Premio Racconti nella Rete 2026 “L’ospite” di Caterina Molinelli
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Caterina si fermò sulla porta della cucina. La casa odorava di nausea e candeggina.
L’ospite era seduta sul divano con le gambe raccolte e una tisana fumante tra le mani. Aveva i capelli perfettamente attaccati alla nuca, in ordine come soldati e raccolti in uno chignon troppo stretto. Indossava uno dei suoi maglioni enormi, quelli che nascondono l’anima e non scaldano il corpo.
“Hai pulito di nuovo.” Disse Caterina, lasciando cadere la borsa vicino all’ingresso.
L’ospite alzò appena le spalle. “Qualcuno doveva farlo.”
Le fughe dei pavimenti brillavano. I vetri delle finestre erano così puliti da scomparire sullo sfondo. Ninnoli, fotografie e piccoli disordini umani erano stati spazzati via.
Il sapore di accoglienza era stato rimpiazzato da libri ordinati alfabeticamente, spezie disposte per colore a formare un arcobaleno artificiale, scatole perfettamente allineate.
Un giradischi gracchiava a vuoto, con il solo rumore intermittente della puntina a graffiare il silenzio.
Tutta quella perfezione sciupava l’aria.
“Sono le otto” disse Caterina dirigendosi verso il frigorifero. “Dovrei mangiare qualcosa.”
“Ti ho preparato una tisana.”
“Non ho fame di tisane.”
Aprì il frigorifero.
Broccoli. Coste. Barbabietole. Rigorosamente cucinate al vapore. Rinchiuse in contenitori di vetro ermetici.
Solo nutrimenti che sostentano il corpo. Non c’era traccia di cibo che conforta l’anima.
Caterina rimase immobile qualche secondo. “Dove sono finite le altre cose?”
L’ospite soffiò sul vapore della tisana. “Ho fatto ordine.”
Caterina esitò.
Erano anni che cercava di non darle un nome. Pronunciarlo la faceva entrare davvero nella sua casa.
“Ana.”
La voce le uscì più stanca di quanto volesse.
Sentendosi soffocare dalle mancanze, Caterina non era ancora riuscita a struccarsi. Il taglio corto sembrava aver preso un’altra forma, quasi stanco di restare ordinato. Il sorriso che la contraddistingueva si stava spegnendo. Persino gli occhi azzurri, quelli che di solito riempivano ogni stanza, sembravano improvvisamente esitanti.
Ana finalmente la guardò. I suoi occhi sembravano sempre troppo grandi dentro quel viso scheletrico, spalancati e pronti a divorare le emozioni della stanza.
“Non chiamarmi così solo quando sei arrabbiata.”
Caterina richiuse il frigorifero con troppa forza. Il tonfo esplose nella cucina insieme con il tintinnio dei contenitori di vetro. Un suono leggero ma insistente, come il gesso che si accanisce sulla lavagna.
Dopo, rimase solo silenzio. E parole che non contenevano più alcuna gentilezza.
“Dove sono i coltelli?”
“Perché ti servono?”
“Per cucinare. Per ammazzarti. Non lo so”
“No.” Ana inclinò appena la testa. “Per sentirti tranquilla.”
Caterina aprì il primo cassetto. Vuoto.
Il secondo. Vuoto.
Il terzo. Ancora vuoto.
Sentì qualcosa stringerle lentamente lo stomaco.
“Non iniziare” disse.
Ana bevve un sorso di tisana. “Sei tu che hai iniziato a ignorarmi.”
Caterina continuò a cercare. Nella lavastoviglie, dietro i barattoli del caffè. Sopra la cucina, in quegli angoli dove neanche la polvere abitava più. Niente in quella casa poteva sfamarla di ciò di cui aveva bisogno.
Più rovistava, più la cucina sembrava diventare piccola.
“Dammi le chiavi.”
“Prima parliamo.”
“Non voglio parlare con te.”
Ana sorrise appena. Un sorriso triste, quasi affettuoso. “È da anni che dici così.”
Caterina cercò il telefono.
Non sul tavolo. Non sul divano. Non nella tasca del cappotto.
Si fermò.
“Non può essere.” Disse Caterina con un nodo alla gola, quasi divertita dalla disperazione.
“L’ho nascosto.” Ana portò la tazza alle labbra. “Appena sei entrata. Insieme con le chiavi.”
Caterina rise nervosamente. “Tu sei fuori di testa.”
“Eppure continui a parlare con me.”
La fame iniziava a trasformarsi in qualcosa di più sottile. Caterina aprì la dispensa. Niente pasta. Niente cracker. Niente biscotti o cerali dimenticati nei fondi delle scatole di latta. “Dove sono finite le scorte?”
“Al sicuro.”
“Da chi?”
“Da te.”
Caterina chiuse gli occhi. Cercò di respirare profondamente. Un ricordo, o un insieme di ricordi.
Rivide un’altra cucina. Un’altra casa.
Le mani di sua madre che sparecchiavano in silenzio mentre lei diceva di aver già mangiato.
Le mani di suo padre che riempivano una ciotola di cereali destinata a finire nel fondo del water.
E le mani di suo fratello, calde sulla schiena spigolosa, che cercavano di resuscitare la luce dei suoi occhi mentre lei imparava lentamente a spegnersi.
“Basta” sussurrò Caterina.
Ana si alzò lentamente e si spostò in soggiorno con la tisana stretta tra le mani. “C’è anche del vino, se preferisci.”
Caterina la seguì, aggrappandosi a un ultimo barlume di speranza alla fine di quel tunnel che era diventata la sua casa.
Ana si muoveva con una grazia stanca. Aprì la dispensa e le dita sottili afferrarono due calici lucidati fino all’inverosimile. Quando li appoggiò sul tavolo, si sentì un eco di ricordi rimbombare nella stanza.
Un passato non troppo lontano.
Via Milano. Direzione Ospedale Sacco. Dieci chilometri di strada, cinquanta di ansia.
La gola che bruciava di parole non dette. Dita in gola che trasformavano quelle emozioni in vomito. Finalmente fuori.
Solo il vuoto sembrava contenere quel dolore.
Ana versò il vino bianco nei calici. Il vino rifletteva la luce fredda della cucina come un pensiero sterile. Piccole bolle danzavano al ritmo dei ricordi condivisi.
“Non puoi continuare a fare questo gioco” disse Caterina.
“Non è un gioco.”
“Allora cos’è?”
Ana rimase in silenzio. La finestra filtrava la luce blu dell’autunno.
“Ti ricordi quando nessuno riusciva a sentirti?” chiese piano.
Caterina non rispose.
“Ti ricordi quanto rumore avevi dentro?”
“Smettila.” Sussurrò Caterina.
“Io l’ho fatto tacere.”
Quelle parole rimasero sospese nella stanza.
Ana si sedette sul divano e lisciò una piega invisibile dei pantaloni. “Prima di me eri un incendio” disse.
Caterina sentì qualcosa spezzarsi lentamente nel torace. “E ti sei data da fare per spegnerlo.”
Ana abbassò gli occhi. “Forse.”
Il silenzio che seguì fu un urlo straziante.
Caterina prese il bicchiere di vino e ne bevve un sorso troppo grande. Lo stomaco protestò, mentre Ana osservava senza dire nulla.
“Ti odio” disse Caterina.
“No.” Ana scosse appena la testa. “Tu hai paura che io serva ancora.”
Caterina si alzò di scatto. “Vaffanculo, Ana.” La voce le tremava.
“Guardati.” Indicò la stanza perfetta, le superfici lucide, le sedie allineate. “Non sai fare altro che controllare tutto. Sempre.”
“E tu?” Ana la guardava con una calma quasi crudele. “Tu stai davvero meglio senza di me?”
Caterina aprì la bocca.
Nessuna risposta uscì.
Le mani iniziarono a tremarle. La fame era un animale.
“Dammi il telefono.”
“Per ordinare quella pizza che ti piace tanto?” Ana sorrise appena. “L’anno scorso ha funzionato. Hai smesso di sentirmi per mesi.”
Caterina si piegò sul tavolo della cucina. Le mani stringevano gli angoli del tavolo. Forse per farsi male. Forse per sentire qualcosa. Forse perché era così stanca da sentirsi svenire. Non voleva più litigare. Non aveva più la forza di ricordare.
Ana la osservò a lungo. Poi disse piano: “Se vuoi che me ne vada, basta dirlo.”
Si alzò. I gesti governanti da eleganza e disciplina si trasformarono lentamente in solitudine. Il vino non danzava più, sgorgando verso il fondo del lavandino.
Il mento iniziò ad arricciarsi in un pianto che sembrava annunciare un suicidio.
Andò verso l’ingresso e iniziò a vestirsi lentamente. Prima i calzettoni pesanti. Poi il cappotto di lana. La sciarpa. I guanti. Sembrava prepararsi per un lungo inverno ancora lontano.
“Ana…” Caterina sentì il sangue raggelarsi. “È tardi” disse. “Non andare via.”
Ana si fermò. Per la prima volta sembrò piccola. Fragile.
Caterina la raggiunse all’ingresso e le prese le mani.
Erano gelide.
“Io c’ero” sussurrò Ana senza guardarla. “Quando nessuno ti ascoltava. Quando nessuno ti capiva. Quando eri troppo arrabbiata. Troppo triste. Troppo piena di tutto. Quando il dolore ti consumava.”
Caterina chiuse gli occhi. “Lo so.” Sentiva il profumo di ammorbidente che abitava i suoi vestiti.
“Non volevo farti male. Non volevo allontanarti da tutti. Tanto meno da te stessa” si asciugò una lacrima timida che le tingeva il viso. “Ma io sono rimasta. Anche qui. Anche ora. Anche quando ti volevo ancora tutta per me.”
“Lo so, anche questo.”
Ana alzò finalmente lo sguardo. Negli occhi aveva i suoi stessi occhi.
“Allora perché continui ad aver paura di me?”
Caterina avrebbe voluto dirle che non era paura. Era peggio. Era nostalgia.
Le tolse lentamente la sciarpa. Poi i guanti.
“Perché non ti odio veramente. Odio me stessa per averti fatto entrare nella mia casa quell’estate del 2013” disse piano. “Non sapevo che lasciandoti entrare, avrei sempre avuto bisogno di te”
Ana trattenne il respiro.
“E adesso?”
Caterina guardò verso la cucina. La casa perfetta. Il frigorifero vuoto. La fame.
Poi guardò Ana.
“Solo adesso che stavi per andartene, ho capito che la tua ombra mi ricorda chi sono. Anche se certe ombre fanno male appena le guardi alla luce del sole.”
Ana annuì appena. “Sono rimasta nel rispetto dei tuoi silenzi. Non come un’opzione. Ma come ricordo.”
Dalla tasca del cappotto tirò fuori il telefono e le chiavi.
“Mi credi?” chiese.
Caterina prese il cellulare.
Rimase qualche secondo a fissare lo schermo acceso.
Un nodo allo stomaco iniziava a sciogliersi.
Poi ordinò pizza e patatine.
Per la prima volta da anni, mangiarono insieme.
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Complimenti davvero per queste righe molto emozionanti, mi è sembrato di essere in quella casa.
Grazie!!
Avrei voluto dire qualcosa anche io, ma ciò che accadeva mi ha fatto riconoscere l’unicità del momento, davanti al quale fare un passo indietro per rispetto, per non guastarlo, per lasciarlo evolvere. E così ho ascoltato le voci messe in scena. Teatro che coinvolge lo spettatore. Lieto fine? Sì, ma senza chiusure, come la vita, che è trasformazione.
Bellissimo!
Personalmente trovo l’idea buona, ma l’esecuzione un po’ criptica. Avrei inserito prima qualche segnale più netto che facesse intuire che non stiamo leggendo una scena realistica in senso stretto. Così il lettore potrebbe concentrarsi sul significato emotivo invece di chiedersi continuamente: «Ma questa Ana chi diavolo è?».
Ana è quasi certamente la personificazione del disturbo alimentare di Caterina, o della parte di sé che attraverso quel disturbo cercava controllo, protezione e ordine. Il problema è che l’autore dà per scontata una chiave di lettura che il lettore non possiede ancora. Forse ritiene che gli indizi disseminati nel testo siano sufficienti, ma non è detto che lo siano per tutti. Per buona parte del racconto si resta nel dubbio: Ana è una persona reale? Un’amica? Una coinquilina? Una proiezione mentale? Una parte della coscienza di Caterina? Questa incertezza rischia di spostare l’attenzione dal dramma emotivo al tentativo di decifrare il meccanismo narrativo.