Premio Racconti nella Rete 2026 “Il tocco dei tuoi occhi” di Valeria Cipriani
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Nel bel mezzo dei suoi 45 anni aveva deciso di riprendere gli studi di Architettura lasciati molti anni prima. La carriera da modello lo aveva allettato sin dalla prima volta. Poi non fu più capace di conciliare studio e lavoro.
Quella mattina si stava recando alla Biblioteca comunale di Ancona. Sentendo il navigatore commentare “la tua destinazione e alla tua destra”, imboccò fieramente verso l’imperiosa porta del palazzo a mattoni rossi.
Si avvicinò a un gruppo di persone, forse una visita guidata all’interno della storica biblioteca, per cercare di orientarsi.
Tacendo o parlando l’uomo sapeva che mai avrebbe attirato l’attenzione di chi stava illustrando la modalità della visita.
Decise perciò di aspettare e osservare la giovane donna che spiegava come aggirarsi all’interno di quel luogo che, capì quasi subito non essere la biblioteca che le aveva consigliato sua sorella la sera prima.
Pensò che in genere le prime raccomandazioni per visitare un museo erano quelle di non avvicinarsi troppo alle opere, non fare foto e soprattutto non toccare. Ma in quel posto non era così.
Lui, allora con il suo bel portamento da ex indossatore classic-english, si perse negli atteggiamenti decisi e sobri di quella ragazza che parlava ai presenti, tutti attorno a lei. Sembrava che annusasse l’aria muovendo leggermente il capo a destra e a sinistra mentre il sorriso le faceva stringere gli occhi scurir. Cercava di far arrivare la sua voce oltre il gruppetto che l’ascoltava e anche verso di lui.
«Gli accompagnatori se vogliono possono fare la stessa esperienza utilizzando le bende usa e getta fornite all’entrata» disse la ragazza dai folti capelli neri.
L’uomo si infilò nel gruppo seguendo un curioso istinto fanciullesco. A causa del suo lavoro era stato abituato ad essere notato, fotografato, a volte seguito. In quel luogo nessuno notò la sua elegante presenza ed ora era lui a seguire quel gruppetto fatto di coppie. Persone che accompagnavano altre persone. Giovani, meno giovani e bambini.
La grande sala ospitava riproduzioni in scala di opere d’arte famose: il Discobolo che ritrae l’atleta nell’istante che precede il lancio del disco, il modello architettonico del Partenone, la statua di Atena, la Pietà di Michelangelo, la lupa di Roma.
L’uomo ammirò le mani dei visitatori che dolcemente accarezzavano le sagome esposte come se volessero nuovamente modellare quella massa o quel manufatto ligneo. Con lentezza ne carpivano l’insieme e ne scoprivano l’estensione, la volumetria. Poi l’esplorazione si faceva più attenta col supporto verbale dell’audio guida. Ognuno di loro e i rispettivi accompagnatori si avvicinavano a turno alle opere e con estrema gentilezza toccavano e lisciavano col palmo ciò che veniva descritto dalla voce. Il viso degli ospiti privi della vista era sempre leggermente alzato verso l’alto in una posa di “realtà contemplativa”.
Bellissimo, pensò.
Solitamente nei musei vigeva severa la legge “GUARDARE MA NON TOCCARE”
Lui, sorridendo tra sé, ripensò al nipotino che amava GUARDARE, TOCCARE E ROMPERE.
«Mi scusi lei. È un accompagnatore?» disse una voce femminile alle sue spalle.
Trasalì.
«Sta bloccando la fila» disse la donna che con maestria gli circondò la testa con una benda e lo spinse all’inizio della pista tattile.
‘Ma dov’era la fila?’ Si chiese l’uomo.
La stessa persona prese la sua mano destra e con un gesto leggero la appoggiò sopra la prima statua. Fece lo stesso con la sinistra e lui cominciò ad ispezionare in un silenzio imbarazzante, la scultura. Sapeva già di cosa si trattava. L’aveva vista da lontano appena era entrato. Esitò sentendo la presenza della donna dietro di lui.
«L’esplorazione tattile necessita di più tempo rispetto ad un esperienza visiva» gli disse piano all’orecchio. «Le mani hanno bisogno di accarezzare più e più volte per percepire l’oggetto, per farlo suo. È un approccio multisensoriale mutilo del senso più importante per la conoscenza della realtà circostante. Ma le mani hanno occhi sa?»
Lui sorrise e si lasciò finalmente guidare dalla voce alle sue spalle.
« Questa scultura lignea si chiama ‘ragazza col pappagallo’. C’è stata donata nel 2000 da un artista altoatesino: Aron Demetz. Ascolta: queste sono le braccia che si tengono strette in gesto di chiusura. Ogni mano tiene il gomito opposto. Sul capo c’è poggiato un pappagallo che sembra sussurrarle qualcosa. Se scendi sentirai i suoi piedi. Uno è leggermente più sollevato comunicando dubbio, perplessità». L’uomo percepiva anche il calore delle parole sul collo che sottovoce descrivevano l’opera. A parlare era la stessa ragazza dai capelli neri che aveva accolto il gruppo all’entrata.
«Non vedo niente» si lasciò sfuggire senza riflettere mentre lei lo trascinava da una parte all’altra.
«Lo so. Non ha mai giocato a mosca cieca?» sembrava quasi rimproverarlo.
Pamela dovette concentrarsi per non far trapelare dalla voce il divertimento che le stava procurando. La sua collega Olga (normodotata) aveva notato subito l’opera d’arte in camicia bianca e jeans che si era materializzata all’ingresso.
«Gran fico a sud-est. Alto-brizzolato, per niente arrugginito, occhi verdi» lo descrisse l’amica paffutella imitando la cantilena degli altoparlanti dei supermercati che annunciavano l’apertura di una nuova cassa.
Poi, afferrandola da dietro, la girò verso la direzione dell’uomo che lei raggiunse con in mano la benda.
Lei aveva sentito subito la sua perplessità. Il corpo rigido gliela comunicava, ma Pamela decise di continuare a prenderlo in giro spostandolo da una parte all’altra illustrando tutte le opere presenti nella grande sala.
Quando finalmente tolse la benda e approdò nuovamente nel mondo dei vedenti, in quel paradiso di colori che non tutti potevano visitare, Filippo si rese conto di quanto avesse bisogno di rilassare la schiena. Era distrutto.
Si girò per ringraziare la giovane guida. L’aveva già notata quando all’ingresso spiegava le caratteristiche di quel particolare luogo. Riflettendoci bene capì che in realtà tutto ciò che era stato illustrato era per lo più rivolto a chi non conosceva quel tipo di esperienza, quel tipo di approccio con le cose non visibili. Forse un’esperienza più impattante per i ‘vedenti’ che per i diretti interessati.
La conoscenza tattile era intrinsecamente connaturata tra i cechi o gli ipovedenti.
Cercare di immergersi in quella realtà, anche se solo per qualche momento, voleva dire spengere momentaneamente la luce. Mettere su ‘off’ l’interruttore della percezione visiva.
Una settimana dopo Pamela si ritrovò seduta al tavolino del Caffè Omero un intimo luogo adiacente al museo. L’arredamento proveniva dai mercatini del riuso di tutta la provincia . La musica d’arte, sempre di sottofondo addolciva l’atmosfera retrò.
L’invito per quella giornata era arrivato in una scatola contenente una piccola statua rappresentante la metamorfosi del Bernini. Ad accompagnare la riproduzione marmorea c’era un biglietto scritto con pennarello nero ‘‘ A cosa serve inseguire con la vista la bellezza fisica quando le mani riescono a bloccarla e a fissarla nella mente dell’umanità?’’
Aveva accettato l’invito e ora si trovava davanti a un uomo dai lineamenti forti e occhi come due fessure che la scrutavano curiosi e divertiti. Era interessato da quella donna che non rispondeva ai soliti canoni della sua vita lavorativa e sentimentale.
«Arrivato a questo punto, sei consapevole che si può vedere anche con le mani?» domandò sorridendo lei dopo aver posato la tazzina vuota sul tavolino. Il vento in quel momento, le scompigliava la chioma folta e scura che le incorniciava il viso sottile e quello sguardo non sempre centrale.
«In realtà non ti sei accorto che esistono altri sensi poco noti come la PROPRIOCEZIONE».
«La proprio…» cercò di ripetere Filippo.
«PRO-PRIO-CE-ZIO-NE. Ossia: la percezione della posizione del proprio corpo. Tu c’è l’hai molto sviluppata. Probabilmente a causa del tuo lavoro. Sulle passerelle, durante una sfilata non ti puoi permettere di perdere l’equilibrio e tantomeno di non rispettare il tragitto di andata e ritorno» spiegò Pamela.
«Si chiama ‘catwalking’» spiegò lui.
«Cosa?».
Ora toccava a lui aprire la coda da pavone.
«Quel tipo di camminata. Sguardo fisso in avanti, passo fluido e alla fine svolta di mezzo giro mantenendo stile ed equilibrio: catwalking».
L’amicizia tra i due fu ovviamente immediata.
Tutte le volte che si recava in biblioteca Filippo concordava una pausa con lei.
In una delle tante giornate dedicate a colazioni o brunch nei vicini locali lui le chiese se sarebbe stato possibile organizzare qualcosa mai stato realizzato prima.
Aveva pensato a una sfilata unica nel suo genere che unisca moda, eleganza, inclusione.
Lo sguardo di Pam intenso e felice parlò senza la necessità di articolare alcuna parola.
Gli occhi le si riempirono di emozioni. In un secondo aveva già immaginato come sarebbe stata la sfilata. Si alzò e abbracciò l’amico ringraziandolo con il cuore che usciva fuori dal petto.
Cominciarono ad incontrarsi anche presso lo studio che Filippo aveva in centro. L’eredità di suo nonno Pietro famosissimo architetto di Milano.
Pam era sempre accompagnata da qualcuno, spesso dal suo fidanzato Andrea se non aveva impegni di lavoro. Saliva le maestose scale di marmo che curvavano verso sinistra. Le quattro porte in castagno sormontate da affreschi ottocenteschi richiamavano gli echi di un piano al tempo nobile.
La terza era quella che faceva accedere allo studio che profumava di legno e di antico.
Lei si era innamorata di quello spazio luminoso e generoso col pavimento intervallato da parquet e tappeti nei quali la prima volta inciampò leggermente. Lui quindi, da quel momento la accoglieva sulla porta e la guidava tenendola sottobraccio con affetto oltre che per necessità.
«Ecco esce Giada poi tocca a noi».
La sfilata fu un successone e i ragazzi e le ragazze erano emozionantissimi.
Non era stato facile organizzare una sfilata dove ogni modello e modella si accorgeva a malapena delle luci e del pubblico. Per alcuni poteva essere un vantaggio per altri un disagio. Ma quando poi si decise di incollare degli adesivi in rilievo che percorrevano la passerella allora tutto si era semplificato.
Erano dei quadrati adesivi in silicone di diversa consistenza: lisci per l’entrata, ruvidi per la curva di ritorno, tacchettati per il percorso al contrario.
La sfilata si rivelò un’esperienza di alto spessore sociale ed emotivo soprattutto per gli organizzatori e per il pubblico. Proprio quest’ultimo si trovò ad osservare il coraggio e la disinvolta performance dei modelli e delle modelle che non si preoccuparono del disagio procurato da un inciampo, una caduta compromettendo la canonica postura fiera e controllata dei professionisti dell’alta moda. No! Si preoccuparono che l’abito fosse ben abbottonato, che il familiare fosse in prima fila o che gli applausi non coprissero la musica DEEP HOUSE di sottofondo che li avrebbe aiutati a cadenzare il passo.
«I sogni si avverano» disse alla fine dello spettacolo Anna, la più giovane delle modelle. esile dai capelli biondissimi, musicista al conservatorio.
«Io sono una non vedente che non si azzera per i pregiudizi altrui. Sono una persona che vuole lasciare una scia di speranza e questa sfilata è stata la dimostrazione che la speranza può aprire una traccia di luce vera».
Prima della chiusura ufficiale della sfilata vennero ringraziati gli organizzatori. Così sotto una pioggia di coriandoli argentati, entrarono per mano e con una benda legata sugli occhi Pamela e Filippo. Entrambi scalzi per apprezzare meglio il percorso tattile che avrebbero dovuto calpestare.
Lui vestito con un abito di taglio inglese blu, firmato dalla Maison di punta, lei in georgette crema anni trenta dello stesso colore della benda in chiffon, ricamato, che solo al momento della loro svolta verso il backstage si rivelò in tutta la sua morbida lunghezza, ricordando lo strascico lungo e importante di un abito da sposa.
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