Premio Racconti nella Rete 2026 “La vita che continua” di Marco Vezzoli
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Stanotte Ettore è stato male.
Lo aveva detto Sergio, avrà non più di tre o quattro mesi. Quando, a settembre, ci ha aperto la porta del suo studio, lo schermo delle lastre era acceso e le radiografie di Ettore erano già appoggiate sul vetro. Ci ha fatto accomodare. Dalla finestra, dietro di lui, entrava ancora l’estate.
La massa tumorale è troppo estesa, ha indicato una zona grigio chiara tracciando un cerchio col pennarello, e ha già preso tutto l’addome.
Ma, è diventata così grossa da maggio?, ho chiesto.
Una velocità di crescita abnorme, è tremendamente aggressivo.
E di provare a operarlo non se ne parla?
Sergio ha scosso la testa.
È troppo debole, ha detto, non penso reggerebbe nemmeno un intervento parziale.
Mi ha allungato un foglio che aveva davanti con alcuni valori evidenziati in giallo, come se io potessi interpretarli.
Mia moglie è restata in silenzio anche quando il foglio è passato in mano sua. Non ha girato gli occhi verso di me, si è voltata a fissare, ancora una volta, le lastre, mentre Sergio si alzava e prendeva dall’armadietto dietro la scrivania due scatole di fiale.
Mettendocele davanti ha detto, è meglio che aumentiamo gli antidolorifici, potete iniziare con questi.
Dal taschino del camice ha preso una matita e iniziato a tracciare una tabella di orari mattina-pomeriggio-sera in cui avremmo dovuto fare le iniezioni.
Mi ha passato il foglio e poi una ricetta, fatta al computer. Se peggiora dobbiamo sentirci, non fatevi problemi a chiamarmi.
Ci siamo salutati.
Grazie, abbiamo detto.
Mi spiace, ha risposto.
*
E stanotte, che mancano solo due giorni a Natale, Ettore è stato male.
Ieri sera si è lamentato più del solito e non è riuscito ad alzarsi. Era evidente che il dolore si stava facendo sentire. Ho aumentato a una fiala e mezza la dose di antidolorifico, senza chiedere nulla a nessuno e, quando gli ho fatto l’iniezione, ha avuto un sollievo quasi immediato. Le palpebre gli si sono abbassate piano.
Io dormo qui con lui, ha detto mia moglie, tu vai di sopra e stai con la piccolina.
Sono salito e, dopo qualche ora, è iniziata la notte di tormento.
Ettore si è risvegliato di scatto in preda agli spasmi, poi si è rannicchiato. E ha iniziato a tremare. Non ero lì, mia moglie mi ha raccontato tutto questo; lo ha tenuto stretto, cercando di farlo calmare.
È stato un susseguirsi di vomito e sangue.
Non starò a raccontare i particolari, non è giusto per lui.
*
Stamattina era stremato. Aveva della bava rosa incrostata agli angoli della bocca. L’ho ripulito e i suoi occhi lucidi mi hanno seguito. Ho cercato di sollevarlo per fargli bere un po’ d’acqua, ma non c’è stato verso. Mia moglie gli ha messo addosso un’altra coperta e si è stesa di nuovo accanto a lui, abbracciandolo. Luna, così si chiama la piccolina, ci guardava seduta in cima alle scale.
Li ho lasciati così per un’altra ora.
Poi mi sono avvicinato e li ho accarezzati entrambi.
Mia moglie si è svegliata, ha sollevato la testa e si è girata verso di me: è il momento di chiamare Sergio. Poi ha baciato Ettore sulla fronte.
Non erano nemmeno le otto e il telefono di Sergio ha squillato almeno dieci volte.
Scusa se non ho risposto subito, stavo caricando le borse in auto, ha detto.
Sono io, ho tenuto a precisare, anche se poi ho pensato che di “io” doveva conoscerne un’infinità.
Sì, lo so.
Volevo solo dirti che stanotte Ettore è peggiorato, come avevi previsto.
Riuscite a portamelo in clinica? Altrimenti vi devo organizzare qualcosa.
Spero che riesca ad alzarsi.
Ha fatto una pausa. Io tra mezz’ora sono alla clinica. Se riuscite, vi aspetto all’ingresso laterale. Altrimenti fammi sapere.
Va bene, grazie.
Ettore stava con la testa sprofondata nel cuscino. Gli occhi erano aperti ma muoveva più le sopracciglia che le pupille. Ha provato a deglutire ma la lingua gli si deve essere incollata alle pareti della bocca.
Ehi, piccolo, ce la fai ad alzarti?
Ho spostato la coperta ed Ettore si è girato piano, mettendosi sulle ginocchia. È rimasto fermo in questa posizione per alcuni secondi, poi lo abbiamo aiutato in due ed è riuscito a sollevarsi. Mi sembra di sentire anche ora lo scricchiolio delle sue ossa. Era in piedi, incerto e traballante, ma era in piedi.
Mia moglie ha preso la cartella clinica, la coperta e poi ci siamo messi addosso qualcosa, non so cosa.
Ho aperto la porta. Un leggero nevischio cadeva sul vialetto.
Luna, la piccolina, ci guardava seduta ancora in cima alle scale.
Stai lì, ferma, e aspettaci, le ha detto mia moglie.
Non c’è stata una risposta, ha solo continuato a guardarci.
Ci siamo richiusi la porta alle spalle.
Ho dovuto sollevare Ettore per farlo salire sul sedile posteriore. Dei suoi trenta e passa chili erano rimaste solo poche ossa. Lui mi ha assecondato, rendendo più facile il lavoro.
Così ho guidato piano verso la clinica, facendo attenzione a evitare buche e scossoni. Controllavo Ettore attraverso lo specchietto retrovisore. Lui guardava fuori dal finestrino. Sembrava più tranquillo, silenzioso come lo eravamo noi.
Il tergicristallo cancellava i pochi fiocchi di neve e in sottofondo gracchiava un giornale radio. Questo è stato il nostro ultimo viaggio insieme.
Le vetrate opache della clinica alternavano adesivi di un Babbo Natale con renne e scritte Buone Feste. Le abbiamo superate tutte per arrivare al parcheggio dell’ingresso laterale. L’auto di Sergio non era ancora lì ma l’attesa è durata solo cinque minuti; poi il suo SUV grigio si è fermato di fianco alla mia auto.
È sceso, ha voluto aprire la mia portiera e guardare Ettore, sdraiato sul sedile. Anche Ettore ha guardato Sergio.
Forse è meglio se chiamo qualcuno, ci ha detto.
Non c’è bisogno, l’ho fermato, ce la facciamo da soli, vero piccolo?
Ettore ha capito ed è scivolato giù dal sedile.
*
Le strade che si possono prendere per curare una malattia sembrano tante e a volte nessuna. Sono luci in fondo a un tunnel che si illuminano e, quando tutto va bene, si lasciano raggiungere. Altrimenti rimangono lontane e non ci sono passi abbastanza lunghi per annullare queste distanze. Tu ascolti medici, professori, amici e conoscenti. Cerchi una sintesi di tutte le informazioni e ti crei una stanza mentale dove sulle pareti ci sono cartelli, documenti con ipotesi di cura, stampe di computer con soluzioni mediche e protocolli complicati di somministrazione farmaci. Ci metti frecce, rimandi, collegamenti, note e sottolineature. È tutto ciò che sei riuscito a sapere o che credi di aver saputo raccogliere con criterio. Sei lì in mezzo e provi a districarti tra quelle parole, provi a mettere in fila i dati e fare delle scelte.
Credi di aver fatto del tuo meglio.
Speri di non doverti pentire.
Poi, c’è il caso in cui le cose volgono al peggio. Allora la luce si spegne e non riesci più a distinguere le scritte con cui hai riempito le pareti.
Vale per le malattie degli esseri umani. Vale anche per tutti gli altri esseri viventi.
*
Su, Ettore, vieni con papà.
Mi segue barcollando.
Sulla neve rimangono le mie impronte e quelle, più piccole, delle sue zampe. Mia moglie è andata avanti con Sergio.
Gli risparmio il guinzaglio; è troppo debole per scappare e comunque si fida di me. Tiene la testa bassa ed entra da solo, sulle gambe magre e tremanti, in clinica.
Al centro della stanza denominata Ambulatorio 2, sotto un neon, c’è il tavolo metallico sul quale mia moglie ha steso la coperta di Ettore. Io e Sergio lo solleviamo cercando di essere più delicati possibile e lo adagiamo sul fianco. Arrivano due ragazze, le assistenti della clinica, una della quali indossa un berretto da Babbo Natale. L’altra ha un rasoio in mano; prende una zampa di Ettore e gli rade una decina di centimetri di pelo, fino a scoprire la pelle rosa pallido. Quella col berretto tasta la carne alla ricerca di una vena, inserisce un ago con un tubicino e gli preleva una provetta di sangue denso e scuro. Nessuna parla ed entrambe spariscono. Sergio sta auscultando il torace. Poi con la mano scende e cerca di palpare l’addome ma qui Ettore ha un sussulto.
Meglio non insistere, dice. State con lui e aspettatemi.
Avrà freddo?, chiede mia moglie.
Spero di no, rispondo, la coperta dovrebbe scaldarlo un po’.
Quando Sergio rientra nella stanza ha indossato il camice ed esamina un foglio, probabilmente l’ultimo risultato delle analisi del sangue. Lo piega, lo mette in tasca e scuote il capo. Si appoggia al tavolo con una mano e l’altra la passa, delicatamente, sulla testa di Ettore.
Poi si schiarisce la voce: è meglio se lo lasciamo andare.
Nel silenzio della stanza io annuisco. E anche mia moglie.
Voglio solo dirvi, continua Sergio, che ha vissuto bene per quasi dieci anni con voi ma ora è meglio evitare ogni accanimento terapeutico. Prolungherebbe solo l’agonia.
Non voglio che soffra, dice mia moglie.
Non soffrirà, ve lo garantisco. Ma a volte è meglio scegliere di spegnere la luce.
*
Sono due iniezioni, sempre nella stessa cannula, qui, sulla zampa. La prima è un sedativo e serve a tranquillizzare il cane. Si lascia passare qualche minuto e si effettua la seconda, che lo addormenta definitivamente. Voi continuate ad accarezzarlo, lui lo sente che siete vicini. Dopo la seconda iniezione si lascerà andare lentamente, la testa gli si farà pesante e chiuderà gli occhi. In quel momento il suo cuore avrà smesso di battere. Dopo, potrete restare qui con lui quanto volete.
Ora, però, continuate ad accarezzarlo.
*
Poi sono solo carte. L’autorizzazione alla cremazione, la cancellazione dall’anagrafe canina, la fattura, il modulo privacy e altre cose che non leggo.
Usciamo dalla clinica e, nel raggiungere l’auto, mi accorgo che la poca neve caduta ha già cancellato le ultime impronte di Ettore su questa terra. Ha cancellato anche le mie che erano insieme alle sue. Erano i suoi ultimi passi, senza guinzaglio, e ci siamo fidati uno dell’altro. Non volevo dirgli che lo avrei portato a morire; lui è venuto lo stesso, trascinandosi faticosamente al mio fianco.
Mia moglie sale in auto e in mano, nel silenzio del ritorno a casa, stringe il collare con la medaglietta che stava al collo di Ettore.
*
Apro la porta di casa e troviamo Luna – la chiamiamo sempre più spesso Lulù – seduta dietro la porta, in attesa. Scodinzola e ci guarda, forse per un minuto intero. Non so se si accorga che c’è qualcosa di diverso. Quando smette di muovere la coda, si alza e torna a sedersi sul divano.
Noi siamo ancora in piedi, sulla soglia.
È meglio se la porto a fare un giro, dico a mia moglie.
Prendo il guinzaglio appeso dietro la porta. Lulù scatta dal divano e corre verso di me, mi si struscia sulle gambe. La aggancio e, nel passare, mia moglie le accarezza la testa; fate due passi che lei ne ha voglia.
Staremo via poco, dico.
Non preoccuparti, vi aspetto.
Vuoi che ti porti qualcosa?
No, sono a posto così. Voi andate, io comincio a sistemare un po’ il salotto che è un disastro.
Poi una pausa, e un respiro profondo.
Quando tornate, vorrei che accendessimo l’albero di Natale.
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