Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Fiori di bracco in vaso venato” di Federico Sartori

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Rita è una donnona di 62 anni. 1 metro e 75, spalle larghe, ossa grandi e 28 denti perfetti (a lei quelli del giudizio non sono mai cresciuti).

Vedova da un pezzo, è perdutamente innamorata di Greg, un bracco tedesco che la fa: “Tarellare come una ragazzina!”, e che la: “Tiene in forma come nessun uomo potrebbe!”, dice lei. 

Rita con me, dal giorno uno, ha sempre annaffiato: “Un rapporto umano, altrimenti che ci sto a fare?”, dice (sempre) lei. 

Rita è la mia analista.

E io, che più che altro sono solo, beh, io l’ho lasciata fare dal giorno uno. 

Me lo ricordo, il giorno uno. 

Entrai nello studio della dottoressa Rita Rimpalli e mi assalì Greg: mi saltò addosso come se fossi una principessa bracco, perpetrando canine avances sessuali, prima di essere richiamato dalla padrona: “Greg! A posto”. Alla seconda o alla terza, si convinse.

Oltre a Greg, mi assalì il profumo invadente dei deodoranti da ambiente di Rita, che in ogni modo cercava di nascondere l’odore del pelo corto del cane. 

Sì, quel giorno pioveva.  

Ma a me il puzzo di bestia non faceva ne A e nè Ba; era molto peggio tutto l’armamentario decorativo di Rita: i fiori di plastica in vasi Ikea, i fiori veri in vasi di ceramica, i piatti coi disegni (pittati a mano) di fiori, le gigantografie di fiori sulla tappezzeria nuova, appena stesa. 

La tappezzeria! 

Me la ricordo, quella del salotto di mio nonno. Gialla di Marlboro rosse. Ma i fiorellini erano tutti piccoli, orlati, quasi ricamati. Quelli di Rita invece erano grandi e colorati, plastificati, vettoriali per vocazione.

Ecco, tutti questi fiori mi misero il mal di testa, il giorno uno, più ancora delle parole della dottoressa Rita Rimpalli. 

Che dopo pochi secondi non ascoltavo nemmeno più. Parlava lei. Io pochissimo. 

C’erano in effetti, ora che ci ripenso, dei silenzi. Ma non mi arrivava altro che l’olezzo del decoro del suo studio e non riuscivo a concentrarmi su nient’altro. 

Perchè sono rimasto? 

Glielo andate a dire voi, a mia moglie, che mi rifiuto di proseguire dallo psicologo che mi ha consigliato lei per salvare il nostro rapporto? 

Io, no di sicuro. 

Quindi, da qualche tempo ormai vado dalla psicologa che mi ha consigliato lei. 

Che costa un capitale, sì, ma è molto peggio quando mia moglie mi parla. 

Vero, non mi parla da mesi, ma va benissimo così dopo che ci siamo consumati senza dircelo, dopo che ci siamo traditi e ritraditi, dopo che abbiamo passato le feste ognuno dai suoi e poi il giorno dopo siamo tornati alla residenza nuziale. Che è anche l’unica, perchè non disponiamo di altro luogo dove andare. Nessuna possibilità economica di cambiare le cose.

Tutti i nostri fiori sono appassiti sotto lo stesso tetto.

Perchè allora spendi tutti questi soldi in terapia? Mettiteli via e ricomincia! 

Non lo sapete che chi non ce n’ha, li butta in cagate? Non credo di dovervelo spiegare.

Dovrei invece spiegare a me stesso perchè continuo a spendere quasi tutto ciò che guadagno per un mutuo. 

Per pagare in trent’anni quasi il doppio del valore di una casa in cui ormai vivo con una estranea, una che alle 23 del sabato prende e va via, probabilmente a chiavare qualche banchiere che la porta in giro coi soldi del suddetto mutuo. Uno che sarà sposato pure lui, ma che il sabato è il sabato. 

Lei comunque torna quando torna, e io non lo so che ore sono. Perchè dormo. 

Preferisco. In fondo è peggio, sapere. Anche quando sai. 

“Lasciala andare”, mi dice sempre la Rita. “Tornerà”, aggiunge. 

Come il suo bracco, che una volta lei lo ha lasciato andare e han finito per cercarlo con la croce azzurra tutta la notte e tutti i due giorni successivi, perchè col cazzo che era tornato. 

“Eh ma sono cani da caccia, lo fanno”, mi dice sempre. 

Insomma, mia moglie – e credetemi, io l’amavo! – è diventata un cane da caccia pure lei: va.  

Io però la croce non la chiamo, e il motivo è semplice: mia moglie non è istintiva come un bracco: lo sa che, quando piove, è solo a casa nostra che può tornare. 

Perchè un altro che se la prende davvero non lo trova e, anche se lo trovasse, non lo vorrebbe. Fidatevi.

Non me la darebbe mai la soddisfazione di essersene andata lei. 

E non avrebbe mai il coraggio di spiegare a sua madre che l’ha deciso lei, che la famiglia è rotta. Meglio la terapia!

La famiglia… 

Non abbiamo figli, non li abbiamo voluti. Non abbiamo bracchi, neanche uno. Nè gatti. E nemmeno un uccellino. 

Siamo io e Maria Stella, così si chiama mia moglie, sempre stati io e Maria Stella. 

Nessun altro. 

E ora c’è Rita, che mi dice: “È difficile, nei rapporti lunghi. Succede sempre qualcosa, bisogna saper perdonare”. Me lo dice tutte le sedute. 

Poi un giorno, a suon di perdoni, gliel’ho fatta io una domanda: “Te – perchè io le do del tu – l’hai perdonato tuo marito?”. 

“Mio marito è morto”. 

“Eh, e lo hai perdonato?”. 

“È morto”. 

“Eh, e lo hai perdonato perchè è morto?”.

Si è messa a piangere, Greg si è incazzato come un leone, ha iniziato ad abbaiare, a girare su sè stesso e a mordersi la coda. Io non capivo. 

Fatto sta che un secondo dopo mi si è attaccato al braccio, ha stretto e sono finito all’ospedale con la panoramica della mandibola e di tutta la non trascurabile dentatura di Greg. 

Un po’ di bruciore, pochi giorni di prognosi, qualche soldo convertito in sedute gratis dalla Rita, mortificata e lucida. 

E son tornato a casa da Maria Stella. 

Che non mi ha chiesto niente, subito. 

Due o tre giorni dopo invece me lo ha chiesto: “Cosa hai fatto al braccio?”. 

Mica era preoccupata. Orgoglio e colpa si erano solo un po’ scannati. Così ha ritardato.

“Eh, sono andato al parco e un cane pazzo mi ha aggredito”, le ho detto.

“A te?”, mi ha detto. 

“Eh si, a me”. 

“Ma tu cosa hai fatto?”. 

“Niente, io mi sono levato, solo che è stato più veloce lui”. 

“Ma no! Cosa hai fatto per farti mordere?!”. 

“Stavo pisciando su un albero, si sarà incazzato per quello”. 

“Ah”, mi ha detto. 

“Ah!”, le ho risposto. 

E così il dialogo tra me e Maria Stella è finito, lei è tornata di là a guardarsi una serie spagnola, una roba di poliziotti del Mossos mi pare, io invece sono rimasto di qua, che è poi il cessetto con la lavatrice, dove vado quando non so cosa fare. 

Mi sono seduto sul bidet e ci ho pisciato dentro. 

Il bidet mi piace: sembra di stare da un’altra parte.   

Loading

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.