Premio Racconti nella Rete 2026 “L’insonnia di Ottaviano” di Alberto Bonini
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026«Ti penso Antonio… oltre il filo teso di un’orizzonte ambrato, che mi attendi con il corpo vibrante di terrore mentre il mio esercito si avvicina portando armi fredde e uomini dai cuori ancor più freddi. Mentirei a me stesso se affermassi che tra noi due si sarebbe potuta coltivare un’amicizia… Non ne abbiamo mai avuto l’intenzione e di questo non mi dispiaccio più di tanto; dall’ultima tua lettera però, qualcosa in me si è fatto macigno penoso. Le tue parole non mi avevano mai smosso nell’animo come le ultime.
“Che cosa ti ha cambiato?“ Mi scrivesti dopo che feci del tuo testamento e del tuo alto tradimento un giusto motivo di ripudio politico.
“Ti tange che mi accoppio con una regina? È mia moglie!“.
Avrei dovuto mostrare quella lettera come ulteriore prova del tuo tradimento verso Roma, invece la conservo ancora e di tanto in tanto la rileggo… Perché mi hai turbato Antonio, un fastidio che nelle settimane è diventato un cancro nel mio petto e dormire mi è impossibile.
Tu mi hai visto crescere! Eri al fianco di Cesare quando mi pose la mano destra sul capo nominandomi suo successore! Mi scrivi che sono cambiato e come avrei potuto non farlo!
Ho corroso amicizie e relazioni. La guerra, la morte…
Ti volevo bene Antonio, e ti ho ammirato, perché non hai fatto un passo indietro? Il nostro Triumvirato fu necessario, dovevo proteggermi da te, mi hai vegliato nella crescita per tradirmi?
Non posso comprenderti, me l’hai reso impossibile da quando mi giunsero le tue parole. Mi credi un mostro perché non accetti cosa tu sia diventato!
Questa sera benedici una debole stella Antonio, che hai trovato quel che ti ha permesso di rivaleggiarmi in una battaglia che avevo già vinto. Cleopatra ti ha rapito il cuore come non fece con Cesare, lui almeno se ne andò da lei lasciandole un ricordo… Tu le hai promesso un futuro che non potrà mai avvenire… Ve lo impedirò! Ne ho il dovere!
Per Roma, per te… La tua morta ti eleverà a eroe, ti ricorderanno.
Ti avrei protetto, e come con Cesare mi avresti sostenuto, ma non l’hai voluto. Sei corrosivo per tutti, anche per te stesso”.
Ottavio Augusto scrisse questa lettera impallidito da un riposo tormentato, frequente nella sua vita giovane. Alla testa di un impero che attendeva di potersi nominare tale, il giovane Principe osservava il mare nero, assordato dai suoi soli pensieri e con una brezza fresca che gli scheggiava il viso. In un oceano di stelle brillava una luna piena, che illuminava le vesti porpora di un giovane forte, troppo forte… E consapevole, tremendamente consapevole delle sueabilità. Ottaviano meditava in silenzio, stringendo con forza il legno della nave, con un peso sul petto che non gli
permetteva di deglutire.
Nella sua stanza debolmente illuminata giaceva un papiro sporcato d’inchiostro e lettere.
«Tu hai vissuto quel che io non ho mai trovato e che ora ritengo di non poter più ottenere.
Triumviro Antonio, so che mi attendi con armi e uomini, che la regina Cleopatra vede in me un diavolo e in te l’amato e, io vorrei dimostrarvi l’opposto, ma non posso.
Ti ho esposto Antonio, ho letto il tuo testamento al senato per distruggerti; Smettila di parlarmi come un padre, non ci sei mai andato vicino!
Al cospetto di questo nostro mare che ci separa io mi chiedo, come ti senti adesso? Terrorizzato forse? Una volta che poserò i piedi sulla sabbia dorata dei faraoni solo uno di noi due potrà rivedere Roma.
Ho bisogno di vederti col velo della morte indosso, che da quando questo dolore mi comprime il torace e mi tortura, quel velo lo sento sul capo».
Stremato da anni di conflitti a Roma, Ottavio esaurì i suoi pensieri nelle profondità del mare e si ritirò per concedersi un po’ di riposo. Sfilò l’armatura di metallo decorata, i bracciali dorati, poi i gambali e le calzature, massaggiandosi i piedi e i polpacci che gli dolevano. Ripiegò il mantello porpora e lo mise sopra un mobile di fianco al letto. Ogni muscolo del corpo implorava una tregua, ma il sonno non lo colse mai, e allora a tentativi chiudeva gli occhi e cercava la perdizione.
«Ho gli occhi che si spengono, cadono riscaldati dalla coperta. Distinguo a stento i pensieri e il respiro si è fatto finalmente profondo, lento e rilassato. Il dolce sonno mi tende una mano ma io la guardo con diffidenza, e appena mi concedo il cuore salta… perché mi consumi Antonio. L’attesa non l’ho mai sofferta, mi vibra il corpo nel far nulla. Sono un uomo d’azione, se mi fermo esso mi prende.
Ti invidio vecchio mentore. Il tuo sentimento per Cleopatra ha cambiato le tue lettere, da allora ho compreso che io non ho mai avuto un sonno felice. Tu invece qualche notte con il sorriso l’hai vissuta…».
Cullato dalle onde del mare, l’imperatore Augusto si addormentò. Fuori dalla sua cabina le correnti gelide frangevano l’acqua sulle assi di legno della nave, la notte buia nascondeva la meta e le stelle, unite in costellazioni meravigliosamente caotiche, decoravano un soffitto nero. La nave si assestava a ogni scossone, lamentandosi del viaggio e della prova. Ottaviano e i suoi uomini procedevano con la testa alle mogli e ai mariti, ai figli che forse non avrebbero più baciato, lo stomaco si strinse e il sonno li abbandonò.
«Antonio, Marco Antonio, ti ucciderò perché questo vuole Roma. Ho bisogno che tu muoia, non posso accettare la tua vita sapendoti felice altrove. La tua mano mi ha coltivato, mi ha denigrato, mi ha indicato e poi respinto, ma saperla posata su di un’altra persona no… Non lo posso soffrire.
In Senato, quando varco la soglia i politici si aprono davanti al mio cammino, e in fondo già scorgo il mio posto. Nel caos dei dibattiti, quando la violenza anima il confronto, io non lo sostengo più.
Tutti vengono da me e io trattengo il pianto, mi tremano le mani e mi si arrossano gli occhi, ma non posso mostrarlo. Io non me lo posso permettere! Sono Augusto perché mi hanno scelto… e verrò ricordato se ti avrò sconfitto.
Più io ti stringo verso l’oblio, più la tua figura brilla…
…e la mia vacilla”.
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