Premio Racconti nella Rete 2026 “Un giorno ancora” di Piero Fittipaldi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026La sua destinazione distava ancora qualche decina di metri. Li percorse fino a trovare l’indirizzo che cercava. Su una porta a vetri accessibile direttamente dalla strada, vide l’insegna: Divina Dafne – carte, tarocchi, magificii. Diceva proprio così: magificii.
Si fermò un attimo, cercando di scorgere qualcosa, ma il vetro smerigliato le impediva di intuire cosa la aspettasse.
Tirò un respiro e bussò il campanello. Chissà che si era aspettata, invece il suono fu quello di un campanello qualsiasi e all’ingresso era seduta una segretaria qualsiasi, che la accolse con un sorriso qualsiasi. Tutta quella qualsiasitudine la aiutò a zittire, almeno in parte, l’idea che stesse facendo qualcosa di stupido.
“Ho un appuntamento, sono un po’ in anticipo”.
“Non si preoccupi, la maga è libera, la riceverà subito. Ha portato il necessario?”.
“Ho tutto qui”, disse indicando il rigonfiamento nella borsa che la accompagnava da quando era uscita.
La segretaria sparì in una porta, lei ne approfittò per guardarsi intorno. Un portariviste, dei quadri astratti, delle poltroncine. Il massimo dell’eccentricità era un grande tarocco dipinto a mano sulla parete. “Il matto”, diceva la targhetta. Un po’ come lei a credere a quello che prometteva il sito web della maga: “Vuoi trascorrere un giorno ancora con un tuo caro defunto? Fissa un appuntamento, apparizione garantita”. Comunque ora lei era lì. Mentre non c’erano teste vudù, pozioni fumose o buio inquietante: decisamente un altro posto rispetto a quanto immaginato.
Da tempo accarezzava quell’idea assurda quanto affascinante. Trascorrere un giorno, un altro ancora, con chi non c’era più. Impossibile, certo. Ma se invece fosse esistito un modo per evocare, stringere e infine salutare, questa volta come si deve, chi è andato via troppo presto, o troppo male, o quando eravamo semplicemente troppo impreparati, non valeva la pena tentare?
Quando il nonno non si alzava quasi più dal letto, e lei era abbastanza piccola da non capire quanto questo fosse grave, lui le aveva detto, steso in quella stanza – che come al solito odorava di pipa anche se l’ultima fumata risaliva ad anni prima – che presto sarebbe andato via e non avrebbero potuto più giocare a tris, come facevano di solito, né completare le parole crociale rimaste in sospeso.
Ogni volta il nonno le suggeriva, lettera per lettera, la parola esatta da scrivere nei riquadri bianchi. Chissà come, però, riusciva sempre a farle credere che fosse stata lei a indovinarla. Anche quelle che non aveva mai sentito nominare prima. L’aveva capito anni dopo, quando le capitò davanti agli occhi un cruciverba con la stessa definizione.
“Cinque verticale: Waterloo fu la sua disfatta”.
Lei fingeva di pensarci su, mentre aspettava che arrivassero puntuali i suggerimenti del nonno.
“Na… Po….Le…”.
“Napoleno?”.
“No, Na-po-le-on…”
“Napoleone?”.
“Brava, ma come fai? Questa non la sapevo nemmeno io”.
Con la consapevolezza di una cosa del genere, così piccola, eppure enorme, si capisce bene che avrebbe voluto rivederlo. E abbracciarlo. E ringraziarlo. Per questo, per l’odore della sua acqua di colonia e per un mucchio di altre cose.
Così, crescendo, l’idea di poter trascorrere un altro giorno insieme al nonno era diventato un pensiero silenzioso ma costante. D’altra parte ognuno ha il suo. Come chi, con la stessa tenacia di quando era bambino, continua ad attraversare la strada toccando solo le strisce bianche. Basta guardarsi intorno per notare, tra decine di gambe, quelle che si allungano per calpestare solo le linee bianche. Magari, spostando lo sguardo un po’ più su, fino alla faccia a cui quei passi appartengono, se ne potrebbe potrebbe cogliere anche il rammarico quando, per distrazione o per un errato calcolo delle distanze, il piede appoggia solo in parte sul colore giusto.
La sua striscia bianca, quella che si trovava sempre a calpestare sotto i pensieri, era quella. Passare ancora un giorno con il nonno.
La maga la accolse nel suo studio con un sorriso un po’ meno qualsiasi della segretaria, affabile e rassicurante. Dopo i convenevoli, le chiese di descrivergli il defunto e si fece consegnare gli oggetti necessari. La ragazza aprì la borsa mostrandole una vecchia foto sgualcita in cui il nonno, seduto sulla sua poltrona di pelle, leggeva un libro avvolto da una nuvola di fumo. Le consegnò anche la sua pipa, l’oggetto personale indispensabile per il rito. La conversazione continuò ancora per un po’, mentre la maga segnava scrupolosamente tutto quello che la ragazza diceva. La salutò con una frase che non lasciava spazio ad altre possibilità. Domani tuo nonno busserà a casa tua.
L’indomani, quando suonò il campanello di casa, la ragazza aveva già preparato tutto. Il bollitore per il tè era sul fuoco, il plaid a scacchi ben ripiegato sulla poltrona e il tabacco da pipa, comprato per l’occasione, era sul tavolino basso a portata di mano. Si alzò con il cuore che le galoppava nel petto e andò ad aprire la porta. Quella che si trovò davanti fu una figura tarchiata, con pochi capelli bianchi disposti intorno alle orecchie e la barba incolta, a chiazze. Non odorava nemmeno di fumo.
“Ciao, sono tuo nonno”, le disse l’uomo anziano sulla porta che poteva assomigliare a chiunque, ma a suo nonno proprio no.
“Ci deve essere un errore, lei non è mio nonno”.
“Sono proprio io, mia cara”.
“Non credo, mio nonno aveva molti più capelli”
“Dopo diciassette anni che sono morto pensavi di ritrovarmi uguale?”
“Ed era molto più alto”.
“La morte accorcia”.
“Aveva sempre la barba fatta”.
“Nell’aldilà l’apparenza non conta”.
“Lui non sarebbe mai uscito senza cravatta”.
Vederlo con la cravatta, forse, le avrebbe reso quella messinscena più familiare. L’avrebbe aiutata a riconoscere l’idea di suo nonno in quell’estraneo che aveva davanti. Invece non le avevano concesso nemmeno l’appiglio di una vaga somiglianza cui ancorare la memoria.
Era stata stupida a credere alle promesse di una “maga”, di questo non poteva che rimproverare se stessa. Ma ricevere a casa la visita di un uomo qualunque, nella migliore delle ipotesi un attore che fingeva di impersonare suo nonno – male per giunta – quello proprio non se lo aspettava. Eppure sentiva l’esigenza di coltivare ancora la piccolissima speranza che fosse davvero lui.
“Lì c’è del tabacco da pipa, fuma pure, nonno”.
“No, grazie, ho smesso, fa troppo male. Mica tu fumi?”
“Ogni tanto.”.
“Smetti subito. Se io non avessi fumato sarei arrivato a 88 anni”.
“Ma sei morto che ne avevi 91”.
“È che si perde il conto dall’altra parte. Allora se non avessi fumato sarei arrivato a 100, sai che bella festa avremmo fatto?”.
Il nonno non aveva mai amato le feste, troppo rumore diceva. La collera iniziò ad arrossarle la faccia, sentiva le orecchie in fiamme, proprio come quando, da piccola, incassava rimproveri che non sentiva di meritare.
“Senta, io non so chi è lei, ma non intendo farmi prendere in giro sui ricordi di mio nonno”.
“Guardati, sei diventata tutta rossa, proprio come quando eri piccola”.
Fu come buttare benzina sul fuoco, Aveva di sicuro tirato a indovinare, ma si sentì violata nei suoi ricordi più intimi. La rabbia tornò su più viva e corposa.Non avrebbe retto ancora per molto, doveva mandare via quell’uomo il prima possibile.
Mentre cercava le parole per sbatterlo fuori di casa, il vecchio fece qualche passo verso la poltrona facendo tintinnare un mazzo di chiavi che portava in tasca. Il pensiero di un uomo tornato dall’aldilà che si preoccupa di tenere le chiavi di casa vicino a sé la fece quasi sorridere. Le cose importanti devi tenerle addosso, diceva sempre il nonno, mettendole qualche soldo nelle tasche. Quel piccolo ricordo caldo le diffuse una sensazione di serenità che non provava da tempo. Guardò quell’anziano che sosteneva di essere suo nonno e la rabbia iniziò a svanirle all’improvviso. Percorse le macchie che gli costellavano il cranio disegnando la mappa della sua vecchiaia e lo riconobbe per quello che era. Forse un truffatore, o uno stupido ridotto a fingersi qualcun altro per tirare a campare. Di sicuro un uomo che l’età aveva reso debole, mite, inoffensivo. Uno che aveva vissuto molti più giorni di quanti gliene rimanevano. Magari aveva anche dei nipoti cui suggeriva le definizioni delle parole crociate. Bambini che avrebbero conservato la sua acqua di colonia, tornando ad annusarla ogni tanto per ricordarsi di lui, accarezzando l’idea di poterlo rivedere un giorno per sentirsi, anche da adulti, di nuovo piccoli, di nuovo protetti.
L’uomo si sedette lentamente sulla poltrona, cigolando insieme alle sue articolazioni. Raccolse il plaid, se lo distese sulle gambe. Poi si inclinò di lato per prendere qualcosa nella tasca della giacca.
“Ho portato queste, mi aiuti a finirle?”, le disse mostrandole delle parole crociate ingiallite dal tempo.
Lei andò a cercare una matita. Il nonno l’aveva sempre chiamato lapis.
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