Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Seoul Capitale” di Francesca Emma

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

A metà aprile il sole calava su Seoul City intorno alle sette del pomeriggio. Le giornate spesso iniziavano nuvolose ma, per l’ora del tramonto, era quasi sempre possibile poter godere di una buona luce. L’inquinamento aggressivo colorava l’aria di grigio, ma il cielo rimaneva celeste e, più la notte si avvicinava, più l’atmosfera si tingeva di un debole arancione.

Nulla a che fare con l’intenso azzurro lapislazzulo che sovrasta la Roma in cui sono cresciuta io, mentre il giorno volge al termine, accompagnato da un drammatico viola e un potente rosa a cui l’arancione fa solo da compagno. Nei due tramonti si riflettono le anime degli abitanti delle città su cui si stendono. La compostezza e l’indifferenza coreana trovano placido spazio nel remissivo arancione che irradia Seoul, mentre la passione e la veemenza romana fanno felicemente la guerra nel violaceo manto mediterraneo. Ho sempre pensato che le dimensioni di Roma fossero sconfinate, fino all’ordinario giorno di marzo in cui mi sono trasferita a Seoul.

La paura della noia più profonda mi aveva portato lì. Avevo pianificato per anni quella lunga vacanza e, al momento della partenza, non c’era cosa che il mio cuore desiderasse di più di una cena con gli amici di sempre ed una nottata trascorsa sola, con i miei pensieri, a scrivere. La mia mente era sempre stato un luogo da cui fuggire e l’ozio equivaleva al cessare dell’esistenza. Per la prima volta mi trovavo a mio agio con la mia compagnia e contenta dell’ordinarietà, quando improvvisamente, ero stata catapultata nel caos. A Seoul si è sempre circondati da stimoli, luci e opzioni infinite, eppure tutto mantiene ordine e silenzio, in modo del tutto innaturale. Forse io non avevo bisogno di quel cambiamento e facevo fatica a sentirmi a casa. Avevo sperato che trasferirmi all’estero avrebbe riportato indietro la vecchia me, solare e piena, alla ricerca di avventura. Due anni prima, in Spagna, aveva funzionato efficientemente e, tra gioia e tristezza, i risultati erano stati eccellenti. Ma a Seoul non c’era stato nessun cambiamento evidente, nessuna emozione improvvisa. I miei fantasmi non mi avevano abbandonato e la voglia di stare da sola era rimasta invariata. Accompagnata da un’accentuata indifferenza verso il prossimo. I coreani non mi avevano accolto a braccia aperte, la città era una sfida da affrontare ogni giorno e la compagnia che mi era capitata era lungi dall’essere perfetta. Mirta, la ragazza ucraina dai capelli rosa, rappresentava forse la mia unica fonte di conforto all’interno di quel gruppetto di quattro ragazze; aveva i miei stessi strani interessi, le piaceva il tramonto e la calma di un momento tra amiche. Poi c’erano Fabiana, di Roma come me, ma una Roma più ricca e con autobus più funzionanti, e Charlotte, inglese, sempre col dito pronto per il prossimo post. Nessuna di loro mancava di intelletto, ma eravamo in fasi della vita diverse. Fabiana e Charlotte erano dipendenti dalle attenzioni insistenti che il maschio medio coreano donava loro in quanto straniere e Mirta si lanciava timidamente all’avventura con appena scoperta libertà. Io, sebbene esausta della mia condizione, non ero ancora pronta a lanciarmi nelle braccia di uomo, tantomeno un sconosciuto per una fugace scossa di adrenalina. Risvegliava in me turbamenti che, dopo un anno, non avevo ancora risolto. Poi c’era Alice, italiana anche lei, che aveva tutto il potenziale di diventare un’altra migliore amica da aggiungere alla lista, insieme a Selina e Agata, che già occupavano buona parte del mio cuore. Alice era l’unica, all’interno della mia cerchia di conoscenze, che aveva visto la vera me.  Eravamo molto simili ed io avevo avvertito la nostra connessione dal primo istante. La stessa cosa era accaduta con Agata due anni prima. Con Selina c’era voluto più tempo, ma anche in quel caso il mio buon istinto mi aveva assistito. Ma io non potevo affezionarmi ad Alice. Avrei passato a Seoul troppo poco tempo e così tante amicizie intime richiedono spazio che sentivo di star esaurendo. Ma forse era il momento che apprendessi che la temporaneità, in quanto tale, non è necessariamente qualcosa in cui non valga la pena investire.

Seoul non è una città che si può esplorare in tre mesi. Forse non lo è nemmeno Roma, ma io questo non lo saprò mai. A quasi un mese dal giorno della mia partenza nella mia testa si attanagliava la frustrazione. C’era una parte di me a cui sarebbe piaciuto rimanere. La Corea metteva a disposizione ogni tipo di comfort. Le esperienze che si potevano vivere erano infinite ed impossibili nella piccola bolla europea. Per una fan del kpop come me si trattava di un’occasione irripetibile e che a casa mi stavano tutti invidiando. Il cambio monetario era così favorevole che mi era impossibile non comprare qualsiasi cosa che mi capitasse sotto il naso. Non volevo lasciare Alice. Ma non riuscivo a non pensare a quanto mi mancassero i miei amici. A Seoul non ero riuscita a ricreare quell’intimità che ha sempre caratterizzato i miei rapporti. Troppo poco tempo. O forse, poca voglia. Avevo seguito diligentemente le raccomandazioni che Agata mi aveva fatto mentre ero nell’aeroporto di Francoforte, attendendo il volo che mi avrebbe portato in Asia. “Non lamentarti degli altri, ti rende antipatica. Se qualcuno dice qualcosa che non ti sta bene ignoralo, non ti arrabbiare. Non ne vale la pena. Incontrerai sicuramente qualcuno che non ti va a genio, ma non dargli retta. Lasciali fare. Altrimenti quella che nessuno vuole intorno diventi tu”. Agata mi conosceva troppo bene, ma delle volte cercava di cambiarmi. Tentava di proteggermi perché sapeva ciò che più mi feriva, ma non era la sua battaglia. L’avevo incontrata due anni prima, durante un semestre trascorso in Spagna e avevo compreso ben presto che non me ne sarei più separata. Prima che lei lo ammettesse, lontanissimo dal momento in cui lo avrebbe accettato. Ma proprio per questo conosceva il mio viscerale bisogno di affetto, quanto fossi disposta a dare per gli altri e quanto mi ferisse quando questi non erano pronti ad accogliermi. E quindi ero stata in silenzio ogni volta che Charlotte o Fabiana dichiaravano il nostro gruppetto come legatissimo nonostante fosse passato così poco tempo. Ignoravo la voce nella mia testa che non si sentiva così. Parlavano già di venirmi a trovare quando mi sarei trasferita ad Amsterdam l’anno successivo ed io mi chiedevo quanto fossero vuote quelle parole. Sentivo che loro erano semplicemente alla ricerca di connessioni diverse da quelle di cui avevo bisogno io e mi chiedevo quanto mi appartenesse la responsabilità del mio stesso disagio. Ma Charlotte e Fabiana si organizzavano per andare a un concerto e si ricordavano di avvisarmi solo quando i biglietti erano già terminati. Si iscrivevano in palestra, mentre io combattevo segretamente con un altro brutto episodio di odio verso il mio corpo. “La gente non può sapere ciò che non dici Fiamma”, la mia coscienza aveva ragione. Ma faceva male comunque. Mirta e Fabiana uscivano quasi tutti i giorni e non mi invitavano nemmeno quando l’occasione veniva loro servita su un piatto d’argento. Al solito, le vite di tutti sembravano piene, mentre la mia non abbastanza. E riprendevo me stessa perché stavo fallendo la missione che avevo felicemente intrapreso sul divano rosso del mio salotto romano: imparare a stare bene da sola. Era facile godere della mia stessa compagnia tra le quattro mura familiari della mia casa, quando in qualsiasi momento potevo prendere la mia macchina e andare a farmi allegre risate con Selina o con chiunque altro dei miei amici fidati. Che erano tanti, diversi, ma sapevo di occupare nel cuore di ognuno di loro un piccolo spazio. Avevo lasciato Roma piangendo e in Corea non mi ero data le stesse possibilità. Mentre scrivevo nel tentativo di dare un senso ai miei pensieri, il tramonto si accendeva di un rosa infiammato, che a Seoul non avevo mai visto. Tinte gialli e violacee si mescolavano dietro i grattacieli, dando senso alle mie emozioni. Il cielo mi stava ascoltando e, ovunque sarei andata, mi avrebbe seguito.

Il ticchettio dell’orologio mi portava sempre un secondo più vicina alla fine. Era facile apprezzare Seoul camminando tra i palazzi oppure ogni volta che la metro attraversava il fiume. Lo skyline, gli spazi immensi, i colori a neon delle insegne appartenevano ad un mondo da copertina che era improvvisamente diventato reale e, sempre più spesso, pensavo che c’era tanto da apprezzare e che forse, quel viaggio un po’me lo aveva insegnato a stare bene con me stessa. Poi, mi scontravo con la realtà del vivere in un luogo in cui si è completamente diversi dagli altri. E non solo perché io, bianca, bionda e riccia, con gli occhi verdi, mi distaccassi evidentemente dalla folla.

I coreani erano rigidi al punto di mancare di praticità, ossessionati dall’apparenza al punto di non vivere le esperienze, ma di mostrarle e basta. Infine, silenziosamente razzisti. Nazionalisti al punto da impedire allo straniero la più banale delle esperienze, perché la pianificazione ed il vincolo con il Paese sono sempre al primo posto. Ed io adoravo le arcade machine, le cliniche di bellezza ed imparare una lingua nuova. Ma un’italiana non può vivere senza spontaneità. Ed un pizzico di furbizia. L’Italia, però, ha da invidiare alla Corea. Il rispetto ossessivo delle regole fa sì che la vita sia comoda, ogni servizio funzioni e non ci sia mai pericolo. Mai un furto, mai uno stupro. All’aperto, dove tutti possono vedere e giudicare. Dentro le proprie mura domestiche è un altro paio di maniche. L’italiano è rumoroso, coinvolgente, ma anche malizioso. Fin dalla nascita gli è stato insegnato che deve guardare il suo orticello. Ne risulta una nazione avida e pigra, divisa, ma fatta di individui che ascoltano il proprio cuore e di cui il mondo si innamora. Ed io non sapevo più da che parte volessi stare.

A due settimane dalla mia partenza gli spiriti si erano calmati, ma la malinconia stava iniziando a prendere il sopravvento. I pianeti si erano finalmente allineati, e, nel modo meno perfetto e più umano possibile, avevo trovato la pace con le vecchie amicizie e conforto in quelle nuove. Ma non avrei avuto il tempo di approfondire. Ogni minuto della mia giornata durava ore e ne ero contenta. Il tempo vola quando ci si diverte. Ed io vivevo mille momenti validi, esperienze uniche e ridevo spesso. Ma avevo troppa paura di divertirmi davvero. Perché se mi fossi divertita veramente, non avrei più voluto andarmene e non era quello il piano. Il mio prossimo futuro era ricco di eventi emozionanti, che attendevo di vivere, ma tutti fugaci, a breve termine, mancanti di stabilità. In due settimane avrei salutato tutto e tutti, soprattutto Alice, e avrei iniziato il mio lungo viaggio. La prima tappa era il Vietnam, per un non poi così breve scalo; poi, alla volta di Melbourne, dove avrei trovato Agata. Non l’unica persona per la quale avrei attraversato il mondo intero, ma quella per cui lo stavo effettivamente facendo. Sapevo già che quei dieci giorni in Australia sarebbero stati lunghi, stancanti e mi spaventavano. Non vedevo Agata da sei mesi e non l’avrei vista per altri otto. Non volevo starle lontana per così tanto tempo. E non vedevamo l’ora di vederci. Terminata la mia permanenza a Melbourne avrei raggiunto Sydney, da sola; mi sarei fermata tre giorni e poi avrei fatto tappa a Shanghai. Non avevo mai pensato di andare in Cina e quell’inaspettato piano mi elettrizzava. Al termine della settimana sarei atterrata a Roma ed avrei riabbracciato mia madre. Una settimana intera, da sola, trascorsa ad attraversare il mondo. Estasiante. Terrificante. Poi, avrei iniziato di nuovo a contare i giorni. Due mesi scarsi e avrei ricominciato nuovamente tutto da zero, ad Amsterdam, con una migliore amica in Australia, un’altra ancora a Roma ed una piena esistenza che mi aspettava a casa, che però non sembrava mai piena abbastanza. Perché sentivo sempre il bisogno di andarmene? E perché poi, una volta via, bramavo il luogo in cui ero cresciuta? Era come se andassi sempre alla ricerca di una felicità altra, ma non mi sentivo ingrata. Amavo visceralmente tutti e tutto ciò che avevo intorno al punto che qualsiasi posto nel mondo non era mai abbastanza per contenermi. Avevo ventidue anni ed ero ancora un’adolescente. Forse ero inconsciamente alla ricerca della ragazzina che era morta insieme a suo padre cinque anni prima.

A Seoul il sole sorgeva timidamente come tramontava. A fine maggio il cielo era già chiaro per le cinque e venti e le cornacchie si radunavano sui pali della luce, ma era l’azzurro il primo colore ad inaugurare il nuovo giorno, mentre le luci dello skyline erano ancora tutte accese. In coreano “haneul” è il nome del cielo ed “haneulsaek” quello del suo colore. Io e Cecilia pedalavamo sul lunghissimo ponte che collega Sinchon a Yeoido, attraversando da una sponda all’altra l’immenso fiume Han, che spacca in due la città. Avevamo scoperto troppo tardi di condividere l’amore per la morte e la nascita del sole ed il tragitto per andare a vederle. Lei sarebbe partita dopo due giorni, a me ne rimanevano una decina. Mentre pedalavo pensavo che a Roma l’alba non l’avevo mai vista. D’altra parte, Roma non è una città che due ragazze possono attraversare sole in bici di notte. Ma mi ripromisi che, una volta tornata, avrei trovato il modo di farlo. Non avevo dubbio che i colori non mi avrebbero deluso. Consegnate le bici prese a noleggio attraversammo il parco e ci sdraiammo su una scalinata a ridosso dell’acqua. Il sole era ormai abbastanza alto da fare capolino sopra i grattacieli in lontananza. L’azzurro pallido e il timido accenno di rosa che si era palesato a un certo punto lasciavano spazio a giallo canarino. Composto, ma intenso. Trascorremmo l’alba a parlare della Corea, e di cosa ci aveva lasciato, e a condividere l’odio per gli altri, che non ci capivano. Poi, esauste, ci addormentammo sulla scomodissima pietra. Nessuno disturbò il nostro sonno, in quel parco che era sempre affollato. Ma, a quell’ora del giorno, era tutto nostro.

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