Premio Racconti nella Rete 2026 “Oltre la miniera” di Tiziana Merzagora
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Non era troppo sconvolto quando salì su quel vagone, in partenza verso Oodnadatta
Non poteva fermarsi proprio adesso. L’Australia, la sterminata isola dal sapore aspro e pungente, aspettava di essere attraversata.
L’aveva preceduto il caro amico Beppe, seguendo la stessa direzione a nord verso le miniere di opale, alla volta di Coober Pedy, il villaggio dalle case scavate nel sottosuolo, nel cuore del deserto.
Era stato proprio Beppe, un giovane da poco emigrato in Australia, a convincere Carlo a seguirlo oltreoceano.
Con Carlo era partita anche Silvia, la fidanzata di sempre, da Roma a Sydney, da Sidney a Cooper Pedy. Verso la ricchezza.
L’Australia aveva voluto così, perché l’Australia chiama, chiede e non si va per stare seduti.
Là è tutto oltre misura, il cielo, l’opale, il deserto, le piantagioni, le praterie, l’oceano. Anche il lavoro è enorme. Fatto per chi non teme il sudore, l’imprevisto e l’abbraccio strisciante della solitudine.
“Insieme, Silvia e io, affronteremo meglio le fatiche e l’avventura, in questa terra inesplorata e carica di mistero” pensava spesso Carlo e il sole gli sorrideva riflettendo i raggi bollenti sul terreno vergine. Le nuvole, quaggiù, passano di rado e non si fermano a guardarti.
Cominciava così una storia insolita, sbocciata tra le dune del deserto. Era il 25 settembre 1990 e nell’emisfero sud esplodeva la primavera.
Quella mattina Carlo era particolarmente allegro e stranamente ottimista. Iniziava a pensare che la vita a Coober Pedy, nonostante il fastidio delle abitazioni sotterranee e il duro lavoro da minatore, stesse diventando interessante. Ogni giorno la speranza di trovare il prezioso opale che avrebbe trasformato la sua vita, l’avrebbe reso ricco e, ancor di più, avrebbe estasiato Silvia, era più forte.
“Si può vivere solo per la magica pietra qualche anno, non facciamo nulla di male. Magari la salute ne risentirà, soprattutto i polmoni, a respirare la polvere delle miniere. E camminare curvo nelle grotte non aiuta la schiena. Ma siamo forti, resisteremo, soprattutto, non sarà per sempre”.
Questo pensava Carlo dopo due mesi di permanenza a Cooper Pedy. Lui, salutista e intellettuale, si era trasformato nel deserto.
Silvia invece non era felice di vivere così, relegata in un angolo sconosciuto in fondo al mondo al di là dell’oceano. Le sue giornate non passavano facilmente, era difficile persino telefonare in Italia e quale lavoro avrebbe potuto trovare in quel piccolo villaggio nell’outback, come chiamano il profondo entroterra australiano? Mai avrebbe immaginato di poter vivere in questo modo tra mille difficoltà, in un ambiente arido e insieme misterioso, con la costante dolorosa sensazione di perdere Carlo. Il rapporto tra i due sembrava incrinarsi.
Quella mattina Silvia era particolarmente triste.
Carlo invece, sempre convinto che lei al primo avvistamento dell’opale avrebbe apprezzato la situazione e compreso l’importanza, se non la fortuna, di trascorrere un tratto di vita a Coober Pedy, incalzava «Per favore Silvia, diamoci qualche mese, vedrai che troveremo una soluzione. Non abiteremo più nelle grotte scavate nella terra, cercheremo un piccolo appartamento in superficie e metteremo un condizionatore per sopportare il caldo perenne. Vedremo sorgere e tramontare il sole, te lo prometto».
Silvia, esasperata dalle continue promesse e da richieste insostenibili questa volta sbottò «Basta Carlo, non ci credo più! Quanto tempo dovremo ancora trascorrere quaggiù? Gli anni migliori della nostra vita! Esiliati senza colpa! Ho nostalgia, rabbia e paura, sudo e soffro tutto il giorno, non vedo che deserto. Noi non ci parliamo quasi più. Quando torni alla sera sei troppo stanco, al mattino devi correre in miniera. Per che cosa, poi? Te lo ripeto, non mi interessa nulla di ciò che promette questa terra, tanto meno l’opale che i piccoli cercatori senza mezzi come noi non troveranno mai!»
Carlo impallidì. Non ricordava di averla mai sentita così convinta, così dura, lei di solito gentile e accomodante. Si trattava del primo, vero, acceso diverbio dopo molto tempo. Sarebbe stato inutile replicare. Accusò il colpo, aprì con forza la porta poi la chiuse violentemente e uscì senza guardarsi intorno.
Quel mattino però Carlo non andò in miniera, si diresse invece verso ovest e prese la via che portava fuori dal paese. Aveva bisogno di riflettere, di calmarsi, di rimettere a posto le coordinate dei suoi pensieri. Mai avrebbe rinunciato al suo sogno e ancor meno riusciva anche solo a ipotizzare l’idea di perdere Silvia. Questo pensiero lo schiantava metaforicamente al suolo.
Non se la sentiva proprio di scavare in miniera e poi era piacevole la sensazione che si provava a osservare in solitudine quel tipo di paesaggio che gli si prospettava di fronte.
Nonostante la decisione di non allontanarsi troppo dalle zone abitate, con il trascorrere dei lunghissimi minuti, le gambe presero però a spingerlo sempre più avanti, dove il terreno diventava più brullo e aspro fino a sfociare nel deserto.
«Perché no?» mormorò d’un tratto a se stesso «andiamo a vedere che cosa esiste là fuori, distrarmi non potrà farmi che bene».
Procedendo quasi in stato ipnotico non sentiva la fatica. Quella che stava percorrendo non aveva le caratteristiche di una strada, si trattava di un sentiero polveroso e accidentato, appena abbozzato dalle scavatrici e dai passi di chi si dirigeva alla ricerca di tracce di opale.
A poco a poco la rabbia sbollì e si attenuò l’angoscia.
Il sole era già cocente, tersa l’atmosfera, nitida la visione in lontananza di piccole dune e di pianura sconfinata.
“Che sensazione indescrivibile di libertà” pensava Carlo “procedo ancora fino a quella duna laggiù”.
Ma nel momento dell’estasi più bella forse il troppo sole lo tradì. Cadde di colpo pesantemente al suolo.
Com’era buio tutto intorno, il sole non splendeva più. Carlo vedeva solo un’immensa massa nera, o forse invece la immaginava, non era dato sapere se avesse gli occhi aperti o chiusi, se fosse solo un po’ stordito oppure in stato di semi incoscienza. Intanto due figure da lontano si avvicinavano con una pallida luce in mano. D’un tratto Carlo, sempre disteso, riconobbe la fisionomia di due aborigeni.
«Aiuto, aiuto!» cominciò a gridare con sforzo, ma la voce non usciva se non come un fioco sospiro. Non avrebbero mai sentito. Comunque, le due figure furono di fronte a lui. Carlo le aveva viste avvicinarsi e poi trafficare dentro una specie di sacco alla ricerca di chissà che cosa. Erano in piedi, rovistavano senza sosta e di tanto in tanto lo osservavano.
Si spaventò “Mi faranno del male, invece di salvarmi?” Non si era mai sentito così allo stremo, dolorante, terrorizzato, impotente. Il corpo era pesante, ogni accenno di movimento lo sommergeva di fatica e un dolore pungente lo attraversava implacabile dall’anca sinistra fino al capo. Nonostante il clima torrido era avvolto da brividi di freddo e ansimava.
La risposta ai suoi dubbi arrivò velocemente. Uno dei due aborigeni gli si inginocchiò vicino e cominciò a passargli un panno bagnato sulla fronte, dove aveva una ferita, mentre l’altro, più anziano, forse un capo tribù, gli sollevava delicatamente le gambe e infinite volte le muoveva, le picchiettava. D’un tratto iniziò a cantare. Un armonioso, incomprensibile lunghissimo canto.
Carlo, riparato sotto un telo che gli aborigeni avevano provveduto a piantare come una tettoia per tenerlo al riparo dai raggi insidiosi, a poco a poco rivide la luce, non proprio il sole, ma certamente il chiaro del giorno.
Provò a mettersi seduto.
Riconobbe la sterminata pianura desertica, le dune e, in lontananza, le ruspe in cerca di opali.
Vicino scorse alcune pezze di vecchia stoffa intrise di un liquido giallo come oro, frammenti di legno, setole di animale, un cumulo di erbe sminuzzate e una ciotola di corteccia colma d’acqua.
“Ecco che cosa hanno usato i miei amici per curarmi” pensò incuriosito Carlo. Più in là c’era però qualcosa di inusuale, piano piano strisciò fino a raggiungere quella forma misteriosa, era un boomerang intarsiato con immagini vivide che gli aborigeni avevano posto come una firma, un gesto di saluto e di riconoscimento.
Carlo ebbe forte l’impressione che il loro intento fosse di donargli un’arma per difendersi, uno strumento che avrebbe potuto aiutarlo lungo la via del ritorno contro i temibili serpenti e i falchi pellegrini. “Devo provare a comunicare con loro” pensò.
Cercò, voltando disperatamente il capo, i suoi due nuovi amici ma non li vide neppure in lontananza.
Però si sentiva meglio. Bevve avidamente dalla ciotola di corteccia, si coprì il capo con la pezza giallo oro e provò a rassicurarsi pensando che li avrebbe ritrovati lungo il cammino.
Se mai fosse riuscito a mettersi in marcia.
Quanto tempo fosse rimasto disteso a terra non lo sapeva, probabilmente alcune ore perché adesso comparivano già le ombre lunghe dell’astro lucente che tramontava all’orizzonte.
“Mi alzerò, prima che faccia notte”, pensò. Prese il boomerang con sé mentre muoveva i primi passi, guardandosi ancora ripetutamente intorno.
Stancamente Carlo procedeva senza sosta lungo la via del ritorno. Aveva avvistato alcuni canguri in lontananza, non doveva averne paura, non sono animali aggressivi. Però possono attaccare per difendersi.
“Mi percepiranno come un pericolo? Sto a mala pena in piedi, questo è vero, comunque non è facile prevedere la reazione di una specie così diversa dalla fauna che abita le nostre latitudini” iniziò a rimuginare Carlo in cuor suo. Poi, improvvisamente, guardando lontano decise di darsi coraggio, strinse tra le mani il suo fidato compagno, il luccicante boomerang, e andò oltre.
Aveva ancora nelle orecchie il misterioso suadente canto del vecchio aborigeno che sembrava anch’esso dargli un’inspiegabile forza.
Cominciò a scorgere in lontananza qualche forma in rilievo, forse il primo avvistamento di una meta cui tendere. Il paese di Cooper Pedy. La vista di una possibilità di approdo lo rinfrancò a tal punto che uscì da quella strana trance in cui albergava e tornò in sé.
«Silvia, amore mio, dove sei?» gridò d’un tratto Carlo e pronunciò il nome della sua compagna infinite volte, finché non gli rimase che un soffio della sua già debole voce.
Non aveva più pensato a lei da quando, di prima mattina, si era immesso nel deserto. Dopo la caduta addirittura non ricordava neppure chi fosse. Della vita precedente, solo buio.
Di colpo gli fu tutto chiaro invece: le forze lo stavano lasciando però doveva andare, trascinarsi sino a Coober Pedy, a casa, da Silvia.
Nel frattempo, invece, la magica forza che a tratti lo aveva inondato da quando si trovava nel deserto, lo stava abbandonando. Carlo stringeva disperatamente il boomerang per richiamarla a sé, ma non capitava più nulla, nessuna energia, nessuna eco di canto lontano.
Solo stanchezza, stanchezza infinita e voglia di mollare.
Nel frattempo la pattuglia di perlustrazione in forza a Cooper Pedy e attivata in seguito ad una segnalazione, si stava avvicinando sensibilmente alla zona in cui vagava Carlo «Guardate, avvistamento umano!» Jerry, guardia locale, gridò con quanto fiato aveva in gola «È lui! Lo sconsiderato che il vecchio aborigeno voleva segnalarci con i suoi gesti e con quei disegni strani che mostrava insistentemente! E io che non gli volevo credere. Gli avresti creduto tu? Un vecchio pazzo che mena disegni in aria e poi scompare».
«Portiamolo al comando» rispose Harry, mentre guardava nervosamente l’orologio in attesa che finisse il suo turno di guardia. La giornata era stata pesantissima, non intendeva prolungarla ulteriormente con inutili convenevoli o sterili discussioni con il collega.
«Vediamo intanto se vuole dirci chi è, però affrettiamoci, prima che si schianti al suolo».
Si diressero con la loro camionetta verso l’uomo che si trascinava stancamente ma tenacemente avanti.
«Ehi, bello, dove pensi di andare così ridotto?» lo apostrofò Jerry, non si sa bene se per interloquire o per provocare. Carlo lo guardò con aria interrogativa e stralunata, poi rispose piano «A Cooper Pedy, da Silvia».
Jarry lo incalzò «Come ti chiami e cosa ci fai qui?»
«Sono Carlo Riva, mi hanno salvato gli aborigeni».
La guardia esplose in una fragorosa risata canzonatoria «Invece io sono Carlo Magno, mi hanno salvato i barbari!»
Carlo comprese vagamente che la situazione si stava mettendo male, quindi pensò di mostrare il colorato boomerang come prova della sua sincerità. Si guardò le mani, che però erano vuote, poi scrutò intorno ancora e ancora, come a cercarne ossessivamente qualche traccia. Inutilmente, l’agognato boomerang non c’era più.
“Devo averlo perso durante il percorso, mi sarà caduto” pensò. Scorse invece in lontananza un vecchio aborigeno che sembrava osservarli con grande interesse, forse lo stesso che l’aveva salvato tante ore prima. Carlo si sentì di nuovo quasi magicamente pervaso da una sottile misteriosa energia e da un pulsante senso di fiducia.
Nel frattempo le due guardie avevano partorito una decisione «Portiamo quest’uomo al comando, così scopriremo chi è, magari dice il vero. In fondo è stato proprio un aborigeno un’ora fa a dare l’allarme in centrale» concluse Harry, che cominciava a provare una certa pena per le difficoltà del povero Carlo. E poi doveva sbrigarsi.
La camionetta partì di tutta fretta e in men che non si dica fu al comando.
Silvia era lì, pallida e sfatta, seduta di fianco al comandante Morrison. Alla vista di Carlo che entrava nella stanza, sgranò gli occhi e gridò «Carlo, Carlo! Sia lodato il Cielo!» poi, alzandosi, aggiunse trafelata «Ti credevo in miniera fino a quando, poco fa, all’uscita dal lavoro è venuto Beppe a dirmi che oggi non ti avevano visto là sotto. Non puoi immaginare il terrore!» quindi gli corse incontro e l’abbracciò con tutta la disperata forza che aveva in corpo.
Carlo, travolto dalla stanchezza, ma anche dalla gioia, non riusciva a sostenere la situazione con chiarezza, mille emozioni e pensieri lo assalivano senza sosta come fulmini e tuoni durante un temporale violento.
«Silvia, Silvia, Silvia, amore, sono qui! È stato terribile… non ce l’avrei mai fatta, mi hanno salvato gli aborigeni!»
Questa frase, già pronunciata alle guardie e ripetuta di nuovo con insistenza, sembrava non convincere neppure Silvia.
«Carlo ha la febbre, per favore, aiutatemi a portarlo a casa» disse rivolta al comandante, un po’ imbarazzato e intento a cercare di inserire del tabacco nella sua nuovissima pipa bianca.
Carlo aveva ormai esaurito anche le ultime riserve energetiche. Senza replicare e senza opporre resistenza si lasciò trascinare sulla camionetta per essere condotto nella sua agognata abitazione sotterranea.
La mattina dopo, l’uomo si svegliò che sembrava un altro. Diritto, occhio brillante, voce ferma e leggero sorriso. Aveva quasi voglia di cantare. Chiamò Silvia «Amore, perdonami se ti ho fatto stare tanto in pena, ma avevo bisogno di andare… di andare là dove lo spazio è immenso e il sole regna sovrano, oltre la miniera, oltre la quotidianità. Per capire chi fossi, che cosa cercassi».
Dopo un istante di pesante silenzio, che a Silvia parve eterno, riprese «Forse non lo so neppure ora, però mi sento cambiato. Come se alcuni elementi impalpabili del deserto fossero penetrati dentro di me, mi avessero toccato nel profondo, donandomi una prospettiva nuova. Torniamo nella nostra città, se lo vuoi anche tu, lasciamo questo luogo! Il deserto con la sua pericolosa bellezza mi ha insegnato che non ha senso rimanere qui. C’è un prezzo troppo alto da pagare per qualche cosa che non vale». Silvia trasalì «Carlo, lo sai che non chiedo altro. Ma gli opali? Li hai sempre desiderati tanto».
Adesso la pausa fu lunga davvero.
«Li cercheremo nella nostra vita» le rispose dopo un attimo di riflessione l’uomo, mentre l’abbracciava teneramente, con gli occhi semichiusi e con il sorriso più intenso che mai avesse avuto stampato sul volto.
Il 25 ottobre 1990 Carlo e Silvia lasciarono Cooper Pedy alla volta di Sydney.
Carlo non rivide più il vecchio aborigeno che cantava nel deserto il suo dolore, però quell’immagine conturbante lo accompagnò ancora per tutto il viaggio, oltre la miniera, come una luce, un’affascinante smagliante luce di vita nuova.
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