Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “3Nino” di Claudia Dalmastri (sezione racconti per bambini)

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Tre Nino era nato all’incrocio tra la metro C e la metro D. Eppure, a quell’incrocio i due treni non si erano mai incontrati, passavano in orari diversi e gli orari sono fatti apposta per pianificare le fermate ed evitare incidenti, e niente sorprese. Ma quella notte era una notte speciale ed era saltato tutto.

Era la notte di Capodanno. Fuori tutti festeggiavano l’arrivo dell’anno nuovo, gente per strada cantava e ballava, baci e abbracci e spumante e brindisi ovunque, ecco, è ora, auguri auguri! Lì sotto nella metro qualcuno aveva stappato una bottiglia e il tappo era finito proprio tra i binari e… E pochi minuti dopo lo scoccare della mezzanotte, Treno Ci e Treno Di si erano finalmente incontrati. Macché, scontrati! Avevano fatto proprio un bel botto, BUUUM, molto più forte di quelli là fuori. 

Sbuffi e fumo uscivano da una parte e dall’altra, autisti e controllori spaventati ma salvi, qualcuno aveva alzato una delle vecchie palette in segno di scusa, per fortuna a quell’ora laggiù non c’era quasi nessuno e nessun viaggiatore si era fatto male. Nemmeno Ci e Di, a parte qualche ammaccatura di fronte. Erano solo un po’ rintronati, mai successa una cosa così in tanti anni, paura, solo un attimo, ma che strano ritrovarsi così muso contro muso, si erano guardati dritti nei fari e le ammaccature avevano smesso di farsi sentire. Che bello stare così vicini. Non sentivano le voci intorno, e continuavano a scambiarsi occhiate dolci e sorrisi estasiati. Ancora non lo sapevano loro, ma era in arrivo il primo treno del 2020!

“Troppo lunghi questi treni”, diceva uno dei macchinisti.

“Già, a furia di aggiungergli vagoni per caricarci più gente sono diventati lunghissimi, per questo che poi in curva si agitano tanto”, diceva un altro.

“Ormai sono diventati dei lunghi serpentoni, più difficili da controllare”, aveva detto il controllore.

Serpentoni, che offesa per Ci e Di, però loro nemmeno li sentivano, avevano altro a cui pensare.

Ma insomma, bisognava decidere in fretta, la locomotiva non ce la faceva più a tenere troppi vagoni tutti in fila. Non c’era altro tempo da perdere, prima che succedesse di nuovo, l’unica cosa da fare era accorciarli, questi treni della metro.

E così, mentre Ci e Di si guardavano dritti nei fari illuminati da una luce tutta speciale, i tecnici si erano messi all’opera per staccare un vagone da ognuno dei due treni. Prima però, un bel cerotto sul muso a Treno C e uno a Treno D, per guarire bene le ammaccature e poi, pronti, via!

Via un vagone da Treno Ci e via uno da Treno Di. Ci aveva sentito forte uno strappo mentre staccavano il suo vagone in coda, anche Di, ma, da ex treno regionale grande e grosso com’era, di meno. Anche se un po’ frastornati, entrambi continuavano a tenere d’occhio ciascuno il suo vagone staccato: uno di Ci e l’altro di Di. Vicini vicini, quasi attaccati, ecco, li avevano messi insieme subito perché era la cosa più naturale del mondo: era nato il nuovo trenino.

Treno Ci era diventata Mamma Ci e Treno Di era diventato papà Di.

“È proprio quello che ci voleva per i tratti brevi e i tunnel più stretti”, dicevano tutti.

E poi: “I vecchi treni lunghi vanno bene per percorsi lunghi, ma questo piccoletto, vedrete che forza in curve e colline”.

Già, gli avevano collegato pure un sistema nuovo di comando a distanza che era una meraviglia, e il piccolo si era messo subito in moto. “È perfetto”, aveva detto il capostazione.

Perfetto. Sì, era proprio bello. Mamma e papà se lo guardavano con tutto l’amore possibile, il loro Nino. L’avevano chiamato così, come il vecchio treno che portava la gente al mare tanti anni prima, il nonno di tutti i treni della città. Per la metro, questo era il nuovo arrivato della linea 3. Quindi, “Tre Nino”, o, per tutti, “3Nino”.

Qualche tempo dopo, gli avevano aggiunto un altro vagoncino in coda. Cresceva, 3Nino, bello, forte e curioso, tanto curioso. Ma lui rimaneva sempre il piccolo Nino di mamma e papà.

Papà Di, da quando lavorava per la metro, faceva il giro più lungo: collegava i diversi quartieri di periferia della città, che continuava ad ingrandirsi e allora ogni tanto veniva aggiunta una fermata e il percorso si allargava e allungava e la sera lui finiva sempre più tardi. Mamma Ci invece partiva dal centro e andava su e giù verso un quartiere in periferia, sempre lo stesso da anni. Ogni sera Ci e Di si ritrovavano alla stazione che era la loro casa, vicini vicini, si raccontavano le cose della giornata e le persone che avevano visto. Ora con loro c’era anche 3Nino.

Tre Nino era la gioia dei suoi genitori, ed era anche il trenino più felice del mondo.

“Sai, da quando c’è Nino mi pesa di meno tutto questo andare e venire dal centro”, diceva Ci a Di la sera.

“Anche per me è così, prima pensavo sempre a quando correvo libero nella campagna da un paese all’altro, ma se non mi avessero trasferito alla metro non avrei incontrato te! E ora, quando sono stanco e pieno di gente, penso alla sera, a quando ci ritroviamo qui tranquilli e mi passa la stanchezza e allora vado pure più veloce”, rispondeva Di.

“Ma non correre troppo, mi raccomando, hai un piccolo trenino a cui dare l’esempio, ora”.

Tre Nino li ascoltava e poi si addormentava tranquillo e contento vicino a mammapapà.

Tre Nino cresceva bello, forte, simpatico e sempre più curioso, gli avevano messo i sedili di un bell’arancione brillante, e attaccato un altro pezzo, lui si allungava e scalpitava. Sono stufo di fare sempre il solito giro, pensava. Ascoltava attento i discorsi della gente che saliva. Soprattutto quei ragazzini che si appoggiavano alle pareti e avevano sempre delle strane cuffiette in testa da cui uscivano dei suoni bellissimi, molto più belli delle solite voci che venivano dall’altoparlante. Ancora le parole lui non le capiva bene come gli avvisi delle fermate ma si impegnava per imparare. Intanto, le musiche gli piacevano un sacco, erano fantastiche.

Sentiva parlare di un parco col laghetto, di scuole per bambini e per ragazzi grandi, di cinema e teatri, partite di calcio e corse in riva al fiume, negozi scintillanti a Natale e feste sulla piazza proprio vicino alla fermata, cani per strada e uccelli sugli alberi. Alberi?

“Voglio andare a vedere cosa c’è fuori”, aveva annunciato una sera 3Nino a mammapapà.

“Non se ne parla proprio”, aveva detto serio papà Di.

“Ma come, proprio tu che prima portavi la gente in giro per i paesi della campagna!”.

“Appunto, è pieno di pericoli là fuori”.

“Tuo padre ha ragione, basta, chiuso il discorso, a letto.” Aveva detto mamma Ci, ma lo sapeva che il discorso non era chiuso affatto.

Tre Nino ci aveva provato a chiedere ancora a mammapapà di portarlo fuori, ma niente, erano stati irremovibili. Insisteva e loro sempre a dire no, una volta papà Di si era proprio arrabbiato, mentre mamma Ci da un po’ era sempre seria e lo scrutava come per sapere che cosa gli passasse per la testa. Lo sapeva, lei, che 3Nino pensava. Pensava eccome…

Alla fine, 3Nino aveva deciso che doveva fare da sé. Una mattina si era messo in moto come al solito. Bello carico. Alla fermata prima della piazza delle feste si era fermato come sempre e appena ripartito, preciso e puntuale, aveva subito accelerato, forte, più forte, ancora di più, urlavano tutti ma lui non li sentiva, vi porto fuori io, pensava, e correva correva correva.

Ecco la stazione, via!

Si era lanciato sulla scala, in volo come un aeroplano, anche di questo aveva sentito parlare e da allora volava nei suoi sogni, forte su su su!

E BUM! Che botto col muso! Eccolo lì, fuori dalla scala. Una luce accecante.

È questo, il sole! Di fronte, la strada. Tutti a strillare, “Aiuto, è uscito il treno!”.

Intorno, palazzi alti alti, tutto alto. Sono così i palazzi, le case che dice la gente? E gli alberi, quelli marroni con quei pezzetti verdi sulla testa?

Intanto un sacco di persone si affannavano intorno a lui, ma 3Nino non se ne curava, guardava stupito davanti a sé.

Poi un rumore più forte. “Ecco l’ambulanza”, dicevano lì fuori, qualcuno si era fatto male, ma non tanto, però che paura. Ancora sirene, così le chiamavano, e luci blu, ecco, ne erano arrivate altre. “Ma che gli sarà preso a questo stupido treno. Vedi la guida a distanza… Eppure andava tanto bene…”.

L’aveva combinata grossa. Mammapapà stavolta si sarebbero arrabbiati davvero.

Poi era arrivato quel camion grande rosso con le luci blu e la scala. L’ambulanza apposta per lui.

Smontare. Rottamare. Discarica. Pezzi. Da buttare.

Queste parole brutte sentiva 3Nino spalmato sulla scala e dolorante.

Non rivedrò più mammapapà, pensava disperato.

Per la prima volta, la paura, tanta. Il terrore.

È finito tutto mi buttano via, pensava, e aveva chiuso gli occhi. Tutte le luci gli si erano spente.

“Si riporta giù. Un lavoraccio ma ne vale la pena. È un bel trenino, basta dargli una sistemata. Anche ai comandi, in centrale, è tutto da rivedere, ovviamente”. Nel dormiveglia in cui era sprofondato, queste parole lo consolavano come una ninna nanna… Un sogno.

“Poi lo mettiamo nel percorso nuovo al parco. Così piccolo è perfetto in città”. Aveva sentito bene?

“Certo! Ottima idea”.

Aveva sentito proprio bene!

E… mammapapà?

“Per stasera al deposito poi da domani si inizia il restauro”.

Ecco, mi riportano a casa, aveva pensato, felice ma preoccupato.

Appena mamma Ci l’aveva visto aveva cacciato uno sbuffo come una locomotiva, e due lacrimoni le erano scesi giù dai fari. Poi, gli si era avvicinata stretta stretta e lui le si era appiccicato addosso.

“Che ti è successo piccolo mio? Non arrivavi ed eravamo tanto preoccupati”.

“Sono uscito fuori…”.

Ma ecco papà, appena tornato, l’aveva cercato dappertutto.

Ora si arrabbia ora si arrabbia…

Papà Di aveva strizzato forte il muso, uno sbuffo forte più che mai e poi si era avvicinato. “Non dovevi. Te l’avevo detto. Lo sai che ora ti portano via?”.

Lacrime grosse e pesanti scendevano dai fari di mammapapà. Per questo volevano tenerlo giù con loro, e non volevano che uscisse, perché fuori era pericoloso, gliel’avevano detto, loro lo sapevano, ma lui non li aveva ascoltati e si era rotto tutto.

“E un treno rotto non serve a niente e nessuno lo vuole più, solo noi lo vogliamo ma questo non importa a nessuno”, dicevano. E ora piangevano disperati perché gli volevano tanto bene e temevano di perderlo.

“No, aspettate. Mi aggiustano”.

“Cosa?”.

“Sì. Hanno detto che sono un bel trenino e mi sistemano tutto. E mi portano su”.

“Sul serio?”

“Davvero!”.

“Proprio come volevi…”.

“Però poi torno sempre a trovarvi, eh!”.

Mamma Ci e papà Di si erano scambiati uno sguardo di amore. Tre Nino era cresciuto.

Poi, mammapapà si erano stretti a 3Nino e tutti appiccicati avevano passato la notte insieme.

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