Premio Racconti nella Rete 2026 “Montetagliente” di Paolo Gherbassi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Questo posto è davvero uno schifo. Chiunque finirebbe per perdere la testa. È angosciante vivere con la sensazione che quelle maledette montagne possano crollarmi addosso da un momento all’altro. Sembrano pezzi di formaggio tagliati da una mano maldestra, così irregolari e affilate da togliere il fiato.
Mi chiedo perché Dio le abbia create così: forse era talmente stanco che gli sono venute male e non si era preoccupato di rifarle. Lassù non vuol nemmeno crescere l’erba; non c’è altro che roccia, neve e ghiaccio. Anche il clima è insopportabile: se non nevica piove e se non piove tira vento. Sono rare le volte in cui ho avuto la fortuna di godermi una bella giornata di sole. Eppure, nonostante siano passati otto anni da quando sono arrivato in questo limbo dimenticato da Dio, non sono ancora riuscito ad abituarmici.
Prima vivevo a Bologna. Avevo un buon lavoro e guadagnavo parecchio. Mi piaceva la bella vita: giravo con macchine di lusso, frequentavo i posti giusti e facevo sesso con donne bellissime, a pagamento. Erano diventate merce, corpi senza anima da riempire e svuotare allo stesso tempo. In fondo il mondo di oggi è questo: uno spreco continuo. Ma a me quella vita piaceva e non l’avrei mai cambiata.
Un giorno, però, il mio superiore mi chiamò dicendo che era urgente. Salii all’ultimo piano, dove il suo ufficio, il più grande, dominava sul corridoio. Bussai.
«Entra, Alex» mi disse. Lui era sempre allegro, uno di quei capi che sanno come mettere i dipendenti a proprio agio pur mantenendo il dovuto distacco. Diceva sempre di considerare l’azienda come una grande famiglia.
«Voleva parlarmi?»
«Sì.»
«Sono tutto orecchi.»
«Questa azienda ha delle regole precise.»
«Lo so bene» risposi con indifferenza.
«Ebbene, tu continui a fregartene.»
Scossi il capo, ma lui proseguì: «La prima volta ho fatto finta di non vedere, ma adesso è troppo.»
«Cosa?»
«Ti droghi mentre sei al lavoro.»
«No, non è vero!»
«E queste allora cosa sono?» Distese sul tavolo una serie di fotografie che mi ritraevano chiaramente mentre sniffavo della polvere bianca sulla scrivania dell’ufficio.
Alzai le braccia al cielo, arreso. «Mi dispiace, non lo farò più.»
«Lo immagino, ma sei licenziato» sentenziò senza concedere spazio alle mie suppliche. Mi accompagnò all’uscio e mi chiuse la porta in faccia.
Senza lo stipendio, i debiti accumulati per mantenere quel tenore di vita mi travolsero. Nel giro di un anno, tra pignoramenti e la dipendenza dalla cocaina che ormai mi consumava, persi la casa e mi ritrovai per strada. Il ricco e strafottente Alex era diventato un barbone, un uomo affamato.
Tra i vicoli, nascosto nell’ombra, mi aggiravo come uno spettro bramoso di un sorriso, un saluto, una parola dolce. Io, che ero abituato a usare le donne, ora ero vittima di me stesso: mi ero trasformato in carne da macello, un perdente.
Iniziai a sentire delle voci. Prima soffuse, poi sempre più intense, come se qualcuno mi avesse trovato e volesse aiutarmi.
«Alex, sono qui» disse una voce rauca.
Mi voltai, ma non c’era nessuno.
«Sono qui» ripeté la voce.
«Dove?»
«Dentro di te.»
«Chi sei?»
«Un amico…»
«Non ho amici. Vattene!»
«Se mi darai retta, io e te potremmo fare grandi cose insieme.»
Non risposi, scegliendo di ignorarla.
Un giorno, la voce si fece così nitida da oscurare il rumore del traffico. Non era più un sussurro, era un comando.
«Guarda quell’uomo, Alex» gracchiò l’ombra dentro di me. Indicava un signore distinto che sedeva a un ristorante, lo stesso dove un tempo avevo un tavolo riservato. Lo osservavo dalla vetrata, nascosto in modo che non mi vedesse. Stava in compagnia di due donne molto giovani. Indossavano abiti succinti che facevano risaltare i loro corpi. Assaggiavano le delizie presenti sul tavolo, sorseggiavano un buon vino, parlavano di poco e niente e ridevano per riempire i vuoti. Ma a loro questo non interessava, avevano gli sguardi inebriati, persi nella ricchezza, nell’indifferenza, nell’arroganza.
«Lui possiede tutto ciò che ti è stato rubato. Non credi sia ingiusto?» sussurrò la voce.
«Sì. Lo è.»
«Allora che aspetti?»
«A fare cosa?»
«A riprenderti il mondo che ti hanno strappato via.»
«Ormai è tardi. Ho perso tutto. Sono solo.»
«No, tu hai me.»
Quelle parole continuavano a girarmi per la testa, mentre l’uomo usciva dal locale con le ragazze. Scherzava con loro, allungando le mani con confidenza tra le risate complici delle giovani. Li seguii rimanendo invisibile fino alla Ferrari parcheggiata dall’altro lato della strada, in una zona d’ombra poco illuminata del vialetto privato. Aspettai che salissero a bordo e sgommassero, lasciandomi indietro nel silenzio della mia oscurità. Ma ormai lo avevo riconosciuto. Era lui. Il mio vecchio capo.
Il giorno seguente tornai nello stesso punto. Alla stessa ora lui era di nuovo lì, seduto al medesimo tavolo, ma stavolta era solo.
«Bene!» esclamò la voce. «Oggi riavrai ciò che ti spetta.»
Quando uscì dal ristorante, si incamminò da solo verso la macchina. Inizialmente ero convinto di volergli solo chiedere l’elemosina, costringerlo a guardarmi in faccia. Ma quando la voce mi ordinò di colpire, le mie mani si mossero da sole, come se un istinto violento e represso fosse scattato all’improvviso. Lo aggredii alle spalle, buttandolo a terra prima che potesse aprire la portiera. Non provai rimorso, solo un calore improvviso che mi riscaldò lo stomaco vuoto.
A terra, dolorante, lui mormorò con voce tremante: «Chi sei? Cosa vuoi? Prendi il portafoglio, ci sono i contanti…»
Mi tolsi il cappuccio, mostrandogli il volto sotto la luce fioca di un lampione.
«Io… io ti conosco… tu sei Alex…» I suoi occhi si sgranarono per il terrore.
«In fondo non siamo poi così diversi» risposi, passandomi una mano sulla fronte. «Ti ho visto ieri sera con quelle ragazze. Ti spacci per un uomo specchiato, ma ti diverti a fare la bella vita.»
«Ti prego, Alex… Prendi l’orologio, prendi la macchina, ti do tutti i contanti che vuoi…» provò a supplicarmi, strisciando all’indietro contro lo pneumatico della Ferrari.
«Non hai avuto pietà di me» gli urlai contro, sentendo la rabbia divampare. «Avresti potuto darmi una seconda possibilità in azienda, invece hai preferito scaraventarmi sulla strada.»
«Sei stato uno stupido a farti riconoscere» s’intromise l’ombra oscura nella mia testa. «Ora sa chi sei. Devi eliminarlo.»
«Non serve, gli chiedo i soldi, lo ricatto…» mormorai ad alta voce, rispondendo all’ombra.
Il mio capo mi fissò, terrorizzato dal fatto che stessi parlando da solo con il vuoto. «Alex… con chi parli? Sei pazzo, lasciami andare…»
«Reagirebbe denunciandoti, ti farà rinchiudere» incalzò l’ombra dentro di me. «È un uomo potente. Non hai scelta, ammazzalo!»
«Ho paura» sussurrai, stringendo i pugni.
«Ci sono io con te. Farlo ti renderà forte, invincibile. Onnipotente.»
«Sì… è proprio quello che voglio» ammisi, ormai totalmente asservito alla follia.
Afferrai una grossa pietra e mi scagliai contro l’uomo disteso a terra. Fu in quel momento che compresi la natura del patto: la voce mi avrebbe restituito il potere, ma in cambio avrei dovuto smettere di essere un uomo.
Dopo otto anni, confinato quassù tra le montagne di Montetagliente, mi trovo ancora a combattere con me stesso. Le cose vanno molto meglio ora, la terapia aiuta, ma non posso dire di essere guarito del tutto. Per fortuna, quel giorno non ho ucciso quell’uomo: sollevai la pietra per colpirlo in testa, esitai un secondo vedendo il terrore nei suoi occhi, lui ne approfittò per difendersi e la pietra finì violentemente sulla gamba, spezzandola. Nel frattempo, qualcuno dal ristorante aveva visto la scena e aveva chiamato la vigilanza.
Sento ancora le voci, a volte, ma oggi riesco a dominarle, a non dare loro ascolto. Sono certo che arriverà il giorno in cui smetteranno di tormentarmi e io potrò finalmente lasciarmi Montetagliente alle spalle, tornando a essere un uomo libero.
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E’ una storia su un uomo con una scarsissima volontà , un alto senso di autodistruzione . Non è nemmeno un violento consapevole, preda come è di quelle negative voci interiori che non gli derivano da un vissuto particolarmente negativo, ma fanno parte del suo essere. L’autore non da al suo personaggio una catarsi finale.