Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “In italiano, Francesca” di Francesca Emma

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

“Nord, Sud, Est ed Ovest, questi sono i quattro punti cardinali. Servono per capire dove ti trovi”.

Mamma parlava di cose da grandi ma io la ascoltavo tutta orecchie, non rendendomi nemmeno conto che a cinque anni nessun altro bambino conosceva i quattro punti cardinali. Ma io sono figlia unica e al tempo di altri bambini ne sapevo poco.

“Ma devi sapere, Francesca, che Est ed Ovest hanno anche un altro nome. Est si chiama anche <<Oriente>> ed Ovest <<Occidente>>. Perché ti ricordi cosa fa il sole ad Est?”.

“Sorge!”, rispondevo io.

 “Esattamente. E ad Ovest?”

“Tramonta!”.

“Brava figlia. Ricordati: Oriente perché viene dal latino <<orior>>, che significa <<nascere>>, ed Occidente da <<occido>>, che vuol dire <<morire>>. Perché ad Est il sole nasce e ad Ovest muore”.

Qualche giorno dopo avevo già dimenticato dove fosse il Sud piuttosto che l’Ovest, ma <<orior>> ed <<occido>> non hanno mai abbandonato la mia mente. Al liceo classico i miei compagni di classe invidiavano quanto intuitivo fosse il latino per me. Ed io questo lo dovevo sicuramente ad un certo innato talento, ma soprattutto alla mia mamma, che di conoscenze così me ne ha trasmesse tante.

“Ci sono due <<che>>, quello congiunzione e quello pronome. Quando puoi sostituirlo con <<colui il quale>> allora è pronome. Altrimenti è congiunzione. Dichiarativa, mi raccomando”. Al compito di grammatica della prima media presi dieci.

 “Per trovare il soggetto di una frase chiediti sempre <<chi è che compie l’azione indicata dal verbo?>>. La risposta è la soluzione”. Al compito di analisi logica della seconda media presi dieci.

La mia mamma si è diplomata al liceo classico, è laureata in lettere ed è docente di lingua italiana alle scuole medie. Io sono stata la sua alunna più precoce. Per lei era fondamentale che non solo parlassi italiano corretto, ma anche che lo comprendessi. E, sebbene abbia fatto tesoro e giovato dei suoi insegnamenti, io sono cresciuta a Roma, che è una città dal dialetto sporco e dalle mille lingue. Anche la mia mamma è cresciuta a Roma ed il dialetto lo conosce talmente bene da vergognarsene. È figlia di un carabiniere e di una casalinga che ha conseguito la terza media insieme alla figlia, fuggiti dalla campagna durante l’eccentrico boom economico, ma legatissimi alla propria terra e alla propria lingua. Mamma è sopravvissuta al liceo classico e all’università con le sue sole armi e si è elevata così da poter spianare a me la strada. Ma a Centocelle si parlava e si parla ancora un romanaccio di borgata, la lingua della classe che nel giro di due generazioni è diventata media. Il romanaccio di Roma est non è né profondo e violento, come quello delle periferie estreme, né squillante e falso, come quello della Roma bene. E’ una lingua onesta, fatta di rabbia ed emozioni forti, ma anche di sincerità e legami profondi. E’ la lingua della gente semplice ma per bene.

“A ma’ nun me rompe”, le dicevo ad ogni occasione utile, nei miei anni da adolescente insofferente alle regole.

“In ITALIANO”, rispondeva mamma.

“E io invece parlo come me pare. Le so parlare tutte e due”.

“Mmm… vabbè, basta che è vvero”.

Mamma ama l’italiano, ma la sua lingua del cuore accorcia le parole, cambia le “l” con le “r” e mette qualche doppia di troppo. Poi un bel giorno di pandemia il mio papà è morto e la mia mamma non ha più pensato all’italiano. Due anni dopo ha incontrato un uomo tanto buono quanto romano e da allora la nostra vita si è colorita di teneri errori grammaticali.

“Mbè, se oggi me prometterebbero che me faccio n’anno de galera e quanno esco me danno n’milioncino, me lo farebbi subbito”, diceva lui, un giorno a pranzo.

“Mi promettessero…”, rispondeva mamma.

“Ao nun me rompe professoré’”.

“Non si fanno gli errori, che a scuola non ce sei andato?”.

“Sì, ero pure bbravo”.

“Eh ma’. Ma <<farebbi>> te lo sei perso?”, commentavo io.

“Ah ah! T’ha fregato!”, ribatteva lui. Mamma nascondeva la risata sotto una smorfia altezzosa.

Negli ultimi tempi mamma ha deciso di provare ad imparare l’inglese.

“Ai miei tempi chi lo sapeva che l’inglese era importante. I miei no di sicuro”, dice sempre.

Ed è per questo che i miei genitori hanno speso fior di quattrini perché io sapessi l’inglese. Ma la mia mamma parla anche un’altra lingua, il dialetto di un piccolo paesino sulla cima di una collina della Pianura Pontina. Una lingua che non è proprio ciociara, ma nemmeno romana. E’ stata la lingua in cui ha imparato a parlare. E’ stata l’unica lingua della mia bisnonna, quella dalla quale mia nonna ha sempre fatto fatica ad allontanarsi. Nonna aveva cercato di imparare l’italiano che si parlava a Roma negli anni ottanta, dopo che mio nonno aveva insistito con il trasferimento in città, perché mia madre doveva saper parlare bene. Oggi mamma e nonna parlano nella loro lingua, che mamma dice sempre essere la lingua della sé bambina. Io sono cresciuta ascoltandole e le so capire, ma non ho mai imparato a parlarla. Temo che questo retaggio muoia con me, che sono la prima da generazioni ad aver vissuto il paese come una meta di vacanza e mai come una casa vera e propria. Ma amo ascoltarle parlare e vorrei che mia nonna potesse sentirmi fare altrettanto.

“So ita daju podista voi”, dice nonna ogni tanto.

“A ma’, si dice podologo”, risponde sempre mamma, mentre mi lancia uno sguardo divertito e una risata.

“Eh vabbè, podista, podologo so la stessa cosa”.

“Sì ma’, ma tello simo ditto cento volte”.

“Mbè?! Mo so cento e uno!”.

Ma infondo la lingua è un organismo vivo, che si evolve costantemente e che cresce insieme alle generazioni che la parlano. Forse sarò anch’io un giorno una madre attenta alla forma e una nonna che prova ma non riesce. Forse anche la mia lingua conoscerà l’Occidente.

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1 commento »

  1. La chiusura con ‘Occidente’ è il momento più riuscito, costruita dall’inizio senza che si veda la costruzione. Il dialogo con il compagno della madre è autentico e preciso. Un racconto che sa stare nella lingua senza spiegarla.”

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