Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Rane fritte” di Nicholas Porro

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

La strada scorreva sotto le ruote della vecchia Ford Mondeo nera, un grosso scarafaggio che correva in mezzo a due mari verdi. 

Il passeggero si svegliò.

“Buongiorno principessa” lo apostrofò l’autista.

“Ammazzati stronzo, manco avessi dormito bene”. 

Erano in viaggio da quattro giorni.

“Quanto manca?” disse mentre si stava tirando su una sigaretta.

L’autista controllò il navigatore.

“Meno di un’ora, ci siamo”.

Il fumo riempì un secondo l’auto per poi scomparire aspirato dal finestrino.

Il passeggero tamburellava la mano fuori ritmo con la canzone, mentre guardava fuori.

Sulla sinistra i campi di granoturco avevano raggiunto l’apice, creando un muro di spighe imponente. 

Sulla destra diversi campi lasciati a maggese, ricoperti da erbe selvatiche dal trifoglio al tarassaco, i gialli fiori rallegravano la distesa verde. Il caldo umido si appiccicava alla pelle, nonostante i finestrini completamente abbassati la temperatura della macchina ricordava quella di un sauna finlandese. Un’altra sigaretta per il passeggero.

“Mi ricordi per l’ennesima volta perché abbiamo accettato?” sbuffava nuvole di fumo che si mischiava all’umidità impegnandosi sugli interni porosi della Mondeo.

“La paga e il cibo, da queste parti fanno le rane fritte. Le hai mai assaggiate?”

Il passeggero si mise a contare con le dita.

“No per la settima volta, pensavo fossero molte di più”

“Tieniti queste battute per un’altra volta” disse con un sorriso affilato.

L’uomo alla guida scalava la marcia mentre imboccava il ponte che superava l’autostrada, i grattacieli della capitale si vedevano fino a lì. Molteplici gru scavavano nel cielo per costruire i nuovi quartieri periferici, alla sera le luci dei macchinari sembravano animare il panorama. 

“Dio mio si vede fino a qui” contemporaneamente lanciò il mozzicone fuori.

“Se c’è un posacenere è per usarlo” rispose l’uomo al volante stizzito, l’altro non rispose ma si limitò ad alzare gli occhi al cielo.

Mentre scendevano dal ponte apparì un benzinaio, l’autista mise la freccia. 

Imprecò, la stazione era chiusa. 

Le piante avevano ripreso quello che doveva essere un boschetto. Non si notava subito ma da vicino si poteva vedere come l’avanzata della vegetazione continuava senza sosta, dal piccolo bar erano arrivate fino alla prima pompa di benzina. Il cartello “Chiuso” era ricoperto da lumache, la loro striscia appiccicosa incollava le mosche al cartello.

“Abbiamo ancora venti chilometri di autonomia, speriamo di trovarne un altro”.

“Al massimo ci facciamo fare un prestito” l’altro ignorò il suo occhiolino.

La strada riprendeva, una serie di quattro rotonde in fila nel mezzo del nulla, nella terza le uscite erano solo nomi di cascine. 

“Senti ma per te è la prima volta?” l’autista lo guardò con aria interrogativa “Non prima in assoluto con questo tipo di soggetto”.

L’autista si tirò su gli occhiali con il pollice, se lo leccò e si morse il labbro.

“No, altre due volte, una in Vaticano e un’altra nel sud”.

“Ma tu credi?”.

“No, o meglio non credo nel Dio cristiano. Anche perché approva l’operato di sti porci”.

Tra un recinto di cavalli e qualche mietitrebbia apparivano delle piccole cappelle. Bianche con tetto in tegole rosse, sbiadite dalle piogge e dalle aride giornate di sole. Nessuna di esse era ancora in funzione, era diventata un luogo di ritrovo per i pellegrini in viaggio sulla ciclabile ai lati della strada. La maggior parte erano dedicate alla Madonna, una sorta di via crucis di tutte le fasi della vita della beata Vergine. La macchina rientrò nella civiltà, la statale che collegava la capitale al capoluogo. 

“Quindi secondo è giusto quello che stiamo facendo?” la sua mano era appoggiata sulla carrozzeria esterna, dava dei colpi con le dita.

“Novellino, sei nervoso?” 

“No ho fatto il chierichetto. Sono un cattolico. Non è così semplice”.

“Ti hanno dato anche a te tanti bacini?” l’autista mise la bocca a culo di gallina imitando un bacio

Il passeggero gli tirò un pugno sulla spalla

“No coglione, io non ho mai avuto problemi” 

“Secondo me si, è giusto agire così. Non importa chi mi paga o il perché, questi se lo meritano”

Il traffico rendeva il viaggio un pellegrinaggio, gli innumerevoli semafori rallentavano la marcia. 

“Sì ma chi lo decide che se lo meritavano?” ritornò sull’argomento.

“Il tuo caro dio”.

Un formicaio di supermercati occupava i lati della strada prima ricoperti dal verde dei campi, i vivai presero i posti delle cascine e gli autovelox  quello delle cappelle. L’auto si fermò poco prima della linea d’arresto, un cartello segnalava le telecamere per il controllo del semaforo. 

“Quindi sono come i criminali di guerra?” il novellino non mollava

L’autista si girò eccitato dalla domanda.

“Sì esatto, contro questi animali siamo in guerra.”

L’odore di olio esausto e patatine fritte entrò nella macchina, alimentando il clima da bischia sudamericana che si respirava. L’aria condizionata era fuori funzione, ogni sosta era una condanna. All’orizzonte le strisce di caldo galleggiavano in aria come fantasmi. Arrivati all’area di sosta entrambi scesero a prendere una boccata d’aria e cherosene. Le scarpe lasciavano l’impronta nell’asfalto.

“Questo è il paese, ora ci serve cercare la parrocchia”

“Io da ignorante andrei nel centro” 

I paesi si stringevano come una fisarmonica, in viuzze a senso unico e strade chiuse. La chiesa sorgeva davanti a uno spiazzo di sanpietrini, lo stile era evidente di metà novecento, probabilmente ristrutturata dopo la guerra. 

Si misero in un parcheggio a lisca di pesce alla fine dei ciottoli. Videro il prete uscire dalla porta laterale e dirigersi verso la casa parrocchiale. 

Le mani occupate, una busta della spesa e una teglia.

Armarono le pistole, misero le maschere.

Lasciarono l’auto in una via parallela, le armi nelle giacche.

Entrarono dal retro con una copia delle chiavi, il novellino si fermò in sala.

Un album di foto di famiglia, in bella mostra sul comò.

Tanti ragazzi. 

“Ti muovi?” chiese l’autista.

Il prete era in bagno.

Stava per entrare in doccia, non li sentì arrivare, però percepì solo il cerchio freddo in mezzo alle scapole.

Tentò di girarsi ma l’autista lo teneva fermo.

“Chi siete? Cosa volete?” gridò.

Il novellino gli stava tappando la bocca con un pezzo di scotch.

“Perché lo ha fatto?” chiese l’autista tenendolo per il bavero.

Il prete lo guardò con gli occhi che tremavano.

“Non so di cosa state parlando”

L’autista gli tirò un pugno sulla bocca dello stomaco.

Uno scambio di sguardi con il complice, il novellino mise lo scotch e uscì dal bagno.

“Novellino dove vai?”.

“Dammi un attimo”.

Dopo qualche minuto in cui il prete aveva provato a divincolarsi il passeggero tornò. Una polaroid, ingiallita e scolorita. Una bambina in braccio al sacerdote, appena vide la foto la faccia iniziò a sciogliersi. Sembrava un cero alle ultime battute. I due sicari si guardarono, l’autista stava per colpirlo quando l’altro mise una mano sulla pistola.

Le lacrime del prete scendevano, ma al novellino sembrò non importare. Uno sparo in fronte, il corpo si afflosciò. Prese la foto e la mise sul suo petto.

“Andiamo a mangiare le rane?” chiese il novellino.

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