Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il pacchetto di Tre stelle” di Giuseppe Castrillo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

     Poggiava il pacchetto sulla scrivania come fosse una statuina, dopo averne estratto una sigaretta. La girava tra le dita, poi la soppesava come se volesse calcolarne i grammi. La osservava, incerto se dividerla in parti precisamente uguali o accenderla e cominciare a fumare. Le “Tre stelle”, questa la marca di sigarette. Non avevano filtro. Al ragazzo, che gli sedeva di fronte, davanti alla scrivania, i gesti del professore sembrano studiati, come quelli di un attore che si prepari a recitare il monologo dell’Amleto. Quello di cui  tutti ripetono, anche in inglese, le prime parole: “To be, or not to be”.

     La scrivania in mogano scuro, ecco un  elemento che destava curiosità. La ricopriva una massiccia lastra di vetro, perfettamente combaciante con la superficie. Una lampada con una campana di vetro azzurro diffondeva una luce opalescente che cadeva su alcuni fogli sparsi. Il professore vi appuntava la lezione per il giorno dopo. Sui fogli era poggiata una stilografica. A destra una cornice con una fotografia. Un gruppo di famiglia al mare. Lui, i due figli e la moglie, di rara avvenenza. Bruna di carnagione, i capelli scuri mossi ondulati, gli occhi neri.  Al centro si imponeva un vassoio d’argento, di forma rettangolare. Sui quattro lati correvano bordi rialzati molto simili ai lavori in filigrana. Vi erano poggiati tre calamai, uno per l’inchiostro nero, quello il per il rosso e all’altra estremità  quello per l’inchiostro azzurro. Tra i  calamai perfettamente allineati e il bordo più lungo del lato inferiore del vassoio, era poggiata una penna con l’asta di legno e un pennino d’oro, che per essere usata doveva essere intinta, come si faceva una volta nelle scuole degli anni Cinquanta. Si trattava di un vero e proprio oggetto d’arte, cesellato nei minimi particolari, forse appartenuto alla famiglia da generazioni. Gli occhi del ragazzo, però, erano attratti da due particolari: il pacchetto di “Tre stelle” e le dita del professore.

     Sotto la luce azzurrognola, più che risplendere, le tre stelle d’oro, disegnate sul pacchetto, diffondevano un chiarore giallognolo, che aveva il potere di distogliere l’attenzione del ragazzo, che si immaginava mondi lontani o più semplicemente si chiedeva se quel colore fosse simile a quello delle stellette sulle divise dei soldati dell’Esercito dell’Unione. Inseguendo questa idea bislacca quanto inappropriata, il ragazzo farfugliava le sue risposte e non riusciva a spiegare  perché l’impero di Carlo Magno fosse “Sacro e Romano”. Non era una lezione privata vera e propria. Il padre del ragazzo, che  aveva giocato a pallone, quando erano piccoli, col professore e poi avevano giocato a tressette insieme, e poi , una volta messa su famiglia, facevano le vacanze insieme al mare di Minturno, voleva capire se il figlio era veramente portato per gli studi. Insomma se avesse sale in zucca o fosse uno zuccone. A dire il vero, perché quell’Impero fosse “Sacro e Romano” il ragazzo non lo sapeva e si era rifugiato dietro la scusa più banale del mondo: “Lo sapevo, ma l’ho dimenticato”.

     Gli dispiaceva deludere il padre, ma ancora di più gli faceva male fare brutta figura con il professore e passare, agli occhi di questi, per uno svogliato. Ci teneva a quell’uomo. Invidiava i figli che potevano parlare ogni giorno con lui di tutto, o almeno così credeva. Che i loro discorsi fossero piacevoli o profondi era una sua costruzione mentale. Il professore era uno severo, con lui era buono perché lo aveva visto nascere, perché  aveva inutilmente tentato di insegnarli a nuotare, perché gli aveva regalato i libri più belli che mai avesse letto. Per il professore quel ragazzo non era uno qualsiasi e con lui aveva quella dolcezza che non aveva con i figli, specie con il primo. Alla fine se il suo alunno, o meglio il suo protetto, “non sapeva” o “non ricordava” perché quel benedetto impero fosse “Sacro e Romano”, poco importava. Anche a lui era capitato di essere svogliato, di aver dato più volte l’esame di Letteratura Latina alla Federico II di Napoli, perché gli piaceva divorare la “Gazzetta dello Sport”. Era un interista sfegatato. Era capace, però, di fare quel che bisognava fare necessariamente, proprio all’ultimo momento; e ora, stava lì, dietro la sua scrivania di mogano, a dover decidere se quel ragazzotto era tagliato o no per gli studi. Passava per essere il faro del suo Liceo. Il filosofo, che anche nella scavata magrezza del viso e del corpo, portava, quasi, lo stigma del pensatore indaginoso e consequenziale. Aveva la dote di capire, non di giustificare gli alunni e  il coraggio di mettere a posto la protervia dei colleghi e quel loro sistema di assegnare i voti ligi al principio “Te la farò pagare”, per punire un comportamento che ledeva la loro  autorità.

    Il professore si chiedeva cosa c’era dietro quella svogliatezza. Il ragazzo aveva letto tutti i libri che gli aveva regalato e ne sapeva parlare, come può fare un ragazzo del primo liceo classico dell’anno 64/65 e  che gli chiedeva perché il protagonista del racconto Infanzia di un capo avesse deciso, alla fine della storia, di “farsi crescere i baffi.” Anche suo padre e suo nonno avevano i baffi e pure il professore portava i baffi a spazzolino. Lui diceva come Charlot. Il ragazzo era solo uno pigro, che si distraeva e se ne andava chissà dove, peragrando in mondi immaginari.

     C’erano, poi, le dita scure di nicotina, un colore tra il marrone e il giallo, segno che il professore fumava  quasi senza sosta. Il ragazzo invidiava quel colore, che aveva più significati. Era innanzitutto il segno di una conquistata libertà, poi di una raggiunta maturità anagrafica, di un vizio che, allora, si poteva ostentare.  Quelle dita gli ricordavano  i suoi autori preferiti. Ma due immagini gli erano rimaste impresse. Totò con le sue Turmac e la copertina  di Tutti i romanzi  di Italo Svevo, edizioni Dall’Oglio. L’autore  compariva, sulla copertina in tela rossa, stilizzato con una sigaretta da cui usciva una voluta di fumo. Quei romanzi li avrebbe letti qualche anno più tardi, ma quel volume lo aveva trovato a casa di un amico, che frequentava spesso e che avrebbe cambiato la sua vita. Il ragazzo, da giovane non fumava, lo avrebbe fatto anni più tardi, quando invece di farsi crescere i baffi, aveva cominciato prima con le sigarette e poi con il  Toscano, quello che si confezionava a Cava dei Tirreni.

     Nicotina, mai una macchia di inchiostro  sulle dita del professore. Con quei calamai, che venivano usati per correggere i compiti di filosofia e storia, il rosso per le imperfezioni, il blu per i misfatti più gravi, il nero per assegnare il voto e siglarli, si sarebbe aspettato di trovare segni su le dita. Solo nicotina. Il professore aveva cominciato a fumare presto. Poi le notti insonni passate a non trovare spiegazioni a certi eventi  della sua vita e della sua famiglia avevano fatto il resto. Accesa nella notte, la sigaretta illuminava un atomo di stanza, o una fettuccia di terrazzo nel fresco delle notti estive e diventava una compagna silenziosa che non aveva risposte e non chiedeva ragioni.

     Il 20 luglio del 1967, passeggiando per il corridoio del Liceo cittadino, per allontanare l’ansia, il ragazzo, che doveva sostenere la seconda parte dell’esame di stato, e conferire davanti alla Commissione schierata , in Storia Filosofia, Matematica, Fisica, Scienze ed Educazione fisica, trovò finalmente il coraggio di chiedere al professore quante sigarette al giorno fumava.

     “Non lo so. Posso dirti solo perché fumo quelle in particolare. Mi piacciono  il colore  e i disegni del pacchetto delle Tre stelle.”

     “E tu cosa farai dopo l’esame? Che facoltà sceglierai?”

     “Di sicuro m’iscriverò alla FIGC, subito  e poi, appena cominciano i corsi, alla Scuola di Giornalismo a Urbino.”

     “ Due delusioni per tuo  padre, che si aspetta da te per prima cosa che tu sia promosso, “maturato”, come si dice,  e che poi scelga una facoltà universitaria vera e propria. Vedi che ti dirà “seria”. Infine dovrai lottare non poco per la scelta politica. Accarezza altri progetti per  te. Ti vede in un altro partito. Ma questo lo sai.”

     Il ragazzo non rispose. Pensava che la promozione sarebbe stata una cosa impossibile. Non aveva preparato decentemente l’esame di Matematica, di Fisica e Scienze, sì insomma  di Geografia astronomica.  Non aveva proprio aperto i libri, e la sua ammissione all’esame era stata non solo stentata ma frutto di una battaglia tra i professori del gruppo umanistico e i professori del gruppo scientifico.

     Quel suo silenzioso andare avanti e indietro per quel lunghissimo corridoio, che da allora avrebbe chiamato “dei passi perduti”,  prima di essere chiamato a sostenere la prova d’esame, stava diventando  un rendiconto sui suoi giovani anni, fatto di presagi  di veementi scontri  genitoriali e di  incontrovertibili  errori futuri. O di sconfitte.  Infatti non gli riuscì di fare il deputato per il PCI.

Il professore gli camminava al fianco. Sapeva che non poteva interrompere la concentrazione del giovane o, forse,  il girovagare dei suoi pensieri.

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