Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Le stelle marine” di Giuditta Grosso

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026
       Siamo le oblate della Solitaria. Siamo le figlie della vergogna, tre madri e nemmeno un padre, la ruota dell’Annunziata, un giro e ti ritrovi addosso questa pezza bianca e nera, e i capelli corti che ti friccicano sotto il fazzoletto. Ci hanno portate qui che tenevamo undici anni.  Qui ci hanno insegnato la castità, certo, e la modestia, anche. Solo quello teniamo, dice suor Liboria, solo la verginità. 
             Il giorno che entrammo Liboria ci fece la visita che, se ti va male fili dritta dritta all’ospedale della Vicaria. Ci fece urinare in un bacile; poi tirò su col naso. Stendetevi sul lettino una alla volta, ci disse, e chiamò Gesuina, che è la sua ombra. Toccò prima a me, Ferrantina. Mi infilò le dita dentro al buco come nel budello di un polpo. Poi si stesero Caterina e Gemmetella. Nessuno ci aveva mai messo le dita nel buco prima di allora e ci fece male. Ci fece sentire scuorno. Ma Liboria disse che nessuna può entrare alla Solitaria se prima non si fa la visita. Il vescovo ci tiene assai e una volta al mese provvede a controllarci personalmente, però controlla solo noi, le figlie di nessuno. Sì, perché alla Solitaria ci sono pure le signorine, e le signore, i migliori sedili della città che riempiono chiese e monasteri di priore e badesse. La Solitaria è un monastero reale, è importante. Quando arrivammo c’erano pure Guadalupe e Ximena, le spagnole. In refettorio sedevano vicino alla Madre Superiora, suor Consolata da Venosa, la discendente di Gesualdo. Noi alla Solitaria non li cantiamo i suoi madrigali: parlano d’amore e l’amore non è cosa per noi
              Quando le dita di Liboria finirono di scavare nel pozzo entrò don Siro. Sono intatte, disse la monaca. Siete sicura, sorella? Pure, come la veste della Madonna. Così ci fecero spogliare e prima di attraversare la porta della clausura ci lavarono in una grande tinozza. Fu la prima cosa bella. Era un martedì, era l’ora di cena, pietanza di pasta fina, formaggio e frutta. Vino solo alle signore, ma solo a quelle abituate. Anche adesso, ogni volta che usciamo dal refettorio, Carolina ci sente il fiato per controllare. Noi, però, ogni tanto un goccetto ce lo rubiamo; il vino ci piace assai, quello dolce soprattutto. 
              Da anni questo abito bianco e nero ci ricopre dalla testa ai piedi, bianco come la purezza, nero come lo spasimo della Madonna Addolorata. Nessun colore qui dentro, fatta eccezione per il verde e l’azzurro dei nostri occhi, e il rosa delle nostre guance. I capelli ce li hanno tagliati corti corti e al posto del tuppo ci hanno buttato in testa una pezza grigia. Ogni mese la capera viene col rasoio a fare il suo mestiere. Ci mettiamo in fila, le signore per prime nelle loro stanze, dopo noi, nella camerata. Quando eravamo piccole all’Annunziata ci chiedevamo sempre ma le suore che c’hanno sotto il velo? Ora sappiamo che tengono piccoli serpentelli addormentati che non possono più strisciare. Perciò abbiamo giurato che quando usciremo di qui, ci faremo crescere i capelli lunghi lunghi, e faremo venire ogni giorno la capera per aggiustarceli. Ci faremo mettere anche i posticci, come fanno le gran signore. Sono assai di moda.

           Dalla Solitaria si può uscire solo con l’assegno di sei once di carlini d’argento, ma quello lo danno soltanto alle allieve della scuola di musica, “le meritevoli”. Senza soldi puoi solo farti novizia o rimanere serva. Ci sono molti uomini che vengono a prendersi una moglie qui da noi perché quelle sei once ti fanno campare e allora loro non vanno tanto per il sottile, brutte belle storpie, ti portano a tavola un piatto di minestra e un bicchiere di vino, e ti scaldano pure il letto. Così ci siamo impegnate e siamo entrate nel coro, siamo diventate brave, perché non vogliamo pulire pitali per tutta la vita. La notte le signore ci chiamano a liberarle della loro merda puzzolente e ci gira lo stomaco a toccare i cantari delle vecchie che hanno gli intestini marci che ci crescono dentro le carogne e ci fermentano le vipere tra i budelli di quelle carni perse. 

             Oggi è il 13 aprile 1777, venerdì di Passione, e la processione della Solitaria sta per iniziare. Dalle grate della nostra camerata si vedono i preparativi. La piazza è già piena e davanti all’ingresso del Palazzo Reale hanno montato le vare.  Tra poco porteranno i Misteri e inizierà il corteo: Toledo, S. Anna dei Lombardi, poi, finalmente, il Gesù. Sono arrivati pure gli incappucciati. La loro veste è ancora bianca, ma la spugna di chiodi fini tra poco farà il suo lavoro e il sangue scorrerà. 
            Dal refettorio si sente il profumo del mare. L’aria tiepida, mischiata con l’odore di broccoli fritti e mangiafoglie, sale fino al convento che sa di acqua di millefiori e pasta di mandorle. Domani i dolcetti li mangeremo anche noi, come ogni sabato di Resurrezione. 
             Mentre eravamo in fila per la confessione, ci siamo ricordate di quando all’Annunziata preparavamo la farina di mandorle per la pasta reale. Assunta di nascosto ci dava il pane con le noci e la marmellata e, a volte, pure un goccino di ratafià. Noi in cambio incartavamo i pacchetti, dodici paste per guantiera, carta velina, nastrino azzurro e rosa come il colore dei poveri orfanelli e poi grazie signora, un inchino alla contessa e un giorno la marchesa Minutolo ha detto Assù, ma queste ragazze si sono fatte signorine, devono prendere la loro strada. Perciò siamo arrivate qui alla Solitaria, ve lo ricordate? Ce lo ricordiamo. Ci ricordiamo tutto. La fame all’Annunziata era nera, qui, almeno, abbiamo mangiato sempre, tre volte al giorno. Abbiamo avuto un letto e un cambio di biancheria ogni mese. Non è andata così male, no, è vero. La cosa più bella però è stato rimanere insieme, ci bisbigliamo nelle orecchie, e poi ci diciamo vi voglio bene, anch’io, anch’io, sempre insieme anche fuori, sì, mai da sole, sorelle mie. Ma lo sappiamo che è una bugia, che un giorno tutto finirà, vita mia, gioia mia, luce mia, meglio restare, allora, meglio pulire pitali per tutta la vita. Con le mani ci asciughiamo le lacrime, le tue le mie le nostre lacrime; con le punte dei polpastrelli ci premiamo gli occhi per non fare uscire nemmeno una goccia. E intanto pensiamo al giuramento: i capelli lunghi, la libertà. 

             Le voci della piazza si fanno più chiare e l’odore di mare continua a salire sui muri di Pizzofalcone. Con gli abiti freschi di bucato scendiamo con le altre poverelle lungo la via che porta alla piazza. Dall’altro lato c’è la spiaggia. Non ci siamo mai state, ma la vediamo tutti i giorni dal terrazzo dove stendiamo i panni; vediamo anche il mare. Quando ci danno le sei once ci andiamo sulla spiaggia, è vero? Sì, ci andiamo. Ci bagniamo pure i piedi, sì, ma solo i piedi. 

             Liboria ci ha detto che il nostro posto è dietro la prima vara, quella con la Madonna Addolorata. Siamo tante. Tutte insieme sembriamo una nuvola bianca e nera, e le torce rosse che stringiamo tra le mani sono la lava del Vesuvio. Alla partenza del corteo iniziamo a pregare e la gente si segna al nostro passaggio, mentre i portatori fanno danzare i Misteri al suono dei Turchini che intonano lo Stabat Mater. Anche noi cantiamo, ma a bassa voce, perché non è ancora il nostro turno. 
              Quando arriviamo a Toledo è l’imbrunire. Il bianco degli incappucciati è già diventato rosso e le loro mani grondano. Alti tra la folla, i cappucci a punta dei confratelli ci indicano la strada. 
              A ogni stazione i fedeli si fermano e intonano un Kyrie eleison. A ogni stazione il cielo diventa più scuro. Arriviamo al Gesù che è quasi notte. Dal portone della chiesa si vedono le candele e i fiori rossi e bianchi delle corone. I drappi d’argento e di porpora brillano intorno all’altare e vicino alle panche dei Signori che prendono posto per l’ultima stazione: Tradiderunt me in manus impiorum. Entriamo anche noi, mentre i portantini adagiano le vare lungo il corridoio centrale. Tutto è compiuto. 
               Confuse nella folla siamo agnelline spaventate dal coltello: ci stringiamo vicine, ci pestiamo le zampette, beliamo, ma nessuno ci ascolta. Ancora poche ore. Da domani ricomincia il mondo fatto a pezzi, il mondo della grata: un occhio, una mano, un sorriso. Tutto per noi è diviso, spartito, lontano. Solo noi siamo intere.
    Quando hanno esposto il Cristo morto la gente si è segnata e mentre l’organo suonava l’ultima litania i Signori si sono avviati fuori dalla chiesa. Dopo siamo uscite anche noi. La piazza è piena. Vicino all’obelisco si vedono le carrozze.
              In mezzo alla folla si è avvicinata Liboria. Ci ha guardato, poi ha detto: Gemmetè, mo’ che torniamo prepara il sacco con la roba tua e aspetta nello stanzino vicino alla grata. Non c’è stato bisogno di parlare: ci siamo guardate e amme pigliate nu capo, una decisione.   
             Arrivate al Largo di Palazzo ci siamo nascoste.  Le torce ormai erano tutte spente così nessuno ci ha viste, nemmeno Liboria. Mentre le altre poverelle salivano verso la Solitaria ci siamo prese per mano e abbiamo corso verso la strada che porta alla marina. Alla fine della discesa c’è una scalella, poi solo sabbia umida e fina che fa il solletico. Con le gonne sollevate siamo andate sulla riva. L’acqua del mare ci ha bagnate e la sabbia è diventata morbida sotto i piedi. Un venticello leggero ha cominciato a soffiare sulle nostre nuche nude. È bello, però tremiamo. Forse è il freddo o forse è la gioia di stare nel mondo, da sole, per la prima volta.   
            Davanti a noi c’è il mare: è intero.   


            Il giorno 15 aprile 1777, Domenica di Pasqua, Antonio Sorice e Raffaele Mastrantuono, pescatori del borgo di S. Lucia, dichiarano di aver trovato incagliati nell’ancora della loro lancia i corpi di tre giovani donne legati ai lembi delle loro vesti bianche e nere; il capo scoperto mostrava segni di una recente rasatura. Dalle indagini fatte si è potuto accertare che trattasi senza dubbio di Ferrantina, Caterina e Gemmetella figlie di N.N., oblate del convento della Solitaria, la cui scomparsa era stata denunciata in data 14 aprile alla polizia di Sua Maestà. 

            Quando arrivarono le guardie per traslare i poveri corpi alle 366 fosse, Raffaele Mastrantuono si accorse che nel tridente dell’ancora erano infilzate tre stelle marine. Erano rosse, con i bracci picchiettati di piccole escrescenze bianche. 
          Ai piedi della piccola scala tre fazzoletti grigi brillavano illuminati dal sole di mezzogiorno.
             

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.