Premio Racconti nella Rete 2026 “La passeggiata” di Francesco Iezzi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026«Buongiorno.»
«Buongiorno.»
«Giocate il SuperEnalotto?»
«No, purtroppo no.»
«Grazie lo stesso.»
La risposta negativa lo aveva infastidito, inizio di una giornata complicata, quasi ne cercasse conferma. Era un uomo sulla cinquantina, ben vestito, petto in fuori, fiero, ma un lieve accenno di barba e i capelli arruffati tradivano una compostezza che non gli apparteneva; negligenza, invece, che si sposava perfettamente ai suoi calzini a scacchi colorati, abbinamento disastroso, uno su e uno giù. Non era un giocatore incallito, abbrutito dalle costanti perdite e dall’ossessione di una vittoria che gli spettava di diritto, no, lui non giocava proprio, voleva solo avere in tasca la speranza di una vittoria.
Educatamente aveva salutato ed era uscito…il suo nome: Federico.
Aveva un’andatura pacata, sbandata, e passo dopo passo la fierezza mostrata dal tabaccaio veniva abbattuta da un peso immaginario sopra le sue spalle, una preoccupazione lo curvava lentamente sempre più, sguardo a terra. Ogni tanto si alzava di scatto, fiducia ritrovata, cercava di unire le scapole e petto in fuori per dimostrare ai passanti che tutto fosse ok, ma, lentamente, tornava a ripiegarsi su se stesso, i pensieri…troppi.
Duecento metri circa, colazione, cappuccino e cornetto al cioccolato.
«E per lei?»
«Per me un caffè grazie.»
Si era seduto ad un tavolino e aveva preso il telefono per mischiarsi ai clienti, i social, faccina sorridente, faccina triste, pollice in su, fino a che, occhi inquieti, aveva accennato una smorfia dopo aver letto un messaggio. Lo aveva riletto due volte, lo faceva sempre, e poi poggiava il telefono sul tavolo per sorseggiare il cappuccino mentre si guardava intorno in cerca di un volto, di qualcuno: tutti chini sui propri dispositivi, barista compresa; c’era solo un cucciolo che allegramente saltellava qua e là ignorato dal padrone, pollice in giù, due faccine lacrime, cinque faccine col vomito.
Aveva passato venti minuti in compagnia degli algoritmi e di se stesso, tazza vuota e del cornetto solo briciole, ma non accennava ad andar via, controllava l’orologio, aspettava qualcuno, un appuntamento, e intanto fissava senza guardarla la commessa di una vetrina di fronte che spolverava la merce.
«Mi scusi il bagno?»
«In fondo a destra.»
Dall’ingresso principale entrava una ragazza, giovane e bella, accidenti se bella, passo deciso; si era avvicinata a Federico, aveva smosso la sedia con decisione, risoluta, e, assestato il fondoschiena ampio, gli sedeva di fronte. Era uscita dal parrucchiere, rimasugli del taglio appena fatto sulle spalle, ma il suo sguardo torvo e dritto, fisso, lasciava intendere che non si aspettava complimenti, non da lui.
Intanto: telefono in continua vibrazione poggiato sulla destra, schermo in basso a preservare una privacy schiamazzata, e sulla sinistra una pochette vivacemente addobbata. Si atteggiava a donna, ma gli stickers sulla cover del cellulare svelavano la sua spensierata età.
Era soddisfatta dall’esibizione di forza, se ne compiaceva, e per dimostrarglielo ecco che prendeva lo smartphone e iniziava a rispondere ai messaggi: non lo guardava più, l’attenzione era per i suoi amici che cercavano news dal buco della serratura.
«Prendi qualcosa?»
«No!»
e, sempre con gli occhi rivolti al cellulare
«Hai letto il messaggio?»
«Certo.»
«E allora?»
«……………»
«……………»
Niente! Non dice niente! è irritante, scriveva a Nina… e quella che credeva essere la sua forza si stava tramutando in rabbia: immatura nel padroneggiare a dovere il senso di colpa e immatura nel nascondere la sua frustrazione.
Federico non le concedeva molte attenzioni e ogni tanto tornava a osservare la commessa, per nulla intimidito dalla tensione che si era creata, semplicemente aspettava.
Non parlava lui.
Non parlava lei.
Dopo qualche minuto di sbirciate sali scendi dal suo cellulare, la ragazza, rassegnata, aveva preso le sue cose, si era alzata e andava via così come era entrata nel bar, pedinata dai suoi followers.
Aveva atteso che uscisse davvero, Federico, che non tornasse indietro, perché nonostante tutto era andata bene così; era pronto ad una tempesta, una litigata, delle lacrime addirittura e invece…sparita…un confronto per nulla eclatante, silenzioso, nessun hype, nessun cinema.
Si era concesso un ultimo sguardo in tondo e un sorriso al cucciolo.
«Quanto le devo?»
«Sono 4,50 €.»
Uscito dal bar, aveva camminato per un paio d’ore abbondanti, apparentemente senza meta, finché si era seduto su una panchina nella piazza principale di fronte alla cattedrale…immerso nei suoi pensieri…di nuovo i pensieri…fastidiosi.
Pensava che forse avrebbe dovuto dirle qualcosa, l’avrebbe chiamata nel pomeriggio, avrebbe chiarito, avrebbe voluto farle capire o almeno avrebbe tentato…troppi condizionali però, troppi.
E intanto, tutto intorno, distrattamente fluiva lo spavaldo festival della produttività mattutina, in cui la maggior parte degli individui viveva, correva, tutti di fretta, circondati da rumori: chiamate con viva voce, vistose cuffie e musica assordante, sirene, clacson, urla, liti. Forse era questa la soluzione, assediarsi di strepiti, fracasso, baccano, e vada come vada, perché i dubbi prosperano nel silenzio.
«Ma che cazzo dici! I dubbi, il silenzio…ma falla finita!»
Si era alzato di scatto per andar via ma alcuni ragazzi, giovani, guerrieri senza guerra avvolti dal grido di battaglia della trap, lo avevano intercettato, scelto in una piazza di indaffarati, l’unico sfaccendato. Dai gesti, dalle sigarette in mano e dagli sguardi si consumava una conversazione, breve e senza troppe pretese. Una domanda, una testa scrollata, un volto ignorato.
«Scusa, hai da accendere?»
«No, mi spiace, non fumo.»
Mentre li guardava andar via pensava a lei, era coetanea di questi ragazzi,…amore, eccoli i figli amore d’oggi, di amorevoli genitori allo Xanax, cresciuti a social e bacetti, e guai a crear loro qualsivoglia conflitto…legni storti, da cui non può uscire nulla di interamente dritto; e sconfortato, proprio mentre li lasciava andar via, il suo sguardo si poggiava sui tavolini di un bar di fronte. Aveva voglia di uno spritz, a mezzogiorno.
«Mi porta anche qualcosa da stuzzicare?»
«Patatine, arachidi vanno bene?»
«Patatine, grazie.»
Federico aveva una moglie, da ventidue anni, prossimi alle nozze d’argento. S’erano sposati giovani, ci credevano. Alti e bassi come in tutti i rapporti ma, rispetto a gran parte dei loro coetanei, ancora insieme. Il divorzio, la separazione, non era nei loro pensieri. Non si amavano più, non come una volta, ma parlavano tanto, c’era rispetto, e sapevano che ognuno di loro era un punto fermo per l’altro, indispensabile.
Federico e Monica si erano traditi, anni fa ormai, non se l’erano mai detto. Prima lei, due anni. Poi lui un anno. Le loro erano state storie vere, appassionate, ma secondarie. Le avevano vissute con serenità, senza nascondersi, tra ristoranti e hotel, tanti, e weekend e appartamenti, con un’unica certezza: prima o poi sarebbe finita.
Federico, dopo aver controllato l’ora, aveva ripreso a camminare, ma questa volta sapeva per dove. Qualche vicolo, un’edicola, un po’ di bancarelle, ed eccolo davanti l’ingresso di un palazzo. Telefono in mano e il trillo del portone lo invitava ad entrare.
Terzo piano, interno cinque, un ingresso socchiuso.
«Posso?»
Dietro la porta una donna vestita di solo intimo, rosso, a occhio aveva quarant’anni abbondanti ma dall’annuncio diceva di averne venticinque. Doveva essere bionda e dai lineamenti europei, ma era chiaramente del Sud America e con i capelli neri, nerissimi. Alta non più di un metro e settanta, sorridente, allegra e incurante della innocente truffa.
Lavorava in un monolocale, dall’arredamento un bnb, tende abbassate e luce soffusa. Il letto matrimoniale e la cucina unica stanza. Non c’erano cattivi odori, non mangiava lì.
«E tu chi sei?»
«Rebecca, amore. Non mi riconosci?»
«Ma non dovevi essere bionda?»
«Mi sono tinta i capelli…»
E subito un bacio in bocca schiacciando il seno al suo petto per evitare altre domande.
«Dai, dimmi la verità: non sei Rebecca.»
«Perché non ti vado bene? Cosa vuoi fare amore?»
Era simpatica e i suoi occhi, il suo sguardo, gli piacevano.
«Mezz’ora quanto mi costa?»
«Mezz’ora sono 100. Lo sai che sei bello.»
«Va bene.»
«Facciamo 120 e ti prometto una sorpresina!»
«Facciamo 100…senza sorprese.»
«Dai, spogliati e mettiti comodo sul letto. Ci penso io a te.»
Federico aveva iniziato a frequentare il mondo della prostituzione all’università. Col passare degli anni, però, la dittatura degli ormoni giovanili aveva lasciato spazio ad altro, ormai non cercava più solo una scarica di piacere attraverso la meccanica del sesso, ignorando, per buona parte, chi ci fosse tra le sue gambe. Sulla soglia dei cinquanta aveva scoperto i piaceri del tempo e si soffermava molto sui dettagli, lentamente: carezze, sguardi, capelli…s’era scoperto romantico, generazione perduta.
A letto Rebecca lo aveva abbracciato, due corpi nudi avvinghiati, e dopo avergli sfiorato le labbra con le sue, lui pancia all’aria e lei sopra. Lo guardava con curiosità. La guardava ma non era lì, la testa altrove. La sua pelle era liscia, marmorea nonostante l’età, e lo specchio sulla parete incorniciava l’arcuatura della schiena prorompere dai glutei, immagine bellissima, senza necessità di aggiustamenti o ripensamenti, perché l’artista vero sedimenta, sì, e un giorno crea sempre buona alla prima. Un giro di baci leggeri, sul collo, sulle labbra, sulla bocca, sapientemente offerti, distrattamente accettati, e intanto con l’interno coscia lo accarezzava nelle parti intime, ovunque l’odore del sesso, l’odore di lei, di lui…
«Aspetta, ti prendo dei fazzoletti.»
Poco dopo Rebecca si accomodava ai piedi del letto, sdraiata su un fianco, e Federico rimaneva con la schiena sulla testiera.
Entrambi nudi.
«Eri molto eccitato.»
«Probabilmente è così.»
Niente più. Silenzio.
Lei lo guardava incuriosita dalla sua calma apparente, dall’assenza di quella presuntuosa insicurezza che imprigionava la maggior parte dei suoi clienti, sempre pronti a celebrare il loro cazzo alla disperata ricerca di una mamma che dicesse, loro, «Bravo!». Con lui non sapeva cosa dire, lo scrutava, lo studiava in cerca di appigli…nulla.
«Ho un figlio di 13 anni. Frequenta la terza media. Quest’anno ha gli esami.»
La sua vita personale, Rebecca aveva condiviso la sua vita personale. Una intimità che non concedeva mai a nessuno e a nessun prezzo, eppure con questo strano cliente le era venuto naturale, una fiducia che l’aveva colta di sorpresa. Gli voleva raccontare tutto: i suoi sogni, le sue difficoltà, i soldi mai abbastanza, di suo marito che lavorava in comune, buono e ingenuo, ma lo stordimento di quanto appena detto l’aveva zittita. Quasi se ne vergognava.
«Gli vuoi bene?»
«Sì, è la mia vita!»
Silenzio.
«Ho messo incinta una mia studentessa.»
«La ami?»
Federico non si aspettava questa domanda. Non si aspettava nessuna domanda. S’era girato per guardarla e abbozzare una risposta, ma non riusciva a formulare alcunché di sensato. E mentre lei continuava a parlare lentamente la sua voce spariva, un indistinto mormorio nella penombra, sottofondo alla sua inquietudine. E Monica? Cosa mi domanderà Monica?
«Vado.»
S’era rivestito con calma dopo aver raccattato i suoi abiti, con lei che rimaneva lì, sul letto, a guardarlo.
«I soldi te li lascio sul comodino.»
«Va bene.»
L’aveva visto andar via afflitto, Rebecca. Non si erano nemmeno salutati. Chissà perché gli uomini si preoccupano sempre troppo…sempre così poca dimestichezza col caos dei sentimenti…forse avrebbe dovuto rassicurarlo, alleviargli un po’ la pena… ma la notifica di un nuovo messaggio l’aveva riportata al suo lavoro: un cliente le chiedeva se era libera di lì a un’ora. Sarebbe stato l’ultimo della giornata, poi palestra e a casa.
Era un martedì di Maggio. Le giornate si allungavano. L’aria, fresca e pulita.
Bologna 2024-01-19 – 2026-05-22
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