Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Sotto il tiglio” di Enrico Rossi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Come mai questa nebbia improvvisa?”, mi chiedo tra me e me subito dopo aver imboccato l’ultima curva all’uscita dal borgo. “Forse le luci e i lampioni davano l’illusione che ci fosse meno foschia. Per quello in paese la visibilità era molto migliore”, continuo a pensare, cercando di dare un senso a quel fenomeno.

“Ormai non vale la pena tornare sui propri passi. So che il tumulo è qua, davanti a me, da qualche parte. Qui sulla sinistra, mi pare”. Proseguo nel maldestro tentativo di orientarmi tra i banchi lattiginosi, eppure freschi, come se in essi fosse rimasta intrappolata un’essenza di primavera.

Con ostinazione, strizzo l’occhio in cerca di indizi che mi possano guidare.

E sì che la mappa l’avevo consultata bene il giorno precedente. Sapevo che il tumulo era letteralmente alle spalle del paese e che, in ogni caso, non era difficile da raggiungere.

“Dai, adesso devo vederlo… Non posso certo perdere la bussola per colpa di una manciata di basse nuvolette”, provo a rassicurarmi, ottenendo però l’effetto opposto. Non solo scandaglio invano l’orizzonte alla ricerca di sagome imbutiformi, compiendo più volte un giro su me stesso, ma sento anche salire un certo nervosismo. E più i pensieri e le brusche occhiate si confondono a vicenda, più mi sale.

Non è tanto la paura di perdersi, quella no. “Mal che vada, posso sempre tornarmene in paese, aspettare che sopraggiunga una giornata serena e ripetere il tentativo”, mi sussurro poco dopo, somministrandomi un blando conforto. No, non è paura. È piuttosto un fastidio, il fastidio di dover constatare come i piani, per quanto minuziosi, non offrano in realtà alcuna certezza.

Non è la prima volta che rimango intrappolato in questa sensazione di inspiegabile fallimento. Eppure, puntualmente torno ad illudermi… illudermi che la strada migliore sia quella già programmata, già studiata, già prevista.

Ma ecco che, prima ancora che questi pensieri scivolino via del tutto, un tratto di staccionata appare alle mie spalle. Non l’avevo desiderata, non l’avevo cercata, non l’avevo neppure immaginata. E però, temendo di vederla rapidamente scomparire dietro una marea di bruma, mi appropinquo con passo celere, senza mai perderla di vista. Anche a costo di calpestare di striscio alcuni accumuli di terra opera delle talpe, in cui goffamente affondano entrambe le scarpe da ginnastica, facendomi quasi perdere l’equilibrio.

Allungo il braccio per aggrapparmi al palo più prossimo e subito noto, su entrambi i lati del manufatto, che i corrimano si perdono verso chissà quale direzione, inghiottiti nell’ignoto. Per un attimo, la curiosità di scoprire dove iniziano e dove finiscono mi fa dimenticare perché sono lì. Certo, quando l’unico punto di riferimento diventa il tracciato di una vecchia staccionata, la tentazione di affidarsi a quell’unico sicuro appiglio è tanta.

Poi però mi ricordo di quella volta in montagna, quando un corrimano apparentemente affidabile si interrompeva di colpo, a causa di una piccola frana che l’aveva tranciato. Questo lampo di memoria è sufficiente a togliermi dalla testa qualsiasi capriccio.

Alla fine mi siedo sulla traversa inferiore, con le gambe appena piegate e il capo chino verso il suolo. Non penso più, tendo anzi ad assopirmi.

Sto per serrare le palpebre quando un movimento tra i fili d’erba mi induce a ridestarmi. Proprio nel riquadro di prato sotto ai miei occhi, un lombrico sta facendo quello che gli riesce meglio: scavare minuscoli cunicoli nel terriccio umido.

“Tu guarda! Questa creaturina non vede, non sente… ma percepisce. Percepisce quando il terreno non è più adatto, quando c’è troppa luce, quando è il momento di mettersi al riparo e aspettare tempi migliori”. “Percepisce”, mi ripeto questa parola per almeno tre volte. “Sa cavarsela anche senza quei sensi che a noi paiono così fondamentali”.

E mentre prendo atto delle intrinseche capacità di quell’animaletto, mi distraggo sul serio.

Ma non appena un’ultima contrazione lo fa sparire all’interno della sua zolletta di terra, odo il verso di un uccello. Capisco che proviene frontalmente, non dagli ultimi alberi del villaggio alle mie spalle. Altri piacevoli versi, a pochi secondi l’uno dall’altro, stabili nell’intensità, mi confermano che il piccolo pennuto non è in volo. E so che, da quella parte, l’unico albero a distanza utile è il tiglio che troneggia sul tumulo.

“Adesso ci siamo, è là. Non lo vedo ancora, ma deve essere là, per forza. Ne sono sicuro”. Questa volta sono telegrafico con me stesso, non mi concedo dubbi, perché non ce ne sono. Sento, anzi, percepisco la presenza di ciò che desidero.

Non rivolgo neppure uno sguardo d’addio alla staccionata, che sono già di nuovo nel cuore del prato. Ora, al passo spedito si accompagna la stabilità dell’andatura. Non so se sprofondo nelle montagnole delle talpe, forse lo faccio ancora. Ma non me ne importa, perché l’equilibrio non lo perdo più.

Non passa molto tempo prima che un nebuloso sipario si squarci, lasciandomi intravedere prima i rami più alti, poi l’intero tiglio, infine gran parte della geometria del tumulo, eccetto la base, ancora sfumata. Tutto è lì, sull’esatta traiettoria di quella mia camminata rivelatrice.

L’uccello, una merla, dall’ultimo dei ramoscelli lancia ancora qualche acuta sviolinata, prima di tuffarsi in una brevissima picchiata che lo porta ad atterrare ai piedi dell’albero. Così però, perdo quasi subito di vista la bestiola, essendo ormai a ridosso della collinetta artificiale.

Dopo aver tenuto lo sguardo alzato per pochi attimi, lo riabbasso, perché sento che sotto le suole è iniziata la salita. Un leggero fiatone si impone a metà pendio, ma manca veramente poco. La collinetta del tumulo non è imponente, e lo sforzo è minimo.

Ecco che la superficie sotto i piedi torna ad essere piatta. Sono in cima al tumulo. L’occhio mi cade istantaneamente alla base del tiglio, ove la corona di radici comincia ad irradiarsi. Ma la merla lì non c’è, o perlomeno non la vedo. Non ci penso e avanzo fino al centro del pianoro.

Mi accomodo su un triangolo di erbetta rada, tra due grosse radici. Appoggio la schiena al tronco e lascio che la mente si svuoti. Non intercetto più alcun pensiero. Socchiudo gli occhi mentre il respiro e il battito rallentano. Non io, ma qualcos’altro dentro di me vuole che mi lasci andare. E io lo faccio…

“Oh, ciao. Scusa, non ti avevo vista”, mi rivolgo ad una giovane donna che, come me, è seduta presso il tiglio ma che non avevo minimamente notato. Se ne sta lì, alla mia sinistra, di profilo. Nonostante la nebbia che ci attornia, il suo colorito è brillante, come se stesse riflettendo tutta la luce di un mezzodì. Ancora più chiara è la sua veste, un lungo e bianchissimo abito che termina sopra i gomiti e sotto le ginocchia. Sulle gambe, piegate, tiene un libro aperto.

“Ciao”, mi risponde, voltandosi verso di me e accennando un sorriso, prima di tornare a fissare le pagine del suo libro. “Bellissima giornata, non trovi?”

“Sì beh… potrebbe essere migliore. Anche se si sta diradando, c’è ancora molta nebbia”, le rispondo, immaginando che sia una di quelle ragazze che nutrono un particolare gusto per le atmosfere tetre.

“Quale nebbia? Non ricordo un pomeriggio così sereno da tanto tempo”.

Alquanto perplesso, attendo qualche istante e poi le chiedo: “Comunque… meteo a parte, mi pare di capire che anche tu apprezzi questi luoghi. Vivi qui vicino? Non ti ho mai vista nel mio paese”.

“Sì, vivo qua dietro”, e mi indica, allungando il braccio, un punto alle nostre spalle.

“Laggiù però non ci sono paesi, o comunque non a portata di passeggiata. Devi procedere in quella direzione per almeno trenta chilometri prima di trovarne uno”.

Lei si gira dal mio lato, mi osserva, mi sorride di nuovo, questa volta con maggiore profondità, e mi dice: “I boschi, i campi e i ruscelli sono la mia casa, così come i filari, i prati, le cascate”.

Stranito ma affascinato, le domando: “Chi sei esattamente? Sei così bella che sembri un’agana, una vila, o una rusalka. E come ti chiami? Se posso”.

“Sì, potrei essere tutto questo, ma anche molto altro, se lo desideri, se lo immagini. Perché, in fondo, io so che ti ricordi di me. Anche il nome… non ne ho uno solo. Spesso lo cambio, alcune volte ne ho diversi contemporaneamente. Ad esempio, fino a poco fa ero Morana, adesso invece mi chiamo Lada, ma anche Anastasia. Ti piace Anastasia?”

“Certo che mi piace, suona bene”, rispondo immediatamente, senza neanche più soffermarmi su tutte le stranezze che sento. Un irrefrenabile desiderio di conoscere più a fondo quell’enigmatica figura mi incita a porle altre domande. “Che libro stai leggendo? Di cosa parla?”

“Oh, è una mia rivisitazione della favola Il riccio nella nebbia”.

“Rivisitazione nel senso che l’hai scritta tu prendendo spunto dall’originale?”, la incalzo curioso. “Ma… aspetta! Non vedo nulla, le pagine sono vuote”, continuo, più confuso che mai, dopo aver allungato il collo per controllare meglio.

“Non vedi niente perché la storia l’ho appena terminata, e man mano che andavo avanti col racconto, ciò che leggevo svaniva. È come il presente. Nel momento in cui diventa passato, non c’è più motivo di riviverlo. È giusto che si dissolva”.

Un’intuizione, stordente come una scossa, mi prende la parola. “Ma quindi il riccio… E io… Se tu sei l’autrice, tu sapevi… Ti prego, dimmi la verità! Tu…”

Ma l’impazienza non è amica della verità.

Un piccolo fastidio sul viso e tutto finisce: un innocuo frammento di corteccia mi rimbalza sullo zigomo, facendomi riaprire gli occhi. La donna non c’è più, e nemmeno la nebbia.

Alzo lo sguardo verso il cielo e mi accorgo che ogni rametto pullula di tenere gemme.

L’aria è tiepida, attorno è tutto un concerto di cinguettii, l’azzurro più carico e le nuvole più rampanti fanno da sfondo ad una campagna in fermento. Non c’è più traccia di un inverno che pareva non avere fine.

Faccio mente locale e mi ricordo che è il 15 aprile, il giorno di Anastasia.

Il 15 aprile, sotto il tiglio, è finalmente primavera.

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