Premio Racconti nella Rete 2026 “Discesa” di Michele Giuliano
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Arrivò di fronte ad una scala esagerata. Si dipanava verso il basso come una specie di serpentone. Poggiò il piede sul primo gradino di metallo e si fermò. Non riusciva a contarli. Si ricordò di quello stabilimento al mare che aveva più di cento scalini. Quelli erano di pietra però. E non suonavano come questi. Ci andava sempre l’estate insieme ai genitori. Quante partite a nascondino ci aveva fatto col suo amico Giorgio. Gli sembrava di vederselo davanti. Scosse la testa.
Prima di ripartire afferrò con due mani la grata laterale. Due o tre passi cauti poi di nuovo fermo. La memoria non si placava. Ora Alice era di fronte a lui. Capelli castani corti spazzolati verso l’alto, sorriso innocente e costume rosso. O forse era fucsia. Vide il colore che cambiava. Ma doveva essere un effetto ottico. L’immaginazione fa brutti scherzi al buio. Avanti. Altri due gradini. Finalmente la grata lasciava il posto al corrimano. Si aggrappò alle sponde con entrambe le braccia. Nel passaggio le sbarre vibrarono come un diapason. Improvvisamente gli venne in mente l’incidente. Dopo era cambiato tutto. E non solo perché si era rotto il polso e la milza. Livio era sparito e non voleva più vederlo. Non era nemmeno andato a trovarlo all’ospedale. Cacasotto, gli diceva. Aveva insistito così tanto per farlo salire su quel motorino che almeno una visita gliela poteva fare. Si sarebbe accontentato anche di uno dei suoi scherni. Eccolo là. Livio! Ma che fai? Era in una strana posizione, con lo sguardo basso. Sembrava facesse Yoga. Allungò una mano per toccarlo ma si ritirò di scatto. Bruciava. Stava di nuovo distorcendo la realtà? Quando era uscito dall’ospedale gli avevano detto che quei mal di testa non erano dovuti al trauma cranico ma ad una Amnesia Dissociativa, come la chiamano. In pratica si ricordava una cosa per un’altra. Non era lui ad essere salito sul motorino come passeggero ma Livio. E non lo aveva più cercato perché ci era rimasto secco. Ahia! Un pezzo di metallo sporgente gli aveva punto la mano. Si era dovuto accovacciare per non ruzzolare giù.
Quel gioco cominciava a non piacergli. Si diede una spinta con le mani sul gradino e una volta in piedi si guardò indietro. Non avrebbe dovuto. La scala era sparita. Che cazzo stava succedendo? Respirava lento e sonoro, come gli avevano insegnato al corso di tai chi. Poteva solo scendere. Gradino, gradino, fermo. Il clangore metallico della sua scarpa sul predellino lo fece trasalire. Cosa gli sarebbe toccato ora? Scese di nuovo. Forse era finita? Acqua. Gli bagnava le caviglie. Non se n’era accorto perché aveva gli scarponi antipioggia. E ora questo cosa c’entrava? Porca puttana! La piscina termale. Erano passati anni dall’incidente. Era guarito da tutto ma prendeva ancora il Trittico per dormire. Stava uscendo da quel paradiso caldo e bum. Calo di pressione.
Per poco non affoga. Il dottore gli aveva detto che aveva bevuto troppo poco ed era uscito troppo velocemente. Sentì uno sciaquettìo. Si girò di scatto. Era una delle tasche posteriori dei jeans che si era strappata. Doveva aver urtato il muro grumoso prima di imboccare la scala. Le cosce cominciavano a far male. Sempre più denso, sempre più viscoso, sempre più… ora aveva capito… sangue. Svenne.
Si risvegliò sul pavimento umidiccio trovandosi sporco di placenta. Non era sicuro fosse proprio quella, ma aveva imparato che in quel luogo non si poteva essere sicuri di niente. Quando è nato gli hanno sostituito tutto il sangue, per evitare che gli anticorpi della mamma facessero secchi i suoi globuli rossi. La vista del sangue lo faceva sempre svenire di brutto. Sapeva il motivo ma non ricordava tutto sto casino. Ora si alza lentamente, con fatica, mettendosi prima seduto. Continua a sentire gocce che cadono a ritmo irregolare da più direzioni. Come una grotta col Dolby Surround. Fa qualche passo incerto e zoppicante. Sembra quasi uno che sta imparando a camminare. L’eco delle sue zampate sghembe risuona in quella cavea per topi. Vede un puntino luminoso lontanissimo. Si avvia. Cammina accelerando progressivamente, come se non volesse farsi accorgere che vuole scappare. Per tutto il tempo, in quella strana discesa, si è sempre sentito osservato. Accelera ancora, e ancora, e ancora. Ansima. Suda. Gronda. La luce si ingrandisce di millimetri impercettibili ma sembra non arrivare mai. Si ferma con la mano sulla milza e la bocca storta a respirare. Dopo tutto quello che è successo ormai sa dove si trova. Ricomincia ad avanzare. Ancora rumore di passi, gocce, echi indistinti. La vista si offusca un po’. La sete lo strema. Improvvisamente si trova fuori. Tossisce e strizza le palpebre. Non capisce quando sia arrivata l’uscita, la prospettiva era truccata. Guarda il sole e gli sembra di non averlo mai visto. Ormai però ha capito il gioco. La prima volta è uscito piangendo per respirare. Stavolta respirando per vivere.
Eccolo, il sole. Un faretto da mille watt. Ancora un respiro profondo. Occhi chiusi. Si asciuga il sudore con un fazzoletto. È il momento. Può entrare in scena.
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