Premio Racconti nella Rete 2026 “Il segreto del silenzio” di Marta Reder
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026L’umidità dell’asfalto imprime tracce leggere sulle suole dure delle mie scarpe. I miei piedi infreddoliti sono riconoscenti al cuoio che li serra in un tiepido abbraccio, anche se vorrebbero essere liberi di danzare scalzi per la strada. La luce audace dei lampioni mi impedisce di dissolvermi nel morbido crepuscolo che dagli angoli avvolge lentamente la città. Gli alberi intirizziti si abbandonano, quietamente rassegnati, alle fredde sfumature del cielo invernale. Il gelo dell’asfalto mastica con le sue zanne le foglie cadute, fagocitando ogni segno del caotico autunno non ancora del tutto trascorso. Sembra che non abbia fatto in tempo a ornare i giorni sempre più brevi con i suoi festoni sgargianti, tanta era la fretta dell’inverno di esibirsi sulla scena. Ma la neve non è arrivata.
Lascio che i miei passi mi guidino dove vogliono portarmi, mentre libero il viso dal guscio marmoreo che lo proteggeva e permetto ai miei occhi di saziarsi del mistero della sera. I tramonti invernali mi hanno sempre inquietata con la loro fugace esplosione di fuoco: ogni cosa dilaga e si trasfigura nella sua luce, per spegnersi dopo pochi istanti di gloria, risucchiata dall’aridità dell’ombra. Anche adesso, nonostante il senso di liberazione che si espande nel mio corpo come un liquido caldo, non riesco ad abbandonare una certa diffidenza: ora sono, come quello splendido cielo, tra un attimo non sarò più.
E mentre sorrido battendo i denti e scivolo con lo sguardo curioso sui tronchi neri e lucidi degli alberi spogli e sulle prime timide stelle che fanno capolino tra i loro rami, mi accorgo che intorno a me non regna che un profondo e angosciante silenzio.
I miei passi si perdono nella spaventosa oscurità della notte che, dopo un preludio di fiera bellezza, ha dischiuso sul mondo l’abisso della sua tenebra. Mi stringo nelle spalle, scossa da incontrollabili tremiti, che solo ora percepisco. Costringo i miei occhi perennemente vaganti a posarsi su un elemento concreto, ma non vedo più niente. L’asfalto sotto i miei piedi c’è ancora, così anche gli arti scarni degli alberi e la balaustra del ponte e il fiume placido sotto di noi e le foglie morte schiacciate al suolo e le stelle e i lampioni, eppure sembrano così distanti, privi di consistenza e spessore, quasi fossero figure di carta incollate su una tela nera. Dal nulla emergono fantasmi di passanti inespressivi come colonne di pietra, dagli sguardi come buchi neri. Mi sembra di vederli sorridere e sputare parole fruscianti, ma ogni suono aleggia solo per un attimo sospeso nel gelo, prima di sprofondare nel vuoto.
Da quanto tempo sto percorrendo questo ponte?
È tardi ormai e io non riesco a tornare a casa, perché l’asfalto si snoda interminabile davanti a me e i flutti del fiume sotto il ponte si intrecciano senza fine. Non percepisco più i piedi, inghiottiti dalle fauci del freddo, non percepisco più le mani, che non riescono a riemergere dalle tasche del cappotto per attestare che il mondo esterno esiste ancora. Gli occhi acuti dei lampioni puntano contro di me i loro fasci di luce, come se volessero costringermi a un’esibizione che non avevo programmato. Non riesco a proteggermi dai loro sguardi arroganti e accusatori, non riesco nemmeno a fuggire, perché sento le gambe inchiodate al suolo, paralizzate dall’improvvisa certezza che questa notte non finirà. E intorno a me ogni cosa tace.
Muovo le labbra screpolate, cercando di modulare un’invocazione d’aiuto, ma non ne esce alcun suono. Sono un pesce in uno stormo di uccelli, un mimo capitato per caso sul palco di un’opera lirica. Imploro gli alberi con lo sguardo, anche loro vittime dell’annullamento, ma i loro tronchi mi ignorano sdegnosi. Il fiume gorgoglia minacce nel suo linguaggio inquietante, le stelle non mi sono mai sembrate tanto distanti. Il freddo si stringe a me soffocandomi in volute gelide, pungendomi con migliaia di aghi. Mi sembra quasi di sentirli tintinnare, ma, non appena mi concentro per distinguere le loro voci, si quietano di colpo.
Da quanto tempo sto percorrendo il ponte…
Ed ecco che mi trovo a fluttuare nell’aria, come un fiore reciso dal vento tagliente. Galleggio nel mare d’inchiostro del cielo notturno, sospesa come un delicato fiocco di neve. Il ponte, l’acqua, gli edifici, gli alberi, le persone, i lampioni non sono altro che insignificanti figurine che un soffio di tempo può spazzare via.
Tutto tace, nelle mie orecchie soltanto l’ipnotica nenia delle stelle ronza piano, sempre più piano…
Un fruscio inquietante, come se Atropo avesse tagliato il filo di una vita.
Rabbrividisco e spalanco gli occhi.
Di nuovo il ponte, l’acqua, gli edifici, gli alberi, le persone. Di nuovo i miei passi che cercano di scavalcare la loro stessa inutilità e corrono verso un oltre senza mai avanzare. E il silenzio, questo silenzio denso e perforante, minaccioso e angosciante, questo insopportabile silenzio che grida la vacuità del mondo. I volti dei passanti sono maschere di cartapesta sollevate da un vento beffardo che gioca a disperderle in ogni direzione, finché non si lacerano in infiniti coriandoli senza peso e senza senso. E in quel turbine di frammenti mi sembra di scorgerne uno diverso: un pezzetto di cielo, nero, l’unica voce autentica in quella bolgia di colori. Tendo le braccia e lo afferro, stringendolo forte tra le dita ghiacciate per il timore di perderlo. Sulla superficie liscia e scura, in semplici caratteri che paiono tracciati con il tremulo chiarore dei raggi lunari, un’unica parola: Ascolta.
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