Premio Racconti nella Rete 2026 “Il nonno” di Fabio Innocenti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Entrai nell’appartamento quasi in punta di piedi, come un ladro. Senza aprire né le finestre né gli scuri. Quando misi l’indice sull’interruttore la stanza s’illuminò di una luce pesante, cupa. Il silenzio assoluto e l’arredamento di quel vecchio ed enorme salotto fecero il resto, facendomi sentire un po’ in soggezione. L’unico rumore, in strada, fu, per qualche attimo, il camion della nettezza che metteva in pancia i resti delle nostre cene.
Mi muovevo in modo un po’ goffo, nel torace sentivo battiti oleosi, lenti. Il nonno era morto da poche settimane e io non sapevo esattamente perché ero lì. Cercavo qualcosa, forse, ma niente di cui avessi esatta coscienza; le emozioni, intanto, mi si agitavano dentro in un unico miscuglio. Ovviamente mangiavo tutto con gli occhi, dai dipinti alle pareti, ai soprammobili. Se invece li chiudevo mi arrivavano gli stessi odori di quando venivo a trovarlo. Ad un certo punto lo sguardo si fermò sulle medaglie al valor militare appese sopra la scrivania, cui era abbinato un attestato: Il Ministero della Guerra decreta: il signor Cambi Luigi è autorizzato a fregiarsi della medaglia istituita a ricordo della Guerra… Era la formula classica che accompagnava il diploma cartaceo rilasciato ai reduci. Mi tornarono alla mente certi racconti sui soldati impegnati nella campagna di Russia. Qualcuno aveva scritto che si lasciavano morire fermandosi in mezzo alla neve.
Ho avuto poco tempo per frequentarlo il nonno materno. Peccato. Con i pochi ricordi che ho e con i racconti di chi lo conosceva, posso ricostruire comunque un quadro affascinante, di un uomo che sembrava aver capito tutto quello che c’era da capire. Che non sembrava vittima, come un po’ tutti noi, di frustrazioni, complessi, o dei piccoli drammi creati dalle incomprensioni. Un sigaro in bocca, un buon piatto di pasta e fagioli, un bacio alla moglie (la sua terza moglie) e il mare di Livorno per andare a pescare. La sua vita era lì, accompagnata sempre da tanta musica. Ed è stato così fino all’ultimo giorno. E il vino? <<Quanto basta>>, diceva.
Negli ultimi anni prima della pensione aveva lavorato in una azienda di import-export, dove faceva un po’ di tutto. Ma per me il nonno era quello che vedevo misurare le nuvole, o quello che trovavo in cantina a sistemare le sue canne da pesca. O ancora: quello che avevo sempre immaginato volteggiare nel grande salotto di casa sua con la nonna, al suono di un gracchiante grammofono. Come a sottolineare, senza stancarsi mai, il potenziale rivoluzionario del tempo libero.
Non l’ho mai visto arrabbiarsi, né lamentarsi (magari oggi gli direi che ci sono molte ragioni, nel mondo, per essere arrabbiati, chi lo sa). Non l’ho mai sentito usare espressioni poco nobili verso qualcuno. Se avesse coltivato pomodori non avrebbe sprecato energie neanche per maledire le gelate primaverili. Anche se ogni tanto, sempre col sorriso, regalava qualche frecciatina ai suoi coetanei: << Stanno talmente comodi appollaiati sui loro ricordi che non si muovono mai di lì>>. La frase di lui che preferivo era però questa: <<C’è il rischio di diventare anche noi così da vecchi?>>. Ogni volta che la sentivo non potevo fare a meno di ridere, visto che aveva già più di ottant’anni! La pronunciava quando una persona si lamentava per un nonnulla oppure quando vedeva passare qualcuno con un ombrello in mano. <<Quale avventura può mai capitare a uno che viaggia con l’ombrello?>>.
La sua tranquillità si doveva al fatto di essere andato sempre per la sua strada, con le sue idee, e non aver mai seguito le sirene? Può darsi.
Da parenti e conoscenti ho ascoltato molte storie. Dicono che non sia mai andato da un dottore in vita sua, né da un dentista; che si era licenziato diverse volte per essere libero di viaggiare come piaceva a lui, senza limiti temporali, e che prendeva bonariamente in giro mia madre perché parlava con l’ortolano come fosse il suo medico curante. Qualcuno addirittura mi ha detto che, a volte, con la sua aria sognante, non sembrava neanche appartenere a questo mondo, che su questa terra pareva un ospite di passaggio.
Dopo la sua morte, incuriosito, mi sono deciso a passare un po’ di tempo nella sua casa vuota. Ci ero stato diverse volte, ma la mia permanenza coincideva sempre con l’ora di pranzo, quindi stavamo in cucina. Mentre lui preparava qualcosa da mangiare la radio era sempre accesa, sintonizzata sul Gazzettino Toscano. La porta-finestra che dava sul giardino aperta per le mie scorribande di bambino iperattivo. Non avevo mai curiosato in quel salotto pieno di mobili tenebrosi, dall’aria importante, e di oggetti provenienti da tutto il mondo.
Quel pomeriggio mi accorsi che era davvero uno scrigno delle meraviglie. Oltre ai dipinti, scoprii creazioni artigianali di ogni tipo, un samovar argentato e, nel mezzo della stanza, il pezzo che mi avrebbe incantato: un bellissimo mappamondo ormai ingiallito. Per me, innamorato della geografia, qualcosa che emanava un fascino irresistibile. Le mie mani cominciarono ad accarezzarlo, a farlo ruotare, i miei sogni ad occhi aperti oltrepassarono meridiani e paralleli.
E poi i libri (non avevo mai saputo che al nonno piaceva leggere). Innumerevoli, anche di edizioni pregiate. La grande libreria di mogano scuro non aveva uno spazio libero. Lo sguardo cadde su due volumi in particolare, forse non a caso. Viaggio al termine della notte, di Céline, e il libro delle opere complete di Luciano Bianciardi: L’ antimeridiano. All’epoca avevo quindici anni, non conoscevo i due autori e non immaginavo neanche lontanamente che sarebbero diventati due dei miei libri preferiti. Mi limitai a sfogliare, soffermandomi poi sulle frasi che il nonno aveva sottolineato: << Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. Per questo marcisce>>, scriveva il famoso medico francese. <<La cultura non ha senso se non ci aiuta a capire gli altri, a soccorrere gli altri, ad evitare il male>>, rispondeva il simpatico grossetano.
Chissà quante erano le cose che ignoravo. Magari vendeva anche informazioni ai servizi segreti di paesi ostili. Oppure scriveva romanzi per qualche personaggio famoso. Molti altri aspetti della sua non comune esistenza erano sicuramente addormentati nei cassetti di quei mobili. Quello che sapevo con certezza era che si trattava di una persona estremamente curiosa, che anche in tarda età non si limitava a studiare i passanti dalla finestra o ad ascoltare il rumore delle ciabatte sulle piastrelle. Anche io, del resto, avevo conosciuto il mare, prima che con Melville, con lui.
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Nella storia dell’umanità è successo di tutto, anche cose che sembravano impossibili, tipo tradurre in tedesco Er pasticciaccio brutto de via Marulana (chissà con quali esiti). Ma ugualmente della vita del nonno si può dire che è stata abbastanza eccezionale. Di lui dicono anche, infatti, che riusciva a portare con sé una piccola canna da pesca pure durante la guerra, in Grecia; e mentre gli altri si sparavano trovava sempre un corso d’acqua per trascorre in pace le giornate. Mi è sempre piaciuto crederci. D’altronde… “mi hanno fatto mica niente quelli là”, avrebbe detto Cèline.
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