Rete 2026 “Per – corso Giovanni Falcone” di Stefano Milazzo
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Giovanni Falcone, per me era un personaggio del tutto sconosciuto all’epoca del 1978, quando giunto a Palermo, per rimanerci per tre mesi, ne iniziai a conoscerlo di nome e di fama.
Era il periodo previsto ed obbligatorio per chi come me era risultato essere vincitore di una borsa di studio.
Ero infatti uno dei selezionati del concorso, per l’accesso ad una borsa di studio indetto dalla più grande azienda Siciliana, e per questo motivo era prevista una permanenza ed una frequenza obbligatoria a Palermo fatta di lezioni giornaliere formative. Ed io appunto ero uno di questi sessanta borsisti vincitori.
Atterrai all’aeroporto di Punta Raisi i primi di settembre del 1978 giovane ventenne come si dice di belle speranze, del tutto privo di esperienza, non solo lavorativa, ma di vita.
Questa terra: la Sicilia, era per me una nuova scoperta, imprevista ed imprevedibile, tutto mi avvolgeva con gli odori, i rumori, la natura e la cultura delle sue opere d’arte.
Tutte queste cose e sensazioni erano per me completamente diverse da quello che avevo già visto, vissuto e conosciuto a Milano ed a Roma. Tutto era sorprendentemente nuovo ed inaspettato.
Mi aveva colpito il caos della città di Palermo, il rumore assordante dei clacson suonati di continuo, le frenate, i rombi dei motori erano stordenti, lo scivolare delle gomme dei pneumatici era anche diverso, perché anche l’asfalto delle strade era diverso dalle conosciute città, eppure in questo Kaos disordinato, il movimento del traffico, continuato ed ininterrotto, sfilava all’infinito.
E poi c’era questo cielo azzurro di Palermo che mi affascinava, sembrava che con le sue nubi essere cosi vicino alla terra, che quasi dava l’impressione che si potesse toccare con un dito.
Non ho mai capito come potesse essere possibile, forse l’aria, in questo punto della terra dell’Italia fa come da lente, avvicinando il Cielo agli abitanti di questa città. Erano queste al momento le mie prime scoperte.
Il per- corso. Il luogo dove si tenevano le lezioni giornaliere che ci formavano non erano distanti dal centro della città, ed è durante una prima giornata di lezione in aula che mi raggelai.
Ignaro di tutto, rimasi frastornato da quell’assordante ululato di sirene della polizia che d’improvviso squarciò il silenzio dolente ed annoiato di quella prima giornata di lezione.
Tutti noi, non siciliani (detti continentali)… e non palermitani, rimanemmo fermi ed immobili alle nostre sedie con tavolino, guardandoci l’un l’altro increduli.
Quell’ululato straziante di sirene non finiva mai, era come si prolungasse e seguisse un percorso nel tempo ma era anche come non si allontanasse mai nello spazio. Quelle sirene della polizia apparivano diverse da quelle che si sentivano in continente e sembravano essere lì dentro quella stanza tanto si sentivano così forti.
Fermi e disorientati ricordo che rimanemmo, tutti noi (novizi siciliani) quella prima volta, che così le sentii. Tutto sembrò per un attimo fermarsi, non solo in quella stanza, che mi sembrò in tutta la città. Non si udivano più clacson suonare o freni fischiare e neanche i rumori cittadini. La città faceva spazio a questo passare veloce delle macchine della polizia.
Ricordo che un ragazzo palermitano che mi era accanto, mi disse …”non ti spaventare è il giudice Falcone con la sua scorta che si muove e che dalla sua casa va al suo ufficio di lavoro…” infatti era quello il segnale che tutta la città sentiva ed aspettava tutti i giorni. Sapeva ed aspettava che il giudice Falcone uscisse di casa e si dirigesse al suo posto di lavoro: nel suo ufficio giudiziario presso il Tribunale di Palermo.
Sembrava attenderlo ed accompagnarlo in questo dolente e straziante tragitto scandito da queste urla di sirene per un tempo che sembrava infinito intenso ma breve, dove la città si fermava e faceva passare il giudice e la sua scorta, quasi trattenendo il respiro fintanto che le sirene non si spegnessero. Allora tutti noi, la città intera ed il suo Kaos riprendevano a correre, la città riprendeva a respirare, i clacson a suonare , i freni delle macchine di nuovo a stridere sull’asfalto.
Scoprii in seguito che il percorso del Giudice era tutto sommato un tragitto breve da fare in auto, ma solo chi conosce il traffico impazzito di Palermo può sapere che ci si può rimanere imbottigliati anche per ore in un ingorgo cittadino. Ma per il giudice Falcone questo non poteva e non doveva accadere…doveva gioco forza, in un percorso ogni giorno, sempre diverso, raggiungere nel più breve tempo possibile e con nessuna interruzione o fermata il suo ufficio nel Tribunale di Palermo.
I Palermitani lo sapevano che le macchine della sua scorta dovevano solo correre.
Ricordo che perfino l’insegnante era costretto ad interrompere la lezione in quanto l’assordante ululato delle sirene della sua scorta sovrastavano qualsia altra voce anche in quella stanza. E così il tempo e lo spazio sembravano fermarsi in quel momento, tutti i giorni, per ogni suo movimento casa – ufficio, o ufficio – casa il tempo e lo spazio di questa città sembrava essere scandito da questo movimento. Il silenzio che d’improvviso calava, era il segnale che il giudice aveva raggiunto la sua meta. Era come se tutti e l’intera città trattenessero il fiato… E la vita che poco prima sembrava interrompersi di tutta la città di Palermo, riprendeva come dopo un fermo immagine. Riprendeva a respirare. Ma per il Giudice Falcone questo voleva dire essere un rischio fatale, quindi non solo già da tempo gli avevano assegnato una scorta di tre auto blindate, ma i suoi spostamenti erano programmati nel fare in modo che potesse arrivare al Tribunale evitando qualsiasi eventuale fermata. Pertanto non solo l’urlo delle sirene avvisava tutti gli automobilisti che dovevano fermarsi ed accostare ma che era meglio per loro di togliersi dai piedi negli incroci, perché la città lo sapeva queste macchine non si sarebbero mai fermate se non alla meta. Perché non solo le tre auto correvano a tutta velocità, ma anche i semafori si bloccavano per favorirne il suo passaggio. Quei lunghi interminabili silenzi segnati dall’urlo straziante di quelle sirene finivano improvvisamente dopo qualche lunghissimo minuto, era quello il segnale che il Giudice Falcone era giunto a destinazione. Tutta la città che si era bloccata, fermata nel suo respiro, riprendeva il suo caotico vivere, era come se tutti in quei minuti avessero trattenuto il fiato…il proprio respiro attendendo di poterlo riprendere. E’ così che avveniva anche in quella stanza di studio ogni giorno di lezione, uno riprendeva a respirare…quando le sirene si ammutolivano e l’insegnante riprendeva a parlare e tutta la città era come si riavviasse da uno stop – motion.
Ricordo che il Giudice abitava in un enorme condominio anch’esso fiancheggiato da enormi palazzi alti in media una decina di piani ed aveva un largo marciapiede davanti al suo ingresso, che aveva facilitato il poter posizionare non solo una garitta militare dietro dei sacchi di sabbia che permettevano di presidiare il portone di casa notte e giorno con uomini ed anche con dei mezzi militari. A mo’ di trincea c’era anche una mitragliatrice con un soldato che sembrava essere o forse era un carabiniere in tuta mimetica. La gente passava larga ed in fretta davanti a tutto questo…Ogni giorno a Palermo non erano il suono delle campane che scandivano le ore, ma erano queste sirene…che ne scandivano il tempo ed il suo fiato. Allora in continente come veniva definita la penisola dai siciliani, della mafia non si conosceva nulla ancora e né tanto meno i più conoscevano il Giudice Giovanni Falcone, troppo confuse e lontane erano ancora le notizie e la Sicilia, non solo da me ma per tutti era una terra sconosciuta e misteriosa. Al contrario per me erano state quelle sirene delle macchine della sua scorta a farmi conoscere il Giudice Giovanni Falcone.
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