Premio Racconti nella Rete 2026 “Lettera da buttare” di Dalia Lenni
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Potrei scriverti una lettera, raccontandoti di me. E dirti che ho una casa molto bella e il lavoro è sempre lo stesso. Ho una figlia che assomiglia tutta al suo papà e ci amiamo tanto. Sto vivendo la promessa che mi sono fatta: un presente tranquillo insieme a un uomo che non ti somiglia neanche un po’. Ho una passione, la scrittura. Forse l’ho sempre avuta, ma adesso ho deciso di coltivarla. Scrivo di storie affamate d’amore, all’apparenza senza speranze, perché credo che chi ha amato tanto da morire meriti di vivere un lieto fine.
Potrei dirti che, dovendo fare proprio ‘quella strada’ per andare verso Roma, mi ritorni in mente. Il traffico mi costringe spesso a farla lentamente. C’è il parco e forse ancora quella panchina. A quindici anni l’avevo imbrattata con una bomboletta viola. Quel “Ti Amo” era per te. Qualche tempo dopo ci spruzzai sopra “Bastardo”. Poi ci siamo riseduti per ridirci “Ti amo”, più volte.
Quando arrivo all’incrocio e scatta il verde vado via veloce, senza più pensare a quanto mi avrebbe fatto male il tuo sguardo addosso se ti avessi incontrato in coda, nella corsia accanto. Sembra solo ieri, e oggi, mi trasuda dalla pelle lo stesso timore di non riuscire a tenere la testa alta senza dubitare di me, senza far vacillare il confine che mi tiene al sicuro e le gambe mi tremerebbero come allora, come nel 2012 quando ho rotto con te. Quando ho racimolato tanto coraggio per farlo non lo so, non avevo più dignità, avevo speso tutta me stessa, ero prosciugata, ma intanto il mio cuore, per te, batteva più lento. Dopo i numerosi mazzi di rose, le tue preghiere sotto casa, veri e propri agguati, mi scrivesti su otto pagine tutta la nostra storia. Avrebbe dovuto essere una lettera d’amore. Chiudendomi in camera, riga per riga, conoscevo già tutto, ma leggevo comunque. Il fiato mi si spezzava scoppiando nei singhiozzi, tutto tornava vivido, come se fosse vero, come un film già visto ma allo stesso tempo con un finale da riscrivere, perché la mia decisione tu dicesti che non fosse lucida, che ero solo arrabbiata. Mi asciugavo le lacrime, erano piombate giù bagnando le tue parole su carta, che puntuali scorrevano ancora, implacabili, all’indietro, a rimarcare tutto il buono che c’era stato, e che potevamo rivivere. Toccava solo a me crederci perché tu mi amavi.
Sai, non potrei mai scriverti che ricordo ancora a memoria quel passo della tua lettera:
“Non è qui la fine. Guardati, sei diversa, ma noi insieme siamo tutto ciò che conta. Io sono sempre lo stesso, noi siamo gli stessi di sempre, ma tu ora non lo vedi. Facciamo un viaggio, dedichiamoci del tempo. In Grecia, che ne dici? Ti era piaciuta tanto. Io so cosa senti, credi di non contare niente per me. Io sono arreso al tuo nome, basta che qualcuno lo pronunci. Tu sei la mia Marta.”
Non risposi mai alla tua lettera. A distanza di anni la mia psicoterapeuta mi ha fatto i complimenti. Senza l’aiuto di nessuno, a soli 22 anni, ero riuscita a porre resistenza a una tecnica manipolatoria: il love bombing. A me piace la traduzione in italiano “Bombardamento d’amore”. A sentirlo è quasi romantico, come se sopra le macerie nascessero i fiori.
Sai, non potrei risponderti neanche ora. No, che non lo sai. Non potrei scriverti la sofferenza che provavo nel non farlo. Tacere quella rabbia che alimentava una voglia incontrastabile di prendere una penna e gettare su un foglio il rielaborato della tua lettera. Passo, passo. Rammentandoti quanto mi avevi umiliata prima o dopo quei momenti idilliaci di quella fiaba offuscata lunga otto pagine. Lì a contestarti anche le virgole, con l’assurda idea che tu fossi in grado di capire quanto dolore avevi disseminato dentro di me, mollandomi nel più assoluto dei silenzi, gettata da un giorno all’altro nei sensi di colpa, che continuavano al tuo posto il tuo lavoro: bucarmi nel cuore.
Per poi rivolermi, venendo a riprendermi, scintillante e più bello che mai, avanti così in un copia incolla, per sette anni. Scriverti con quanto coraggio non facevi un passo indietro, quando ero finalmente io a lasciare te.
Allora ti avrei anche chiesto: a te pare semplice essere come te? E invece no! Richiusi la tua lettera nella busta con le foto di me e te nei viaggi che avevi allegato: Grecia, Lisbona, Francoforte, Croazia. Scelsi un bel vestito dall’armadio, mi feci una doccia, mi lavai i denti ben due volte. Il mio sorriso doveva sbaragliare tutto e tutti. Agghindata a festa uscii con le amiche. Quelle che odiavi. False, approfittatrici, invidiose, le uniche che mi rimanevano. Da tutte le altre mi avevi già allontanata. Quella sera, dopo i ripetuti tentativi di contattarmi, perché il bombardamento d’amore non ti aveva restituito niente, trovai lo specchietto della mia macchina rotto.
Potrei scriverti oggi con una lucidità che allora non potevo avere fino in fondo, ma non posso. Non posso spiegarti perché poi sei passato alla cosiddetta svalutazione. Dall’amore della tua vita, nel pomeriggio, diventavo una sporca troia alla sera. Non ero più la tua Marta. E tu non sapevi più abbassare la voce nel momento giusto, così da sembrare sempre che io stessi esagerando. Perché una povera vittima, in una tragedia imminente, perde la ragione. Crolla. Urla. Contro il colpevole con il proprio specchietto frantumato tra le mani.
Piangevi come un bambino a cui era stato tolto il giocattolo. A me avevi tolto lo specchietto, la voglia di combattere, la voglia di credere. Avevo creduto per sette anni di essere la prescelta tra mille anime. L’anima da cui ritornavi proprio quando sorridevo di nuovo, quando mi rialzavo dopo un po’ che tu mi avevi seppellito, forse per un’altra. Con i tuoi occhi stupidi e il loro irresistibile richiamo mi riportavi sempre a te dentro la relazione che mi consumava. Intrappolata da fili fasulli: l’illusione totale di essere presi e innamorati, uniti da un amore raro che cura le ferite. Le stesse che mi facevi tu. Era illogico e logico al tempo stesso, tu tornavi da me nonostante fossi tutto ciò che non volevi, ma tutto ciò che ti mancava per scoprire ciclicamente che anche se il rapporto inciampava ero la tua anima gemella, dovevo solo sforzarmi di più. Tu troncavi con me perché il mio comportamento non ti lasciava scelta. Tu mi hai sputato in faccia perché ero andata a quella festa di compleanno. Tu mi hai presa a calci perché io pretendevo troppo. Tu mi hai schiaffeggiato perché volevo andare a casa.
Non posso scriverti che quando la mia pelle si schiariva, con il cuore livido, io ti volevo ancora. Quello che mi succedeva aveva una struttura. Il nostro amore malato aveva un nome clinico: ciclo dell’abuso narcisistico.
Nel parcheggio con lo specchietto in mano non feci un lamento. Salii nella mia auto, dopo che mi avevi detto che ti avrebbe fatto schifo toccarmi se mai ci avessi ripensato e avessi voluto tornare insieme a te. Ma, nonostante tutto, mi seguisti come un matto. Telefonai alla tua famiglia, dissi loro che se non mi avessi lasciato perdere ti avrei denunciato. Mi incolparono di non avere rispetto perché tuo padre soffriva di cuore. Io gli dissi che, se non mi avessi lasciato perdere, ti avrei denunciato. Ribadirono che tuo padre era moribondo e che nel pomeriggio si era risentito male. Sai cosa gli dissi: se non mi avessi lasciato perdere ti avrei denunciato. Gli attaccai il telefono in faccia.
Non presi la strada verso casa, continuavi a seguirmi. Ti stavo portando al commissariato di polizia e questo non serve che io te lo scriva da nessuna parte, visto che mi superasti e non ti vidi mai più.
Ero troppo bella. Troppo brutta.
Meglio riccia. Meglio liscia.
Troppo magra. Troppo grassa.
Ero insopportabile. Ero una santa.
La causa dei guai. La salvezza.
Ero allegra. Troppo triste.
Ero unica. Ero uguale a tutte.
Una volpe. Una cretina.
Ero intelligente. Ero un asino.
Prima troia e poi sposa.
Ero pazza.
Vado dalla psicoterapeuta da qualche anno per essere meno dura con me stessa, perché sento ancora dentro un giudice severo che mi grida addosso che non sono in grado, che non sono abbastanza, che sono senza speranza. Quella voce mi confonde, a volte ci parlo, a volte la ignoro, a volte ci credo.
Sai, se ti scrivessi una lettera poi la butterei via.
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