Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il gemello nella cassapanca” di Julian Canettieri

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Avrà avuto tredici o quattordici anni, Roberto, quando aveva deciso di chiudere suo fratello gemello in una cassapanca. Era rientrato in casa con quell’enorme baule e l’aveva sistemato in mezzo alla stanza. Aveva messo dei cuscini e una copertina sul fondo, avendo cura a posizionarli in modo comodo, e aveva invitato Riccardo a sedersi dentro. Il gemello aveva subito obbedito e Roberto aveva chiuso il coperchio sopra di lui, il tempo di lanciarsi uno sguardo reciproco.

In casa, nessuno aveva posto domande. I genitori cenarono guardando la televisione e Roberto finì il merluzzo gratinato e i fagiolini in silenzio, ascoltò distrattamente qualche notizia al telegiornale, poi se ne tornò su, con un piatto per Riccardo. Aprì il baule e gli diede la cena, l’unico pasto di quel giorno. C’era luce fuori, ancora non era calato il buio della sera, mentre Riccardo mangiava con calma il pesce. Roberto attendeva paziente, seduto sul bordo di legno della cassapanca, le gambe penzoloni, la schiena incurvata per mantenere l’equilibrio. Scambiarono qualche parola, parlarono distrattamente del più e del meno, poi Roberto richiuse la cassapanca e rimase a guardarla un po’. Passò addirittura la mano sul legno, per sentirne l’intaglio artigianale, e la consistenza calda e morbida.

Andò a dormire tardi, quella sera.

Era rimasto a guardare le doghe del letto a castello sopra il suo, quello che era stato del fratello, prima della sua nuova sistemazione. Aveva messo un po’ di musica che cambiava nervosamente dal suo telefono.

Guardò la cassapanca. Per un attimo rimase in ascolto, cercando di cogliere tra le note della chiassosa canzone qualche segno di lui. Ma non lo sentì. Subito ebbe come un moto di terrore: e se gli fosse successo qualcosa?

Corse verso la cassapanca e aprì il coperchio: suo fratello dormiva sereno, sdraiato sul fianco. Roberto trasse un sospiro di sollievo. Sentiva il proprio cuore battere, o forse era quello del gemello?

Il giorno dopo, Roberto fu premuroso: andò al negozio a comprare con la sua paghetta il loro fumetto preferito. Ne comprò due copie uguali, evento straordinario giacché di solito sua madre ne comprava sempre una sola e loro lo leggevano a turni se avevano litigato, oppure insieme, se quel giorno andavano d’accordo. Aprì il coperchio del baule e mostrò fiero il Naruto. Riccardo sorrideva. Nonostante ne avessero due copie, lessero dalla stessa, entrambi stretti dentro al baule. La coperta di flanella sul fondo faceva da materasso, mentre Roberto sentiva le sue spalle compresse, tra le pareti in legno e suo fratello. Mangiavano popcorn, patatine e tacos, e bevevano coca cola – poggiata fuori dal baule, così che ogni volta dovevano alzarsi, uscire, bere e rientrare.  Quella sera, Roberto dormì con il fratello, nel baule, il coperchio ben chiuso. Ma durante la notte, si risvegliò e non riuscì a riprendere sonno per cui si alzò, richiuse dolcemente la cassapanca e si mise a letto.

Quando sua madre o suo padre entravano nella stanza, per pulire o per raccomandarsi di qualcosa, come andare a letto presto, spegnere la luce, svegliarlo e così via, notavano la cassapanca, ma non chiedevano nulla. Mai domandavano di suo fratello, se non quando Roberto per un motivo o per l’altro, accennava qualcosa. Allora, vagamente, gli chiedevano se stesse bene e se avesse bisogno di qualcosa. Ma più tempo passava, meno si interessavano. E così dopo qualche mese, Roberto diventava l’unico a occuparsi di Riccardo.

Ad ogni modo, i due, complice una vita passata assieme, avevano sviluppato un insieme di segnali, con i quali comunicavano rapidamente. Se aveva sete, un tocco lieve con la mano. Roberto accorreva subito, apriva il baule, prendeva la brocca d’acqua che teneva sempre lì a fianco e lo faceva bere. Da quando Riccardo era nella cassapanca, la sua sete era aumentata esponenzialmente e ogni mezz’ora Roberto sentiva il tocco della mano sfiorare il legno. C’erano poi altri codici: doppio battito per uno spuntino (Roberto non dimenticava mai i pasti principali, che per praticità gli dava ora sempre allo stesso orario). Un colpo violento col piede se si annoiava (segnale, questo, nato per caso, probabilmente da un attacco di stizza). Tamburellava con le unghie una canzoncina quando voleva attenzioni, e Roberto rispondeva tamburellando a sua volta su qualunque cosa fosse a portata di mano, le doghe del letto di sopra, la scrivania dove studiava, il joystick mentre giocava alla Play. Inventavano melodie o riproducevano canzoni conosciute, poi si divertivano a farle indovinare all’altro. Certe volte la sera nel letto, prima di dormire, lo sentiva graffiare il legno per qualche minuto, segno di nervosismo. Roberto si girava sul fianco, sistemava il cuscino e dopo poco il rumore smetteva.

Era giugno e fuori c’era il sole, quando Roberto aveva invitato i suoi amici a casa. I genitori sarebbero stati fuori a cena e i ragazzi mangiarono la pasta che la mamma aveva cucinato per tutti. Quel giorno, Roberto aveva deciso di spostare la cassapanca sul fondo della stanza, e, per assicurarsi che non accadesse nulla, aveva comprato un lucchetto e aveva sigillato il baule. Aveva poi nascosto la chiave sotto al lavello in bagno, dietro al sotto mobile, che si era staccato e ballava. Arrivati in casa, i ragazzi si misero subito a mangiare (uno di loro aveva portato due birre che aprirono e si divisero) e quando ebbero finito andarono in stanza a giocare alla Playstation.

“Che c’è là?”, chiese distrattamente Mirko, un ragazzo esile e con gli occhi vispi e rapidi. Roberto fece finta di niente e si concentrò sullo schermo, muovendo il joystick e accompagnando il movimento con il corpo.

Continuarono a giocare per un po’, poi decisero di guardare qualcosa. Roberto rimase in piedi a scorrere i titoli, mentre gli altri, comodi, commentavano le scelte. Quando propose Naruto, il cartone animato, però, sotto la canzone si sentì un tonfo.

I ragazzi ammutolirono.

“Cosa è stato?”, chiese subito Mirko.

Roberto finse di non sentire e mise Naruto, la cui saga partì immediatamente. Dopo qualche minuto, però, si sentì battere di nuovo.

I ragazzi si guardavano tra di loro, un po’ straniti. Roberto alzò il volume e richiamò l’attenzione su una scena.

La serata continuò senza che Riccardo diede ulteriori segnali.

Più tardi, quando i suoi amici se ne furono andati, Roberto aprì la cassapanca, temendo che suo fratello andasse su tutte le furie, e gli chiese perdono innumerevoli volte, ma Riccardo non solo non era arrabbiato, ma anzi lo consolava, carezzandolo sulle spalle e dicendogli che no, non faceva niente. Poco dopo, Roberto volle che suo fratello tornasse nel baule a dormire. Richiuso il coperchio, si mise a guardare l’ultimo episodio di stagione sdraiato sulla pancia, sorreggendosi la testa con le mani e con le gambe piegate in modo da tenere i piedi in aria.

Accadde che in autunno Roberto si fidanzò. Lei era più grande ed esperta e, mentre si baciavano, all’uscita di scuola, dietro a un vecchio palazzo, Roberto pensò subito a raccontare tutto al fratello. Nei mesi successivi, però, Roberto e Arianna cominciarono a frequentarsi più spesso e lei fece di lui un uomo – o almeno così aveva l’impressione lui: un adulto, si diceva. Sto diventando adulto. Smise di giocare alla Play, vedeva meno i suoi amici e raramente la sera si fermava a parlare con Riccardo, al quale apriva solo per dargli il cibo e poi tornava alla scrivania a fare i compiti o a leggere. Riccardo non protestò mai, anzi, era felice di saperlo impegnato e nei pochi spazi che gli venivano concessi, accennava qualche domanda, subito evasa da Roberto.

Dopo Natale Arianna chiese a Roberto di andare a passare qualche giorno a casa al lago, solo loro due, per godersi il resto delle vacanze. Roberto acconsentì e i genitori furono contenti di saperlo in buone mani.

Ogni tanto Roberto pensava con fastidio a suo fratello, chiuso nel baule e si dannava, ora, di doversene prendere cura. Che andasse dove gli pare! Pensava, ma poi subito si distraeva con il corpo sinuoso di Arianna.

Quando, davanti a un lago che si colorava dei riflessi dei fuochi d’artificio che esplodevano in aria, a Roberto venne voglia di vedere suo fratello, salutò Arianna, piantandola lì, senza ulteriori spiegazioni e tornò in fretta e furia a casa. Aprì il baule, al quale, si accorse, aveva dimenticato di apporre il lucchetto: dentro, Riccardo giaceva morto.

Sollevò il suo corpo esanime e lo pose sul letto. Rimase a lungo a guardarlo, mentre le luci pirotecniche penetravano nella stanza, attraverso le tende, illuminandola di infiniti colori. Rimase a lungo a osservare il fratello disteso in modo innaturale sul letto e, dopo poco, finirono anche i fuochi. Ora Riccardo era più bianco e pallido che mai.

Roberto si sedette ai piedi del letto e tenne il gemello per mano, finché non gli venne sonno. Aprì la cassapanca, si sdraiò dentro, chiuse il coperchio e in pochissimo si addormentò.

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1 commento »

  1. Racconto angosiante . Haii espresso molto bene , senza emotività ,il senso d’i spaesamento presente in tutto il racconto. Dovresti proporre il soggetto a Tarantino, . Ciao,

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