Premio Racconti nella Rete 2026 “La lezione di piano” di Giuditta Grosso
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026
Hai preso le sigarette? mi chiese quando entrammo nell’ ascensore. Il pacchetto in cucina? No, quello nuovo. Mamma, ho preso quello che stava sul tavolo, le risposi scocciata. Era la seconda volta che me lo chiedeva. Mamma fumava le Muratti. A me le Muratti facevano schifo. Gliele rubavo solo quando non avevo più nemmeno una Marlboro e non riuscivo proprio a capire come lei potesse fumarne due pacchetti al giorno. Però mi piaceva fumare con lei, soprattutto quando eravamo in macchina. L’ odore del fumo si attaccava ai nostri vestiti e mi faceva sentire sua complice. Nessuna ragazza della mia età fumava con la madre.
Quel giorno avevo l’ultima lezione di Storia della Musica. Il mio maestro abitava a Vietri e mamma mi accompagnava sempre quando stava bene, ma a guidare era un disastro e ogni volta papà le diceva Marta, chiamatemi quando siete arrivate, e poi non capisco non ci sono bravi maestri anche a Napoli? Ma la mia maestra di piano aveva detto il migliore è Maione e con lei non si discuteva. Perciò Napoli- Vietri col freddo e la tempesta, ma finalmente era arrivato giugno.
Dal finestrino aperto entrava l’aria calda e quando la macchina si fermò al casello di Angri l’afa diventò insopportabile. Siamo in ritardo, lo sapevo, ti avevo detto che dovevamo partire prima, le dissi in tono sgarbato. Lei fece finta di niente. Faceva spesso così e io mi imbestialivo e cominciavo a ricordarle tutte le volte in cui avevo avuto ragione. Il maestro lo sa che veniamo da Napoli e capirà, aggiunse con aria indifferente. Piuttosto cerca di stare calma, e si mise a canticchiare come faceva sempre, mentre io, per non rispondere, facevo finta di ripetere dal libro gli ultimi argomenti. E non leggere in macchina che poi ti viene la nausea. Pochi minuti dopo infatti sentii il solito sapore acido che mi saliva su per l’esofago e il sudore freddo che mi bagnava la fronte. Chiusi il libro e piombai in un silenzio ostinato che urlava tutta la mia più nera incazzatura, ma lei aveva voglia di fare la pace. Ci facciamo una sigaretta? mi disse. Presi i due pacchetti dalla borsa e le girai l’accendino. Il primo tiro lo facemmo all’unisono, buttando fuori il fumo dai finestrini spalancati. Lei si girò e mi sorrise e all’improvviso un soffio di vento le fece tremolare il ciuffo che portava riverso sulla guancia sinistra.
Mia madre era una donna briosa quando stava bene, ma la sua ilarità era come un’ubriacatura che dopo la lasciava svuotata. La felicità non era un sentimento con il quale aveva molta consuetudine, andava a tentoni, esagerava, perciò la sua allegria sembrava finta. Diceva il medico che mia madre aveva l’esaurimento nervoso. Io e mia sorella dicevamo che mamma aveva la COSA e quando aveva la COSA saltavano il pranzo e pure la cena. Figuriamoci la lezione! Stanze chiuse, intere giornate affondata nel letto con lo sguardo perso nel vuoto. Perciò quel pomeriggio di giugno ero felice che lei fosse con me.Quando eravamo scese per prendere la macchina Graziella la portiera, ci aveva fermate e col solito tono sfottente, Signora, l’inquilina del sesto piano dice che un’altra volta i panni vostri le hanno sporcato le lenzuola appena stese. La signora Russo non la tiene la cameriera, nunn’ è comme a vuie. Capace che quella, poi, si lamenta con l’ingegnere. Ma mia madre non le aveva risposto ed era scappata via senza nemmeno guardarla in faccia. Io mi ero dovuta trattenere per non saltarle al collo.
Nel palazzo mia madre era la moglie dell’ingegnere, quella strana. La detestavano quasi tutti, le invidiavano la casa lussuosa e la vita agiata che il povero marito, mio padre, le aveva regalato. Lo compativano quel poverino, costretto a sopportare un guaio del genere. E poi quella teneva le mani bucate, spendeva e spandeva e stava sempre piena di birlocchi, ma si sa, più tengono i soldi più non li sanno apprezzare. Per fortuna le figlie non c’erano male, soprattutto la prima che somigliava tanto a suo padre, anzi, no, era tale e quale. Invece io mi sentivo uguale a mamma. Soprattutto da quando avevo scoperto di essere epilettica. La prima volta feci finta di niente. La malattia diventò mia la seconda volta. Lì capii e fui certa che quella brutta cosa me l’ero procurata per somigliare a lei. Almeno così pagavo il mio pegno per aver scelto papà. L’avevo fatto per comodità, forse, non per mancanza d’amore, e anche se mio padre non mi aveva mai chiesto un’abiura, io mi sentivo comunque una traditrice.
Mia madre spense la sigaretta che io stavo ancora a metà. Faceva così, faceva tutto di fretta. Mi spostai sul sediolino e il libro, cadendo per terra, si aprì sulla foto di Joni, il gattino bianco e nero che avevo trovato per strada. Allora mi ricordai di quando lo avevo portato a casa. Sapevo che lei non voleva, ma volli sfidarla, le dissi senza di lui me ne vado anch’io ma lei va bene, Stella, facciamola questa prova. All’inizio Joni lo curammo insieme; presto lei si stancò, ma lei si stancava subito di tutto. Mia madre era una donna intermittente. Perché lo hai chiamato Joni? Mi chiese una volta. Come Joni Mitchell, mamma, la mia cantante preferita. Lei e il vecchio Neil come due guerrieri Navaho cavalcano insieme sulle praterie del Mid West e cantano l’amore come piace a me. Sai, mamma, sogno anch’io un amore così, fiumi limpidi e foreste dove fare l’amore al riparo dal mondo. Ma questo non glielo dissi. Ero troppo piccola per fare l’amore, almeno, lei pensava così, perché non lo sapeva che sulla prateria c’ero già stata.
Immersa in quei pensieri nemmeno mi accorsi che eravamo arrivate a casa del maestro. Quando scesi dalla macchina mi disse ti aspetto qui. Va bene, le risposi.
La lezione volò sulle note di Zerlina e Masetto ed era quasi scuro quando scesi giù al palazzo. Imboccammo subito l’autostrada, ma l’ingresso era chiuso. Un camion pieno di frutta si era rovesciato sulla carreggiata direzione Napoli. Unica strada per tornare in città la costiera amalfitana. Al primo tornante sotto il Raito mamma incollò la faccia al volante e rallentò fino a 20 all’ora. Aveva spostato il sediolino così avanti che sembrava non avesse più le gambe e non so perché aveva chiuso il finestrino dalla sua parte. Guidava tutta concentrata, come una bambina che deve portare a termine un compito troppo più grande di lei. Sulla discesa per Cetara una macchina dietro di noi cominciò a suonare per sorpassarci. Si avvicinava di scatto sbandando a destra e a sinistra proprio nel punto in cui la strada si faceva più stretta. Quando finalmente riuscì a superarci il conducente si affacciò dal finestrino e con tutta la voce che aveva in gola ci mandò a quel paese. Mamma restò impassibile e si preparò al girare il volante per la curva successiva. Sembrava aver preso confidenza con quella strada tortuosa che nel buio della notte mostrava ad ogni svolta chiazze di luce sdraiate sul mare. All’altezza di Positano ci fermammo per un caffè. Scendemmo giù in paese e scegliemmo un baretto sulla spiaggia. La serata era bellissima. Anche il caldo era scemato e il profumo del sale che saliva dalla spiaggia riempiva il silenzio del borgo che si arrendeva al fresco della luna. Tra le barche ammarate sulla spiaggia giacevano le nasse e il paese con le luci delle case ancora accese era un presepio. Quando arrivò il caffè mamma lo bevve tutto d’un sorso, poi ordinò una delizia al limone. Era il suo dolce preferito. Per favore, aggiunga un cucchiaino, disse al cameriere. Affondammo insieme nello strato di crema gialla fino al cuore di panna. Poi insieme facemmo il primo boccone. Sollevando lo sguardo i nostri occhi si incontrarono e scoppiammo a ridere mentre il gusto della delizia si depositava in bocca come un velo di allegria.
A un certo punto lei guardò l’orologio. A casa sicuramente ci avranno date per morte, Stella, vai tu a chiamare papà, vedi, là c’è un telefono. Il barista mi procurò i gettoni e raggiunsi la cabina dall’altra parte della piazza. Feci in un attimo. Era arrabbiato? mi chiese quando tornai. Che ti ha detto? Ma niente…, le risposi. Era arrabbiato, lo so, ripetè con la sua aria pigra. Ha detto che anche a Napoli ci sono bravi maestri, aggiunsi facendo il verso a papà e mentre lo dicevo mi resi conto che per la prima volta lo stavo tradendo. Sentii una fitta in petto. Lei se ne accorse, mi sorrise e, passandomi una Muratti, mi chiese ce la facciamo l’ultima sigaretta? Si accese la Muratti e cominciò a fumarla con tiri lenti e profondi, come se quella fosse l’ultima sigaretta della sua vita. Un attimo dopo una folata di vento la fece rabbrividire. Si mise sulle spalle la giacchetta di cotone e rivolse lo sguardo verso il mare. Io mi girai a guardarla e mentre la guardavo sentii i suoi sensi che cercavano di afferrare il rumore della risacca, il vocio del paese, il profumo dei limoni, come una ladra. Seduta a quel tavolino mia madre era bellissima. Non l’avevo mai vista così. Quando spense la sigaretta si voltò e mi accarezzò sulla guancia destra. La sua mano si trattenne un po’ sul mio viso come a non volerlo lasciare. In quel momento avrei voluto dirle mamma, vedi che si può essere felici? mamma, perdonami se non ti ho mai detto che esiste la gioia, ma mentre cercavo le parole lei mi guardò negli occhi e mi disse Stella, sono felice di stare qui con te. Ci ricorderemo per sempre di questa giornata. Io pensai che aveva ragione.
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