Premio Racconti nella Rete 2026 “I miasmi della terra” di Maria Ilaria Esposito
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quella mattina, poco prima dell’alba, Duccio Massaro aprì gli occhi. Di sera era andato a letto presto, come faceva sempre, come avevano fatto per una vita intera suo padre, suo nonno e tutti quelli che hanno stretto con la terra un patto d’amore.
Ogni giorno per lui era un giorno buono, buono per faticare, buono per amare. Mentre sua moglie dormiva beata, si crogiolò tra le coperte ancora un pò, poi si mise a sedere sul materasso e alla fine si alzò e se ne andò in bagno. Fece la doccia, indossò i panni puliti e si avviò in cucina. Prese dallo stipetto la macchinetta del caffè, la svitò e versò l’acqua del rubinetto nella caldaia. Dosò la polvere nel filtro livellandola con il cucchiaino, poi accese il fornello e ce la adagiò sopra. In forno c’era mezza pagnotta di pane. Nel frigo una frittata di uova, ricotta e prosciutto, che la moglie gli aveva preparato la sera prima. Si fece la marenna[1] e la ripose nello zaino assieme alle mele annurche e ad una bottiglia di vino asprino, infine chiuse la cerniera. Si gustò il suo caffè e scese giù in cortile.
Montò sul trattore, girò la chiave di accensione e attese giusto il tempo per far scaldare il motore. Nel momento in cui il portone elettrico finì di scorrere sopra il binario, partì. Sulla provinciale si ritrovò dietro una lunga fila di trattori e di camion pieni di operai assonnati. Stava schiarendo. La foschia della notte cominciava a dissolversi. Il sole, che era riuscito a farsi largo tra grosse nuvole panciute color ardesia, spuntò all’improvviso, ma sparì quasi subito. Nelle campagne la brina marzolina, che aveva fatto un’improvvisata durante le prime ore del mattino, faceva sbrilluccicare le foglie appuntite del granoturco, dei peschi, delle rape e dei pomodori. Era tutto uno scintillio. Venti minuti dopo Duccio era fermo davanti all’ingresso della sua proprietà con il motore acceso.
Nel momento in cui apparve la testa argentata di Tatonno, che era corso ad aprirgli il cancello con il suo immancabile sorriso, si sentì un uomo fortunato. Mentre percorreva il vialetto che dalla provinciale conduceva alla masseria, passò in rassegna con lo sguardo fiero del padrone i tigli maestosi che sfilavano sotto i suoi occhi uno dietro l’altro e che, con il loro aroma delicato, addolcivano l’aria. Un venticello tiepido era venuto a mettere scompiglio tra i cespugli, scuotendo le frasche appena germogliate in quel principio di primavera un po’ stramba. La tenuta delle Centonze apparteneva alla sua famiglia da generazioni. E lui, da bravo agricoltore, se ne prendeva cura come si fa con una cosa preziosa. La terra era la sua ragione vita.
Scese dal trattore e con Tatonno al seguito cominciò il solito giro tra le coltivazioni. Erano nel pieno della fioritura. Moggi e moggi di terre seminate a grano, a cavolfiori, a broccoli, a pomodori e frutteti a perdita d’occhio. Peschenoci, susine, albicocche, ciliegie, fragole, e mele annurche, piccine, lievemente asprigne e polpose. A metà mattinata, a causa del vento, il puzzo di marciume che da alcuni mesi appestava l’aria, era aumentato. Negli ultimi tempi arrivava fin dentro le case del paese. Era un odore disgustoso, di munnezza in decomposizione, di uova marce, di plastica bruciata. Serpeggiava tra le strade e la gente non faceva che lamentarsi. Te lo sentivi addosso, sulla pelle. S’incollava ai vestiti, penetrava nelle coscienze. Nei giorni che seguirono Duccio notò che il puzzo si era fatto più intenso. Una mattina lui e Tatonno si misero a perlustrare i campi.
Da lontano intravidero una grossa pozzanghera piena di fanghiglia maleodorante. Man mano che si avvicinavano il puzzo aumentava. Duccio si era portato appresso un paio di guanti. Dopo averli infilati, immerse le dita nella melma, poi le avvicinò alle narici. Era lo stesso odore che c’era nell’aria. – Un nodo gli serrò la gola. Chiuse gli occhi e rivide l’ambulatorio e l’oncologo, nell’attimo in cui gli uscì di bocca quella maledetta parola: cancro. Rivide la mano di sua moglie stretta nella sua. – Da allora erano trascorsi tre mesi. Il giorno della scoperta una pioggerellina fitta, che aveva cominciato a venir giù sin dalle prime ore della notte, continuava a cadere. Il terreno sembrava sul punto di liquefarsi. C’erano pozzanghere ovunque. Il cielo, dello stesso colore della cenere, si rifletteva dentro ognuna di esse. Gli ci vollero più di sei ore per passare al setaccio tutta la proprietà assieme al fidato Tatonno. Mentre camminavano, davanti ai loro occhi, si presentò uno spettacolo raccapricciante. Decine di pozzanghere, piene di una fanghiglia marrone, ribollivano come minestra sul fuoco. L’odore che sprigionavano era più ripugnante del tanfo del letame, delle esalazioni dell’acido, del fetore del catrame e dei miasmi dello zolfo. Tatonno aveva con sé una pala. Appena lui si fermò, gliela passò. Duccio cominciò a scavare. E più scavava, più il puzzo aumentava. Ad un certo punto la pala si scontrò con una superficie solida. «È un sasso!» esclamò Tatonno. Duccio si spostò di qualche metro e ricominciò a scavare.
Dopo un quarto d’ora la pala urtò di nuovo contro qualcosa di solido. La cosa si ripetè in altri punti del campo. Duccio seguitò a scavare, finchè dall’impatto si generò un rumore che non lasciava adito ad alcun dubbio. «Pure questo ti sembra un sasso?» chiese scrutando la faccia incredula di Tatonno. Riprese a scavare. Il rumore divenne più nitido, fino al momento in cui dal terreno affiorò una lastra di metallo mezzo arrugginita sulla quale era impresso un simbolo con una scritta in una lingua straniera. «Che diavolo ci sarà lì dentro?» chiese Tatonno preoccupato. «Niente di buono, Tatò, niente di buono!» esclamò Duccio sospirando. Quando rientrarono era già buio. – Mentre chiudeva a chiave la porta, il pensiero di sua moglie si ripresentò. La bestia aveva preso possesso di lei con tutta la sua crudeltà. Giornate in ospedale. E poi le terapie, gli esami e le chemio che la svuotavano. Il giorno in cui aveva iniziato a perdere i capelli, lui aveva minimizzato. Ma non appena lei era uscita per fare alcune commissioni, se ne era andato giù in garage e si era messo a gridare e a prendere a pugni le pareti.
Avrebbe voluto fermare il tempo. Sapeva che era cominciato il conto alla rovescia. – Una settimana più tardi era andato in caserma e aveva raccontato ai carabinieri quello che aveva trovato mesi prima. Arrivarono tecnici a scandagliare le Centonze, palmo dopo palmo. «Non c’è più nulla da fare! È compromessa!» dissero. La sua terra stava morendo, si stava spegnendo poco alla volta, come sua moglie. Quella sera, mentre erano a letto, lei gli disse: “Quando accadrà, promettimi che non piangerai!” Duccio non rispose. Avrebbe voluto mentire, ma non ci riuscì. Lei se ne andò due mesi dopo. Una mattina Duccio si alzò, aprì la finestra della sua camera e si affacciò. Fuori non c’era più quella distesa arida e incolore. La sua terra sembrava fertile, come un tempo.
Spalancò la porta e corse verso la distesa di grano. Il terreno sotto i suoi piedi era soffice, vivo. Nell’aria non si sentiva più quell’odore disgustoso. Mentre attraversava il campo, la vide. Camminava tra le spighe, sfiorandole con le mani. Il sole le illuminava il viso. Duccio continuò a correre finchè la raggiunse. Le prese la mano. Erano di nuovo insieme ed erano felici. Passeggiarono tra le spighe alte finchè scomparvero, inghiottiti da quella stessa terra che avevano amato oltre ogni limite.
[1] “Pasto completo preparato usando due fette di pane farcite con salumi, formaggi o altro”.
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