Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Tre giorni di pioggia” di Chiara Miranda

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

CAP.I ERNESTO

Diciassette e trenta. Il timbro scatta metallico sull’ultimo modulo della giornata. Ernesto fissa il quadrante dell’orologio a muro: ancora trenta minuti di neon e carta polverosa prima della libertà. “Il posto fisso è un ombrello per quando piove”, diceva suo padre. E lui è rimasto lì sotto, all’asciutto, a guardare il mondo oltre il vetro dell’ufficio.

Da giovane voleva fare il falegname. Aveva visto un artigiano trasformare pezzi di legno in incastri levigati. L’odore di resina gli era rimasto nelle narici: quando lo sente, il respiro si ferma.

Sistema meticolosamente le graffette. Spegne il computer. Il silenzio del corridoio è l’unico suono che gli appartiene. Esce nel novembre grigio, piove fitto.

Apre l’ombrello a scacchi. È solido, anonimo, un riparo che puzza di naftalina e tabacco. Cammina verso la pensilina del 42. Una pozzanghera avvolge un mozzicone di sigaretta; Ernesto lo fissa finché i contorni non svaniscono.

Quando il bus arriva, Ernesto fa per salire, ma lascia l’ombrello lì, appoggiato alla pensilina.

Sale i gradini del bus, si siede al solito posto, il terzo a sinistra. Attorno a lui, gli studenti con le cuffie non alzano lo sguardo dagli smartphone. Appoggia la tempia al vetro freddo. La mano cerca automaticamente il manico sul sedile accanto, ma si accorge allora della mancanza.

Mentre il bus accelera, Ernesto rimane a guardare la sagoma della pensilina che sparisce nella pioggia, portando con sé il suo ombrello a scacchi.

Con calma, scioglie il nodo della cravatta, la lascia ciondolare dal collo. Un mezzo sorriso gli increspa le labbra. Guarda il riflesso dei lampioni sulle pozzanghere.

Forse avrebbe cenato al buio, o forse avrebbe lasciato le finestre aperte per ascoltare il temporale.

CAP II – ALESSIA

Eccoti, ti sei alzata. Prendi il tuo bus per la città. Anche oggi il cielo è grigio e, come al solito, hai dimenticato l’ombrello. Dimentichi sempre qualcosa. La tua stanza è un caos totale, come la tua vita.

Tua madre ti ferma sulla soglia. Ti studia, ti scruta dalla testa ai piedi. “I capelli, il trucco, e quella giacca che hai messo? Non è adatta. Meglio cambiarla. Le scarpe vanno bene. E mi raccomando: Sorridi sempre. Devi mostrare la tua felicità. Devi convincerli tutti che sei brava. Conto su di te.”

La voce di tua madre ti resta addosso, il suo volto ancora davanti a te mentre esci, è sempre lo stesso da anni.

Così hai iniziato a cercare qualcuno che potesse valorizzarti nel modo giusto. E quante persone si sono rivelate solo delle delusioni.

Ora sei qui, sull’autobus. Guardi le gocce di pioggia scivolare sul finestrino, appena scenderai, la tua messa in piega sarà rovinata da questa pioggia che scroscia, insistente. Però devi muoverti. Devi prepararti. Cosa dirai? Come lo dirai? Con quale tono?

Hai già fatto altri provini, ma nessuno ti ha chiamata. Riponi il copione nella borsa con un gesto rassegnato.

Appena metti piede sul marciapiede, un tuono improvviso sembra scuotere le fondamenta dei palazzi. Il tuo corpo ha un fremito.

Guardi il cielo grigio, il vento freddo che avvolge in un turbine circolare le carte ammassate sul marciapiede bagnato. Ti soffermi ad osservare il luccichio delle vetrine riflesse sull’asfalto, qui tutto sembra lucido e perfetto.

Poi lo vedi.

Appoggiato alla pensilina, un ombrello a scacchi grigi sta lì, sembrava aspettare te. Lo afferri con una foga quasi violenta, lo apri e un odore di tabacco ti avvolge.

All’improvviso il mondo cambia ritmo. Per un istante, il ticchettio della pioggia copre la voce di tua madre nella testa. Ti specchi sulla vetrina di un negozio: l’ombrello è brutto, non c’entra nulla con il tuo cappotto all’ultima moda.

Devi solo arrivare intera al provino.

Entri nella sala d’attesa del teatro con l’ombrello ancora gocciolante. Attorno a te, altre ragazze ripassano le battute. Tu guardi le stecche dell’ombrello, sorridi.

Quando ti chiamano sul palco, non lo lasci all’ingresso. Lo porti con te, stringendo il manico di legno consumato. Il regista, un uomo dalle occhiaie profonde, alza appena lo sguardo: “Prego, la scena del distacco”.

Inizi a recitare, ma le parole non escono con la solita cadenza studiata. La tua voce ha preso un tono più basso, più ruvido.

Reciti la stanchezza di chi deve proteggersi da tutto, ma non stai più recitando per tua madre.

Il regista smette di scrivere. Cala un silenzio denso.

Esci dal palco svuotata, ma intera.

Ti volti a guardare le altre ragazze, somigliano tanto a quella che eri. Sul tuo viso, un sorriso di tenerezza. Lasci l’ombrello nel corridoio e vai via. Magari potrà servire ad una di loro.

CAP III – ARTURO

Arturo aspettò che l’ultima ragazza lasciasse il teatro. Quando il portone pesante si chiuse alle sue spalle, rimase da solo con il ticchettio della pioggia sui vetri. Passò lo straccio con gesti lenti, circolari, pulire il teatro era il suo modo di rimettere in ordine il mondo dopo che gli altri lo avevano contaminato con le loro ambizioni.

Passava gran parte delle sue giornate in quel luogo, oramai non aveva motivi per tornare a casa, sua moglie era morta anni prima e sua figlia aveva trovato lavoro a Londra.

Si fermò davanti al portaombrelli di ghisa. Riconobbe subito l’intruso in mezzo a una selva di modelli moderni e colorati, non apparteneva a nessuno. Quell’oggetto aveva una dignità silenziosa.

Lo raccolse. Era solido. Uscì dal retro portando con sé l’ombrello. Non lo usò per ripararsi, lo usò come un bastone, appoggiando il peso sul manico robusto. Aveva smesso di piovere, camminò verso il suo quartiere, dove i palazzi diventano fitti di un grigio indefinito e vide il ragazzo del terzo piano, Mirko, appoggiato al muro dell’androne.

CAPITOLO IV – MIRKO

Mirko ha trovato riparo sotto la tettoia del palazzo. La pioggia per un momento gli ha dato tregua. Il suo corpo è teso, le sue dita tamburellano nervosamente sulla gamba, ha il biglietto in tasca e l’inquietudine dei suoi anni acerbi.

Indossa la stessa felpa che aveva al lavoro, odora di detersivo. Stasera ha salutato freddamente il titolare del negozio. Otto ore a battere codici a barre, sono troppi anche per lui che macina ore di batteria rock. Il gruppo lo aspettava per le prove, ma lui non ha detto nulla a nessuno, nemmeno ai suoi genitori che lo attendono per cena.

Sul telefono un ultimo messaggio di Sara, da Milano: “Ti aspetto. Stavolta vieni”.

In quel momento vede Arturo. Il vecchio emerge col passo incerto, lento. Non dice nulla, niente consigli, niente prediche vuote. Appoggia l’ombrello a scacchi contro il muro: “Portalo su tu, a me non serve”.

Mirko guarda l’oggetto, non è leggero è forte carico di una gravità che non sa spiegarsi. Non sale le scale, non ha voglia di incontrare il padre assorto davanti alla televisione, ne’ la madre, che si ostina a fargli da mangiare anche quando non ha fame.

Apre l’ombrello e un tonfo sordo che risuona nell’androne lo scuote. Ricomincia a piovere. Esce sulla strada e cammina deciso verso la stazione. I suoi passi sono affannosi e veloci, gli resta poco tempo, la strada è bagnata, ma lui non rallenta.

Si siede accanto al finestrino del regionale. Il vagone è quasi vuoto, illuminato da un neon giallastro. Fuori, la pioggia cancella i contorni delle case del quartiere che ha abitato per venticinque anni.

Mirko infila la mano in tasca e tocca il biglietto, come per verificare che esista davvero. Le ruote rullano sulle rotaie. Non si volta.

Milano Centrale lo accoglie con un caos di annunci che sovrastano il brusio della folla. Mirko scende, stordito da quell’ambiente così grande e sconosciuto.

Esce dalla stazione, si avvia lungo la strada che costeggia il parco, si ferma davanti a una panca di legno scuro.

Guarda l’ombrello, è asciutto ora, lo posa sulla seduta, le dita esitano un attimo sul manico, poi scivolano via.

L’alba schiarisce il cielo dietro le nuvole. Lui si incammina verso la città.

CAP V – GIULIA

Poche ore dopo, Giulia si fa largo tra la folla. Cammina con il passo rapido di chi non può permettersi di perdere tempo. E’ furiosa, ha lasciato il suo ombrello di seta in un taxi e la pioggia di Milano non fa sconti alle sue nuove e costosissime scarpe.

Si ferma davanti alla stazione. Vede l’ombrello a scacchi.

Il suo primo istinto è di disgusto: un residuo di un’Italia provinciale che lei cercava di dimenticare a colpi di aperitivi in centro.

Ma il cielo è nero e minaccioso.

“Che roba orribile”, mormora tra sé, controllando che nessuno dei suoi colleghi la vedesse. La necessità vince sulle sue esitazioni. Lo afferra con due dita. Lo apre.

In quel momento, mentre la tela si tende sopra la sua testa, il rumore frenetico del traffico diventa lontano. C’è un odore familiare che la sorprende. Ricordi d’infanzia, serate felici davanti al camino.

Invece di correre verso il suo appuntamento di lavoro, Giulia rallenta il passo.

Entra nel bar dell’hotel di lusso, è in ritardo ma non le importa. Davanti a lei, in impaziente attesa, l’amministratore delegato di una grande azienda, un uomo dallo sguardo vuoto e distaccato, la smorfia di chi non ha tempo da perdere.

Si ferma all’ingresso per chiudere l’ombrello a scacchi. E’ fradicio, pesante e terribilmente fuori luogo. Lo sguardo del cameriere indugia su quell’oggetto così ordinario. Per un istante, Giulia trattiene una risata, per l’assurdità di quella scena.

Si siede al tavolo. L’AD smette la sua aria d’impazienza e inizia a descrivere i progetti di fusione della sua azienda.

Giulia lo ascolta, ma le sue dita, sotto il tavolo, cercano il manico dell’ombrello appoggiato alla sedia. Sente i graffi sul manico, i segni di una vita che una volta era stata sua.

“Giulia, mi segui?”

“No”, interviene lei.

Dopo un interminabile minuto di silenzio aggiunge: “Non credo in questo progetto”.

L’uomo la fissa come se fosse impazzita. Giulia si alza. Esce dal bar senza salutare.

Arrivata all’uscita, guarda l’ombrello e decide di lasciarlo nel portaombrelli dell’hotel, in mezzo a modelli di seta nera e legno pregiato.

Esce sotto la pioggia, camminando piano verso il parco.

CAPITOLO VI – PIETRO

La mattina dopo, Milano si sveglia sotto un cielo color perla, lavato da una pioggia che non aveva risparmiato nessuno. Il portiere dell’hotel esce sul marciapiede per sistemare i vasi di gerani all’ingresso.

Vede l’ombrello a scacchi grigi nel portaombrelli. Lo afferra e lo posa fuori, contro il muro di cinta, in attesa che il camion della spazzatura passasse a portarsi via quel relitto di stoffa bagnata.

Pietro arriva pochi minuti dopo saltellando. Ha sei anni e un paio di stivali di gomma gialli che lo fanno sentire un astronauta in missione speciale.

Sua madre lo tiene per mano, trascinandolo verso la scuola con la fretta di chi ha la vita in ritardo. Ma Pietro non ha fretta. Lui guarda il mondo all’altezza delle ginocchia dei grandi, dove le cose vere accadono nel silenzio.

Lo vede.

“Mamma, guarda! Un’astronave!”, grida guardando l’ombrello sfigurato dal vento. Sfuggendo alla presa lo afferra con entrambe le mani. Lo apre con uno sforzo che gli fa arrossire le guance e il suono della tela che si tende diventa un razzo incandescente.

Improvvisamente, il marciapiede di Milano sparisce, Pietro è il pilota dell’astronave, un esploratore in un universo di gambe e tubi di scappamento.

“Pietro, lascialo stare, è sporco!”, lo richiama la madre, ma sorride suo malgrado vedendo la serietà con cui il bambino impugna quel manico graffiato.

Camminano per un isolato, con Pietro che fa roteare l’ombrello nell’aria ormai tersa, spargendo le ultime gocce.

Quando arrivano davanti al cancello della scuola, Pietro si ferma. Guarda l’ombrello con attenzione. Lo chiude e lo infila tra le sbarre della cancellata.

Poi saluta la mamma ed entra.

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.