Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La pelle del gatto” di Anna Laura Bianchi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Elisa è ormai prossima alla pensione. Ha ancora un corpo snello perché da tanti anni, anzi da sempre, è insegnante di ginnastica. Il suo viso, nonostante le cure e i trattamenti di botulino, è comunque cascante e rugoso. Gli occhi a mandorla, sottili e penetranti, lanciano fiamme aranciate, come una gatta selvatica pronta all’attacco. Porta pantaloni attillati che le fasciano gambe perfette, giacche di taglio maschile e sciarpe annodate con finta noncuranza.

È arrabbiata con la vita perché non le ha dato quello che si aspettava. Ha avuto diverse storie d’amore, lunghe ma infelici, che non le hanno regalato figli.

Elisa tratta tutti male. È scorbutica, scortese e, se provi a chiederle qualcosa, devi misurare le parole perché, a seconda di come la metti, ti si rivolta contro e ti mangia il muso. Ma tutto quello che dice, anche se detto male e con aggressività, racchiude sempre una qualche verità;  capisce al volo le situazioni ed è sempre un passo avanti. Però non si sa spiegare: lei non parla, lei urla. E urla con una voce inconfondibile, resa roca dalle mille sigarette che accende una dietro l’altra e che poi schiaccia sotto il piede con rabbia, quasi volesse schiacciare il mondo intero.

L’ho invitata a casa mia qualche volta, quando ci siamo conosciute circa un anno fa. Avevo preso in affitto un appartamentino proprio accanto al suo, in un’anonima palazzina un po’ fuori dal centro. Un po’ per cortesia di buon vicinato, un po’ perché non conoscevo proprio nessuno, i primi tempi ci siamo frequentate. Abbiamo preso un paio di aperitivi insieme e una volta l’ho anche invitata a cena. Ci siamo un po’ raccontate: io mi sono tenuta un po’ sul vago, diffidente e introversa come sono. Lei, loquace più di me, era un flusso inesorabile di lamentele e maldicenze infiocchettate da parolacce e insulti indirizzati a tutto il vicinato e oltre. Poi mi ha trattato male; è stata stupidamente vendicativa per fatti di cui ho perso la memoria. Robe di condominio e di gatti, di stuoini davanti alla porta, cosi’ insignificanti che me le sono fatte scivolare addosso. Quindi ho preso le distanze da lei. Non ho più voglia di avere attorno persone tossiche.

Ultimamente mi è capitato di vederla mentre faccio manovra nel parcheggio del condominio e lei mi manda larghi sorrisi da lontano; ci siamo incrociate qualche volta sul pianerottolo e lei sembra tentennare per un attimo, come se volesse fermarmi e dirmi qualcosa. Io la saluto educatamente e passo oltre. Mi rammarico un po’ per la mia freddezza perché ho quasi l’impressione che mi stia gironzolando intorno, che mi aspetti al varco come un gattino abbandonato in cerca di una carezza.

L’altro giorno ci siamo ritrovate sul ballatoio: io entravo e lei usciva e non potevo fare a meno di dire qualcosa di più: «Ciao Elisa, come stai?». «Guarda, non me ne parlare», risponde in tono già alterato, torcendo con rabbia la chiave nella serratura. Aveva voglia di dare fiato alle trombe. «Non ne posso più! C’ho mia nipote in casa da una settimana e sono già gonfia. Me l’ha schioccata a me suo padre… lo stronzo… hanno gridato in casa, lei ha dato di matto… di quelle scene che non ti dico… e allora me l’ha mandata per un po’ per vedere se si calma. Ma la raddrizzo io, sai,  io i piedi in testa non me li faccio  li mettere. Non si può sempre dire… “poverina”… “poverina”… poverina un cazzo!». La parolaccia, scagliata volutamente con tono potente, rimbalzava per la scalinata del palazzo. Io, tanto per stemperare tanta furia, ho chiesto premurosamente quanti anni avesse. «Sedici anni. Un’età di merda». La  sua colorita espressione risuonava   fin nell’androne. «Guarda, è magra così», e, girandosi verso di me, mi mostra la mano chiusa a pugno con il mignolo rialzato. «Non mangia niente. Si mette a tavola e fa finta di mangiare. Spalma tutto il cibo nel piatto, lo pasticcia, ma in quella bocca non entra nulla. Ogni tanto un tocchetto di cavolfiore scondito». E con le dita fa un anello per indicare un’irrisoria quantità di cibo. «Eh… mi dispiace». Non so che altro dirle e non so nulla di problemi alimentari dei ragazzi; riesco solo ad aggiungere, tanto per dire qualcosa: «Gli adolescenti lo fanno, vedrai che crescendo passa tutto». Lei scuote la testa sconsolata, alza le spalle, e vedo un dolore che non avrei sospettato, un amore di cui non la credevo capace. Intravedo un luccichio di lacrime, ma subito mi dà le spalle e si precipita giù per le scale, salutandomi di fretta con la mano.

L’ho vista, Arianna. Ci siamo incrociate sul portone del palazzo e non c’è stato bisogno di altre indicazioni per capire che era lei: capelli biondi, lunghissimi, con una scriminatura centrale che sembrava fatta con il righello; due enormi occhi celesti, i protagonisti assoluti di un visino affilato da bambina. Sembrava un angelo, ma un angelo triste, un angelo senza ali. Dai calzoncini corti di jeans e dalla maglietta attillata sbucavano degli stecchi innaturalmente lunghi, di diametro non più largo di una tazza da tè, ricoperti da una pelle bianchissima, quasi trasparente. Sembrava sul punto di spezzarsi da un momento all’altro.

Oggi è sabato e pregusto il mio pomeriggio solitario davanti alla televisione, sul divano, con una bella tazza di caffè.

Ma sento delle grida, strepiti di donna giovane e ringhi rauchi, porte sbattute e scalpiccio per le scale. Mi affaccio;  Elisa si sta sbracciando dal parapetto urlando contro la nipote che infila il portone ed esce. Mi avvicino, le poso la mano sulla spalla con delicatezza perchè ho il timore  che lei si rigiri e mi sbrani. Invece lei si volta, mi guarda e sbrigativa dice: «Entra, ti faccio il caffè».

Non ero mai stata in casa sua. È tutto bianco: le pareti, i mobili della cucina, le sedie della sala. Color panna il divano e le tende. È tutto pulitissimo e ordinato, direi in modo maniacale. Penso al disordine trasandato della mia casa e mi è chiara la differenza abissale che c’è tra me e lei. Nell’aria aleggia una fragranza di talco rassicurante e il candore che mi circonda mi ricorda la trasparenza della pelle di Arianna, una pelle liscia come un guscio d’uovo che sta per incrinarsi.

Mi accomodo in cucina mentre lei traffica con la macchinetta del caffè. Uno dei suoi tre gatti si strofina alla mia gamba e miagola con la coda ritta. Elisa ha dato loro il nome secondo il loro colore: Bianca, Grigio e Nero. Mi passano delle idee per la testa: che fantasia, penso, che nomi anonimi ha dato ai suoi amati gatti! È come se non volesse riconoscere loro nessuna identità, tenendoli a distanza con un nome che non vuol dire nulla. Se lo chiami Nero solo perché è nero, stabilisci che lui è solo ciò che appare, che è un corpo ma senza anima; chi si sognerebbe mai di chiamare “Bimba” una bambina? È come vedere solo la pelle di un gatto, una pelle anonima, trasparente come quella di Arianna, l’angelo triste che non ha le ali per rendersi invisibile e volare via.

Elisa mi versa il caffè e inizia a parlare. Come un torrente che ha rotto gli argini, mi racconta che la nipote sminuzza una fetta di pane fino a ridurla in briciole, senza poi masticarne neppure un boccone. Racconta che, dopo aver mangiato un biscotto, si è sdraiata in salotto e ha fatto cento addominali; che si stringe sempre i polsi per controllare se la misura è ancora quella. La cosa più assurda è che prepara lei stessa la cena e poi non la tocca, perché prova una distorta soddisfazione a non cedere alla tentazione.

Io ascolto con attenzione, annuisco e mi limito a brevi commenti. Non riesco a darle un consiglio, ma sono lì, ad offrirle una spalla per piangere, una spugna per assorbire il suo dolore. Elisa è tesa, la sua voce è un ringhio rauco intercalato da parolacce e insulti. Schiaccia nel posacenere la sigaretta, allontana in malo modo la gatta Bianca che tenta di saltarle in grembo. Peso le mie parole perché temo di dire cose che potrebbero urtarla e scatenare la sua rabbia anche contro di me.

Per allentare la tensione, mi alzo per prendere un bicchiere d’acqua e vedo, sulla credenza, una cornice di legno chiara, dietro la pila perfettamente allineata del cibo per i gatti. Nella foto c’è lei, cinquant’anni prima, sulla spiaggia, in costume intero, nero, con una massa di capelli castani raccolti di lato e lasciati ricadere sul davanti. «Quella sei tu? Che bella che eri!», le dico con convinzione prendendo tra le mani la cornice. Lei non risponde. Si accende un’altra sigaretta e soffia via con rabbia il primo fumo, con lo sguardo verso un angolo imprecisato della parete. Avvicino la foto per guardarla meglio e la somiglianza con Arianna mi arriva dritta allo stomaco. Le scapole sporgenti, il viso affilato, le gambe spigolose e quel costumino nero che sembrava appena appoggiato su un corpo senza forme.

Mi risiedo e metto la foto sul tavolo davanti a lei. «Eravamo all’Elba, con i miei». Elisa ha abbassato il tono e la sua voce,  adesso, sembra emergere dalle profondità di un pozzo: «Bell’estate di merda. Tutti in giro e io a casa entro le undici. Mio fratello no, lui era il maschio e poteva fare quello che voleva. Era il figlio d’oro e ridevano sempre per qualsiasi stupidaggine che usciva dalla sua stronza bocca. In casa tutto ruotava intorno a lui… Io invece ero fragile, dicevano… l’Elisa da sola in giro… meglio di no… Non ne azzeccavo mai una: “E guarda come ti sei vestita, sembri un manico di scopa”… Mi criticavano su tutto e io mi sentivo un’incapace. Non ci crederai, ma ero timidissima e a scuola mi sedevo in fondo, zitta, perché mi sembrava di essere la più cretina. Non ho mai raccontato una barzelletta in vita mia e tu non sai quanto mi piacerebbe saperlo fare…»

Elisa parla a ruota libera e le sue frasi frammentate escono a fiotti, come se si fosse sbloccato il rubinetto di una vecchia fontana. Poi prende la sua fotografia e resta a guardarla in silenzio. Dietro quella scorza dura adesso posso vedere le ferite ancora vive dell’umiliazione e posso ascoltare quell’urlo silenzioso che le è stato cucito dentro. Come ai suoi gatti, neanche a lei era stato concesso un nome vero, un nome capace di definire la sua forma, di riconoscerne l’identità, perché a nessuno, mai, era importato cosa si nascondesse dietro la sua pelle.

In quello spazio di silenzio la porta cigola e in cucina compare Arianna. «Ho telefonato a papà», dice asciutta. «Stasera mi viene a prendere. Vado a preparare la mia roba».

«Ciao Arianna!», esordisco io con voce candida. La guardo dritta negli occhi con un bel sorriso disinvolto. «Sono la tua vicina di casa. Ti ho visto l’altro giorno per le scale. Ma che bella ragazza sei! Sei uno spettacolo!». Lei si volta appena, mi sfiora con lo sguardo con l’aria di chi pensa: «Ma che cazzo vuoi da me?». In una frazione di secondo decido che devo fare qualcosa e giocarmi il jolly, vada come vada. «Siediti un attimo… guarda che bella tua zia da giovane». Arianna prende la cornice di malavoglia, guarda distrattamente la foto, ma poi se l’avvicina meglio, incuriosita e attenta. La fronte corrugata, gli occhi ancora fissi sull’immagine,  strascica la sedia e si siede con noi al tavolino. Poi alza gli occhi verso la zia. «Quanti anni avevi?», chiede. «Diciassette. Eravamo in vacanza con i nonni e papà». Arianna abbassa lo sguardo sulla foto, resta pensierosa, poi lo rialza. «Ci assomigliamo, zia… a parte i colori… gli occhi… ma per il resto siamo uguali, io e te».

«Sì, siamo uguali», risponde Elisa con voce morbida, che le si srotola dalla bocca come un gomitolo di cui ha finalmente trovato il capo. «Ero magra… molto magra. Volevo scomparire, diventare leggera come l’aria e volare via, tanto non se ne sarebbero nemmeno accorti. Se mi guardavo allo specchio non vedevo nessuno. Avevo fame, ma non mangiavo per farmi un dispetto e anche perché almeno così sentivo qualcosa, mi sentivo viva. C’erano come due persone dentro di me: una diceva “mangia” e l’altra diceva “no”. Mi ero costruita dentro una specie di amica: un’amica perfida, terribile, lo so, ma almeno si occupava di me.

Si interrompe e si alza di scatto. «Che palle, mi ci vuole da bere!». La sua voce è ritornata roca e tonante. Va al frigorifero, sfila via una bottiglia di prosecco ghiacciato, la sbatte sul tavolino, cerca tre calici. «Toh! Ho trovato anche questi», e ci lancia un sacchetto di cioccolatini ancora sigillati nel cellofan trasparente. «Chissà da quanto tempo sono lì», dice mentre posa i calici. Arianna comincia a stappare la bottiglia; io scarto un cioccolatino e me lo mangio. «In effetti sono un po’ vecchiotti», mi limito a questo unico commento, ma tanto basta per farla scattare. «Oh bella! Se fanno schifo la prossima volta  li porti te!». È ritornata l’Elisa che conoscevo, e sorrido dentro di me.

Sedute a quel tavolino bianco sembriamo tre amiche di vecchia data che chiacchierano del più e del meno sorseggiando prosecco, e la cosa mi fa davvero strano. Arianna guarda la zia e le domanda a bruciapelo: «E poi… poi come hai fatto a venirne fuori?». Elisa prende un cioccolatino e comincia a scartarlo. «Di preciso non lo so», risponde continuando a fissare le sue dita rugose che arpionano la cartina dorata, «a un certo punto mi sono detta che era meglio incazzarsi con il mondo che con me stessa. E poi, quando sei una iena come me, sta’ tranquilla che la gente si accorge di te e se ne ricorda!»

Arianna scoppia a ridere, e io con lei. È una risata liberatoria, che spacca il piombo di tensione che si era creato intorno a noi. Anche l’aria che respiriamo sembra più leggera e il candore livido della casa si scalda.

«Zia, stasera non torno a casa. Resto con te… se vuoi». E mentre lo dice afferra il cioccolatino dalle mani di Elisa e se lo ficca in bocca.

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