Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il grande ripostiglio” di Eva Bosco

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Abbiamo tutti colpe inconfessabili. Atti che a distanza di tempo, riguardati con lucidità, ci appaiono insensati e per certi aspetti indegni di noi stessi, forse perché ci attribuiamo troppa dignità o comunque più di quanta ne possediamo.

Questi atti, col passare degli anni, sedimentano. E quello che ci sembrava solo un granello di sabbia, cresce come una perla dentro un’ostrica e poi di più, sempre di più, arrivando a rompere l’ostrica, attirando a sé ogni tipo di detrito e diventando tutt’uno con quei frammenti, fino ad assumere le dimensioni in una grossa pietra dentro di noi.

Spesso ripenso alla notte in cui mio padre si sentì male in ospedale e la badante – che si alternava con me e con mia madre per non lasciarlo solo e quella notte era con lui nella stanza – ci telefonò per dirci che aveva dovuto chiamare gli infermieri perché lui aveva cominciato ad agitarsi in maniera violenta per togliersi tutto quello che in qualche modo trapassava il suo corpo, aghi, flebo, tubi, non sopportando più nulla. Lo fanno tanti malati arrivati alla soglia della morte prima di entrare in una fase di quiete assoluta che è spesso scambiata per un miglioramento ed è invece l’inizio del trapasso.

Quando ricordo quella notte, mi chiedo perché feci così fatica a svegliarmi da un sonno inaspettatamente profondo e sereno, perché il letto mi trattenesse con tutte le sue forze nonostante le circostanze, e perché, una volta alzata, dopo essermi sciacquata la faccia con acqua fredda, mi dilungai a stendere il fondotinta invece di scappare via il più velocemente possibile.

Forse sapevo quel che avrei trovato e mi rifiutavo di vedere. Forse avevo solo voglia di dormire. Quanto tempo persi esattamente? Perché lo feci? Anche dopo molti anni e pur avendo ripercorso tante volte quei momenti nella mia memoria, non so dirlo con precisione. Ma in ogni caso mi attardai davanti allo specchio per camuffare i segni della stanchezza e della tensione di quel periodo come se quella notte in ospedale potessi incontrare qualcuno interessato allo stato della mia pelle o interessato a me, proprio a me, il che era impossibile.

Mio padre non morì quella notte. Quella notte intrattenne l’ultima, estrema battaglia con la vita a cui io non assistetti. Dopo di che si assopì e scivolò in un vaneggiamento leggero e sereno da cui si svegliava a intermittenza, come uscendo da un dormiveglia, per chiedere sempre la stessa cosa: «Quanto è largo il rotolo del dicifix? Mi dai un righello?».

Il dicifix è la pellicola adesiva che aveva usato tante volte per mettere a nuovo qualche mobiletto. Chissà quale lavoro stava realizzando nella sua fantasia durante le ultime ore di vita, lui che in casa aveva riparato qualsiasi cosa si rompesse, inventato soluzioni di ogni tipo, creato oggetti con le cianfrusaglie più disparate che trovava in giro. Come quando costruì un orologio, che è rimasto appeso per anni da mia madre. Lo aveva messo insieme utilizzando il meccanismo recuperato da un altro orologio, del compensato assemblato e dipinto, pomelli, vecchie lancette, il refill di una penna e aveva ricavato il quadrante rotondo dal bordo di una scatola del caffè rifilato con un seghetto per il metallo.

Quando aveva poco meno di quarant’anni, mio padre ebbe la possibilità di avere accesso a una falegnameria. Lavorava in un contesto particolare, in ambito militare, e gli uffici erano inseriti in una specie di cittadella autosufficiente, munita di ogni genere di servizio: negozi, ristoranti, bar, cinema, campo sportivo e anche una falegnameria che in certi orari era a disposizione dei dipendenti che nel dopo lavoro si dilettavano in quel genere di hobby. In quella falegnameria, lui realizzò diversi mobili che sono diventati parte dell’arredo di casa: due librerie con ante a vetro, un’angoliera, una vetrinetta per piatti e tazzine con tre cassetti in basso per le tovaglie, una cassapanca, una specie di comò che in realtà all’interno era diviso in scomparti su misura per i dischi 33 giri. Per decorazioni e rifiniture utilizzava cornici sottili tagliate a filo. Fu in quel periodo che in famiglia entrarono nel linguaggio comune parole tipo mordente e impregnante.

Al di là dei lavori col legno, lui aggiustava tutto e a casa non si è mai visto transitare un idraulico o un elettricista. Dove avesse maturato quella capacità di capire il funzionamento di qualsiasi congegno, non lo so. Ma mio padre ha smontato, riparato e rimontato di tutto.

Anche col dicifix fece qualsiasi cosa e anche se, detta così, può sembrare un’assurdità, la pellicola adesiva ha avuto un ruolo importante nella nostra vita.

Quando lasciammo una città del nord perché mio padre, per lavoro, venne trasferito a Napoli, dove abbiamo vissuto per alcuni anni, dopo il trasloco i miei decisero di mettere un po’ a nuovo la cucina. Soldi per comprarne un’altra non ce n’erano. La soluzione fu la pellicola adesiva. Le ante dei pensili e delle credenze, che erano ricoperte da un foglio di formica color giallo limone, furono smontate e rivestite con pellicola adesiva rossa, un rosso gradevole che stava molto bene con le piastrelle a decorazioni blu di quella stanza generosa.

Qualche anno più tardi, quando ci trasferimmo in una località vicino Roma, le ante della cucina furono smontate di nuovo, la pellicola rossa venne rimossa e, dopo aver trattato la superficie del pannello con un solvente, fu sostituita con un foglio adesivo ‘finto legno’, decisamente più kitsch. Anche le maniglie vennero cambiate. Quando si stendeva la pellicola era importante non lasciare bolle d’aria. Mio padre aveva un piccolo rullo che passava con forza su tutta la parte interessata per spianare eventuali imperfezioni.

Subito dopo sposata, quando andai a vivere con mio marito e prendemmo un appartamento in affitto con una cucina microscopica, rimediammo un paio di pensili di seconda mano. Mio padre venne a montarli e insieme staccammo le ante e le rivestimmo con pellicola adesiva verde anilina, un colore che a me faceva tanto cucina di campagna. Stendemmo tutto per bene con l’aiuto del rullo. Zero bolle d’aria.

All’ospedale non avevo nessun rullo a disposizione per le bolle d’aria che stavano invadendo il suo cervello mentre lui vaneggiava felice, si addormentava, si risvegliava, vaneggiava ancora e ripiombava nel suo sonno anomalo. Dov’era? Quando riprendeva coscienza – se era coscienza – e riemergeva da non so quali profondità, sbarrava gli occhi e li puntava sui miei. Non so e non saprò mai se mi vedesse. «Quanto misura il dicifix? Mi passi il righello?». Poi richiudeva gli occhi e tornava nella sua falegnameria, al suo tavolo di lavoro, nella cucina di Napoli, nella cucina della felicità, in quella della mia prima casa in affitto, nel suo ripostiglio con le scatole degli attrezzi, i chiodi, le viti, il martello, la pinza a pappagallo. Quando gli strinsi la mano, ebbi la sensazione di scivolare anche io in uno di questi ambienti polverosi, pieni di residui di ogni tipo, trucioli di legno, segatura, patina metallica prodotta da limature, piccoli bulloni caduti a terra, pezzi di carta vetro consumata. Ambienti senza alcun ordine preciso, in perenne lavorio, che nessuno rimette a posto perché non ce n’è bisogno, tanto domani si sega ancora, si lima di nuovo, ambienti in cui le cose si accumulano e non si eliminano, ambienti come la nostra testa, del tutto simili. La nostra testa, il grande ripostiglio.

«Dimmi? Cosa vuoi? Cosa ti serve?»

«Il righello. Prendi il righello.»

«Vuoi misurare il foglio di carta adesiva? Cosa ci devi fare questa volta?»

Tra una ripetizione e l’altra sempre della stessa frase, gli occhi si richiudevano e si capiva che nella sua immobilità lui vagava attraverso gli angoli del grande ripostiglio e ritrovava pezzi di vita, alcuni che aveva condiviso con noi, alcuni chissà con quanti altri che solo lui aveva conosciuto, che erano appartenuti solo a lui.

Avrei voluto addormentarmi anch’io, lasciare che gli occhi e le palpebre avvertissero quella pesantezza irresistibile e liberatoria che ci trascina via, sentire il cuscino che prende l’esatta forma della testa e la accoglie come un liquido, come la pancia di tua madre, e il corpo che si scalda sotto il lenzuolo e il piumino fino a raggiungere un tepore perfetto, senza più domande, senza più dubbi, senza più colpe, neppure quella di non essere corsa in ospedale qualche notte prima e di aver perso tempo davanti allo specchio del bagno. Rimanere avvolta nel sonno, sollevata da qualsiasi ansia eppure viva.

Mio padre ‘dormì’ tre giorni e tre notti restando in quello stato di sospensione da cui ogni tanto a sprazzi risaliva per brevi incursioni nella veglia che mi facevano anche ridere per l’assurdità delle rapide domande che uscivano dalla sua bocca, sempre legate ai lavori manuali che stava svolgendo nel suo sonno. Poi, al mattino del quarto giorno, non si svegliò più.

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