Premio Racconti nella Rete 2026 “Gocce verso l’alto” di Roberto Pigro
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Finalmente la pioggia, pensò Laura. Osservava le minuscole goccioline che si aggrappavano al finestrino contro ogni apparente legge della fisica, cercando di scalarlo prima di arrendersi alla scia del vento. Erano le dodici e mezzo di una notte di fine estate che finalmente pareva preludere all’autunno. Tornava a casa dopo l’ennesimo incontro con il dottore consigliatole da Katia: cinquecento chilometri di distanza per difendere con le unghie e con i denti quel segreto di cui non aveva mai avuto il coraggio di parlare a nessuno.
Non sapeva quale nome dare al malessere che l’aveva travolta all’improvviso, proprio quando tutto pareva andare bene. Depressione, ansia, panico? Forse erano solo etichette diverse per un unico nemico, nomi scelti per illudersi che, una volta battezzato, il mostro fosse almeno un po’ più vulnerabile. Un “male di vivere”, lo aveva chiamato Montale nella tesi di laurea che le era valsa il massimo dei voti. Ricordava ancora i brindisi e i complimenti della commissione, pochi mesi prima che, inspiegabilmente, calasse il sole.
La pioggia ultimamente le piaceva: stendendo un velo di grigio sul mondo, lo rendeva più simile al suo universo interiore. E Laura, quando pioveva, si sentiva meno sola. Osservò il percorso bizzarro di una goccia d’acqua imprigionata in un labirinto invisibile. Giù, su, destra, sinistra. Un caos guidato da variabili fisiche, come aveva spiegato anni prima il professor Sernetti a scuola, senza però riuscire a fare breccia nel cuore adolescente di Laura, già allora troppo tesa verso l’introspezione delle lettere.
Quella notte sul pullman era sola, com’era sempre stata nei momenti cruciali. E così, protetta dal sonno degli altri passeggeri – che crollavano sui sedili con le testoline oscillanti come bebè –, Laura avvicinò il dito al vetro. Voleva sfiorare quella goccia che aveva scelto proprio quel luogo e quel tempo, fra tutti quelli del mondo, per posarsi accanto a lei. Ma la goccia, in barba alla poeticità del gesto, scomparve, arrendendosi alla forza di gravità che alla lunga fa precipitare anche chi ha la velleità di librarsi verso il cielo.
Fu allora che vide la mano.
Oltre il vetro, in un’auto che affiancava il pullman, una bambina la salutava. Era un gesto antico, di quando i bambini avevano un cuore più bambino e mandavano saluti ai conducenti sconosciuti. Quella piccola le somigliava in modo inquietante: lo stesso taglio degli occhi che Laura ritrovava nelle proprie foto d’infanzia. Ma aveva qualcosa di strano: portava un foulard stretto sulla nuca e non aveva capelli. Accanto a lei, un uomo dal profilo stanco guidava con gli occhi lucidi. Laura ricambiò il saluto con un cenno timido, prima di abbandonarsi anche lei a un sonno senza sogni.
Quando riaprì gli occhi erano le 2:35. Il pullman era fermo in un’area di servizio isolata, una cattedrale di neon in mezzo al buio. Scese meccanicamente, col desiderio di sgranocchiare qualcosa che mettesse a tacere il vuoto nello stomaco. Ma, una volta alla cassa dell’autogrill, il cuore le accelerò: la bambina era di nuovo lì.
“Vi… vi conoscete?” chiese l’uomo, stringendo un vassoio con un caffè e un succo di frutta. “È lei la tua nuova maestra?”.
“No,” rispose Laura, sentendo un calore improvviso alle guance. “Ci siamo conosciute poco fa, in autostrada. Mi ha salutata dal finestrino e io ho ricambiato. Come si faceva una volta.”
Il papà accennò un sorriso amaro, guardando la figlia. “Ha la mania di salutare tutti. Dice che così nessuno si sente perso.” Poi, quasi d’istinto, aggiunse: “Vuole un caffè? Così può conoscere ufficialmente la sua nuova amica.”
Sedettero a un tavolino di plastica graffiata. Laura scoprì che la piccola si chiamava Elena e che quel viaggio notturno era il loro ritorno da un centro oncologico lontano.
“Anche io torno da una visita,” confessò Laura, e per la prima volta quella confessione non le pesò come un macigno. “Ma la mia ferita non si vede.”
L’uomo la guardò fisso negli occhi, con la solidarietà silenziosa di chi abita lo stesso deserto. “A volte quelle che non si vedono sono le più difficili da medicare, perché il mondo non sa dove mettere le bende.”
Elena, intanto, aveva preso un tovagliolo di carta e vi stava disegnando sopra con una biro blu. Lo tese a Laura. C’era una nuvola che pioveva, ma le gocce, invece di cadere a terra, volavano verso l’alto come piccoli palloncini.
“Perché volano in su?” chiese Laura, commossa.
“Perché hanno smesso di avere paura di cadere,” rispose la bambina con la candida semplicità dei suoi sette anni.
Quando il pullman ripartì, Laura tornò al suo posto. La pioggia era finita e l’asfalto brillava sotto le luci dei lampioni. Si rannicchiò nel sedile, stringendo in tasca quel tovagliolo di carta. Per la prima volta dopo mesi, non pensò all’oscurità che l’aspettava a casa, ma a quanto fosse ancora calda, nonostante tutto, la scia di quell’estate.
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