Premio Racconti nella Rete 2026 “Un salvagente a 4 zampe” di Walter Giomi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Fresco di studio, laureato in lettere e filosofia, mi accinsi a trovare un lavoro.
Ero orfano di entrambi i genitori, figlio unico e con pochi parenti, per lo più “serpenti”.
Un ex compagno di scuola mi convinse ad aprire, investendo un discreto capitale, una società che commerciava in fibre sintetiche ed apparecchiature varie, utili per computer, cellulari, etc..
Con un po’ di sacrificio riuscii ad accumulare la somma necessaria richiestami per la costituzione della società stessa. Fresco di studi filosofici pensavo al progetto della nascente società, che con ciò si esalta l’individuo che realizza impresa o società utile alla collettività, sia esso l’artista, il commerciante o il principe. L’uomo vale per ciò che realizza e di questo concetto ne andavo fiero pensando che la nascente società avrebbe alimentato le nuove tecnologie.
Il fine della scienza, secondo il filosofo Bacone, è pratico e non speculativo. La scienza, la tecnologia debbono aiutare l’uomo ad acquistare un più perfetto controllo sopra la natura.
Dopo queste riflessioni mi incamminai verso casa, quando un gatto nero mi attraversò la strada evitando i mezzi che la percorrevano. Il gatto ha sempre affascinato l’uomo, caricandosi nei secoli di molteplici valenze.
Venerato come divinità nell’Antico Egitto, così come in altre diverse civiltà asiatiche e simbolo di libertà pressi i Romani.
Subirà pure un processo di demonizzazione da parte della classe ecclesiastica, così come la figura stessa del gatto viene associata al Maligno, ed ancor più a legittimare tali credenze sono associati i Catari, sette eretica, noti per la sfrenata lussuria, che il loro nome stesso potrebbe derivare da CATUS, il latino tardo “gatto”.
Addirittura nel XIII secolo, nella città francese di METZ, 13 gatti (13 il numero del Maligno) erano gettati vivi in un enorme braciere. Oltre che un discreto bagaglio culturale, la mia memoria mi ha sempre assecondato ed assistito nei miei pensieri, nelle vicende della vita. Giunto a casa, stimolato da un discreto appetito, mi preparai un budino di origine medievale che si chiama TAILLIS, di frutta secca, di cui sono particolarmente ghiotto. In breve è composto da fichi, uva, latte di mandorle bollito e croste di pane bianco tagliato a pezzetti quadrati. La cucina medievale, per i ricchi, si rivela una gastronomia di inattese raffinatezze, attenta ai piaceri dell’occhio oltrechè del palato. Dopo mangiato, dopo avere soddisfatto il mio palato, presi sonno sopra una vecchia ma comoda poltrona. I giorni trascorrevano veloci, l’impresa costituita andava molto bene, commesse venivano da tutte le parti ed il giro di affari stava crescendo.
Spesso in ufficio mi trattenevo più del dovuto e capitava spesso che rincasassi tardi nella mia abitazione in quanto il mio socio, ex compagno di scuola, si occupava di reperire commesse sia in Italia che altrove e quindi era spesso fuori ed a me toccava il compito di “radicare” in ufficio.
Una di queste sere, nel rincasare sentii, ad un angolo di strada buia e col selciato mal ridotto, un guaito o un lamento. Mi avvicinai e ne scorsi una bestiola, un piccolo cane che forse, anzi senz’altro era stato abbandonato da uno sciagurato. Il cucciolo mi venne incontro quasi cercando una sponda, un aiuto. Era goffo ma carino, un meticcio di colore bruno e giallo, molto sveglio e soprattutto provato dalla fame, dalla solitudine.
Io che, ripeto, sono figlio unico, ho sempre ammirato e protetto nel mio piccolo le bestie, considerandole meglio di noi uomini, ed i cani in particolare che sono una fonte di affetto e benessere trasversale a tutte le età. I cani come i gatti sono percepiti come una fonte oltrechè di affetto e di gioia con un impatto positivo per chi li tiene, non trascurando altresì che gli animali in parola sono anche un antidoto alla solitudine. Presi pertanto il cucciolo in casa, lo rifocillai ed il giorno dopo lo portai, previa pulizia del pelo, da un veterinario per i vaccini del caso.
Il cane cresceva in fretta dimostrandomi come solo i cani sanno fare, quella gioia, gratitudine, affetto e fedeltà che mi rendeva felice di aver fatto un’opera buona ma soprattutto di aver acquistato un “vero amico”. Il tempo passava ed il mio spazio libero lo dedicavo al cane cui avevo messo nome ZURC e a ad una ragazza conosciuta tramite il mio lavoro. Le bestie, i cani in particolare hanno un sesto senso che noi umani abbiamo perso e, con il loro senso in più ci avvertono di varie cose che noi al momento non siamo in grado di percepire ma che poi si rivelano fondate. In breve Zurc faceva le feste a tutta la cerchia ristretta dei miei amici fuorchè al mio socio in affari e, le rare volte che questi veniva in contatto col cane, Zurc gli ringhiava quasi a volerlo mordere. Aveva purtroppo ragione, il socio ex compagno di scuola scappò all’estero con tutto il capitale realizzato, lasciando il sottoscritto pieno di debiti e senza un lavoro. Con fatica e vendendo anche la casa riuscii a ripianare il “buco” fatto dall’…amico ma restai nudo e crudo.
I pochi amici svanirono, la ragazza con cui intrattenevo una relazione si smarcò, forse impaurita dalla mia catastrofica situazione.
Mi restò, e questo mi aiutò a sopravvivere, solo l’affetto, la presenza del mio amato Zurc.
Non parlava, ma dalla espressione degli occhi capivo che mi voleva, doveva starmi vicino, avevo bisogno del suo affetto, della sua presenza.
Un ex cliente a cui avevo prestato delle cortesie mi consentì, temporaneamente, di abitare in un vecchio garage di sua proprietà alla periferia della città, e così fu. Un giaciglio per dormire, accanto la presenza cara ed insostituibile di ZURC.
Il mio carattere, la presenza amorevole del cane, mi avevano spronato a resistere, a vivere. Dotandomi di un vecchio furgone, iniziai il mestiere di straccivendolo, svuota cantine e tuttofare.
In qualche modo sbarcavo il lunario, certo accontentandomi di poco, di molto poco, ma la vita per i poveri è una corsa ad ostacoli e se non salti….
Ero stanco, denutrito e poverissimo, questo è certo.
Una anziana nobildonna, famosa per la sua “casata” e ricchezza mi commissionò un lavoro faticoso ma ben retribuito. La pulizia e lo svuotamento del solaio della sua villa di campagna, non distante da dove abitavo. Nel solaio della villa, asportai una serie di poltrone “intarmite” e piene di ragnatele, una specchiera, tavoli vecchi e tanta ferraglia. Mi occorsero circa 6 o 7 viaggi per smaltire il tutto presso una discarica, mentre trattenni le poltrone, anche se desunte, ma con la speranza di rivenderle ad un estimatore del luogo.
Approntai pertanto il furgone e caricai 5 delle 6 poltrone ancora in mio possesso. Per la sesta poltrona che stavo per deporre nel furgone, fui bloccato inaspettatamente dal mio cane, che abbaiandomi e sbarrandomi la strada voleva comunicarmi qualcosa.
Rimasi un attimo perplesso, non capivo la ragione del suo strano comportamento, ma pensando e confidando nel sesto senso del mio amatissimo animale trattenni la poltrona, la rimirai da capo a piedi, ed agitandola sentii come all’interno di essa si manifestasse un non so che di strano.
Presi un coltello ed aprii, sventrai la poltrona sotto il sedile e lo schienale, dove con mio stupore apparve una sacca rettangolare di cuoio ripiena di perle ed ora.
Il tesoro era mio, il fiuto, il senso magico di Zurc mi avevano salvato.
Investii parte del ricavato in un importante Istituto di Credito che in seguito mi assunse come dirigente delle pubbliche relazioni. Acquistai una mansarda in un ridente quartiere cittadino e pensai al filosofo Cartesio che affermava “che non v’è differenza tra uomini ed animali, essi sono tutti automi o macchine semoventi, ciò che distingue l’uomo dagli animali è l’anima, gli animali non hanno anima”. Aggiunge però che gli animali, ed i cani in particolare, hanno la genuinità dell’affetto, dell’amicizia, ma soprattutto sono compagni fedeli che l’uomo, pur avendo un’anima, difetta o manca addirittura delle qualità sublimi sopra menzionate!
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Ho apprezzato l’idea centrale del racconto, cioè il rapporto tra il protagonista e Zurc, che alla fine risulta la parte più autentica e coinvolgente della storia. Si percepisce anche la cura lessicale e il desiderio di dare profondità culturale al testo attraverso i riferimenti filosofici e storici.
Tuttavia, a mio avviso, il racconto perde spesso ritmo narrativo a causa delle numerose digressioni. Avrei trovato più incisivo un epilogo meno risolutivo o più ambiguo, magari maggiormente centrato sull’evoluzione interiore del protagonista invece che sulla scoperta fortunosa del tesoro.
Credo comunque che il racconto abbia una buona base emotiva, soprattutto nella rappresentazione della fedeltà animale contrapposta all’egoismo umano.