Premio Racconti nella Rete 2026 “Due” di Gaetano Bianca
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Avevo scelto i suoi occhi prima ancora di conoscere il suo nome.
In mezzo a centinaia di volti erano stati gli unici capaci di fermarmi, come certi quadri davanti ai quali rallenti senza capire perché. Non erano occhi felici. Erano occhi stanchi, consumati da qualcosa che allora non conoscevo. Avevano quella malinconia silenziosa di chi ha smesso di aspettarsi troppo dalla vita, eppure continua ostinatamente ad avere bisogno d’amore.
Non lo chiedevano. Lo urlavano.
Me ne innamorai senza averla mai vista davvero. Solo fotografie. Un paio di immagini sgranate, gli occhiali troppo grandi per il suo viso sottile, e quello sguardo spento che, proprio perché spento, sembrava custodire un incendio antico.
Sentii subito il bisogno di conoscerla. Di ascoltare la sua voce. Di capire che profumo avesse la sua pelle. Di scoprire cosa si nascondesse dietro quegli occhi che sembravano appartenere a una donna più provata dei suoi trentacinque anni.
Quando scoprii che viveva a poche centinaia di metri da me, ebbi la sensazione assurda che il destino si fosse divertito per anni a farci sfiorare senza farci incontrare davvero. Chissà quante volte ci eravamo passati accanto. Chissà quante volte avevo guardato altrove proprio mentre lei abbassava gli occhi.
Ma una cosa era certa: se i nostri sguardi si fossero incrociati prima, io non li avrei dimenticati.
Il giorno del primo appuntamento arrivai con il cuore impazzito. Lei era lì, seduta davanti a me, e i suoi occhi erano ancora più belli dal vivo. Tristi, sì. Diffidenti. Ma bellissimi.
I miei, invece, brillavano troppo.
Lei se ne accorse subito e ne ebbe paura.
Parlava con prudenza, come chi si avvicina al bordo di un lago ghiacciato senza sapere se il ghiaccio reggerà. Dentro quella delicatezza intuivo tutte le sue ferite. Gli uomini che l’avevano fatta sentire poco importante. Le storie finite male. Le promesse consumate in fretta.
Fu allora che compresi una cosa semplice e terribile: i suoi occhi da donna non erano gli stessi delle fotografie da ragazza.
Qualcuno li aveva spenti.
Quella sera avrei voluto salvarla da tutto ciò che aveva vissuto prima di me. Avrei voluto proteggerla retroattivamente, come se l’amore potesse perfino correggere il passato. Ero sinceramente convinto che con me non avrebbe più sofferto.
Per qualche mese ci credetti davvero.
Lei si innamorò lentamente, quasi contro la propria volontà. Diceva che io la disarmavo, che la facevo smettere di ragionare. Io vivevo tutto di istinto, lei di controllo; io ero tempesta, lei equilibrio. E forse fu proprio questo a trascinarci uno verso l’altra.
Eravamo felici. O almeno, io credevo che bastasse esserlo in quel momento.
Poi arrivò l’estate.
E con l’estate arrivò la mia paura.
Una sera le dissi che non ero innamorato. Lo dissi con la goffaggine crudele di chi pensa che la sincerità basti a rendere meno dolorosa una ferita. Lei mi guardò senza parlare per qualche secondo, come se avesse appena riconosciuto qualcosa che conosceva già.
Non pianse subito.
Mi fece una sola domanda.
— C’è un’altra?
Continuò a ripeterla sottovoce, quasi implorando.
Non voleva sapere se l’amavo. Voleva solo sapere se l’avevo resa stupida.
Le dissi la verità: non c’era nessun’altra. Ero sincerissimo. Il problema era peggiore. Non capivo nemmeno io cosa stessi cercando.
Quel giorno le spezzai il cuore.
E diventai esattamente uno di quegli uomini che avevo odiato nei suoi racconti.
Dopo la fine non finimmo davvero.
Restammo sospesi in una terra confusa fatta di ritorni, silenzi, abitudini e mezze presenze. Lei c’era ancora, ma soltanto con una parte di sé. Il suo corpo restava accanto a me; il cuore, invece, aveva già iniziato ad allontanarsi.
Io non me ne accorsi.
O forse non volli accorgermene.
Intanto dentro di me cresceva qualcosa. Un seme minuscolo, invisibile, piantato chissà quando. All’inizio non era che nostalgia. Poi diventò bisogno. Poi certezza.
Mentre lei smetteva lentamente di amarmi, io imparavo ad amarla davvero.
Fu il destino più ironico che la vita potesse inventare.
Passò più di un anno prima che trovassi il coraggio di dirle che la volevo per sempre. Ero convinto di renderla felice. Pensavo che finalmente tutto avrebbe trovato il proprio posto.
Invece arrivai troppo tardi.
Lei mi ascoltò con dolcezza, ma nei suoi occhi non c’era più spazio per me. Il treno era passato mentre io ero distratto a guardare altrove.
Provai a trattenerla con le parole. Peggio ancora: provai a capire.
Le scrivevo troppo. Cercavo spiegazioni. Cercavo un punto preciso in cui fosse finito tutto. Ma l’amore non finisce mai in un punto preciso. Si ritira lentamente, come il mare.
Lei rispondeva sempre allo stesso modo:
— Io non provo quello che provi tu.
Nient’altro.
Una frase semplice, pulita, definitiva.
Poi un giorno mi disse di non scriverle più.
Fu allora che compresi davvero quanto fossi rimasto indietro.
Marzo pioveva senza tregua quell’anno. Un freddo ostinato, umido, interminabile. E io mi sentivo come un uomo sorpreso da una tempesta invernale indossando soltanto un costume e un paio di infradito.
Senza riparo.
Senza difese.
Scoprii da solo che si può perdere una persona molto prima che se ne vada davvero. Lei era rimasta nello stesso posto, nelle stesse strade, nella stessa minuscola frazione di sempre. Eppure era lontanissima.
Il suo cuore aveva cambiato città molto tempo prima.
Io, invece, ero rimasto fermo ad aspettarla nel posto sbagliato.
Per mesi continuai a portarmi addosso tutto l’amore che non ero riuscito a darle quando lei lo desiderava. Era diventato un peso enorme, un sacco pieno di cose inutili ormai, che trascinavo ovunque.
Solo allora capii.
Capìi che prendersi cura di lei era stato ciò che mi aveva cambiato davvero. Era stata l’acqua che aveva fatto crescere quel seme nel mio cuore, fino a trasformarlo in qualcosa di troppo grande per essere contenuto.
Qualcosa che, alla fine, aveva distrutto tutto.
Poi la tempesta smise lentamente di fare rumore.
Arrivò la primavera. Arrivò il sole. Arrivò perfino il mare.
E io, con il cuore ancora a pezzi, presi il mio costume, le mie infradito e me ne andai via.
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