Premio Racconti nella Rete 2026 “Dal buio nascono i fiori” di Gabriele Provenzano
Categoria: Premio Racconti per Corti 2026Di Gabriele Provenzano / Cortometraggio Drammatico
Logline: Un poliziotto schiacciato dal peso del divorzio e dalla disabilità del figlio decide di farla finita. Sarà il viaggio doloroso nei propri ricordi e un inaspettato gesto d’amore a mostrargli la via per ricominciare.
Soggetto
Il sole di un pomeriggio di primavera taglia l’oscurità di una stanza perfettamente quadrata, illuminando una colonna di ciottoli smussati al centro dell’ambiente. Oltre la colonna, una parete dipinta di un nero assoluto e opaco sembra risucchiare ogni barlume di quella luce filtrante. Di spalle, un uomo muove impercettibilmente un pennello contro quel vuoto artificiale. Compie un passo, poi un altro, scomparendo dentro la tela nera.
Nel buio, la luce della luna filtra da una finestra geometrica, rivelando Mirko (40). È steso su un letto, il volto è pallido e scavato dalle lacrime. La bocca è serrata, i muscoli della mascella tesi attorno alla canna di una pistola. Il dito gioca nervosamente sul grilletto, in un pianto silenzioso e disperato.
Un taglio di luce improvviso spezza il buio: è il ricordo di un giorno d’estate di trent’anni prima. Un bambino dai capelli biondi corre tra le frasche di un vecchio casolare, giocando a guardie e ladri. Nascosto nella vegetazione c’è Mirko da piccolo, i capelli corvini, il viso e le mani sporchi di fango. Sorride, fiero di essere l’ultimo a non essere stato preso. Ma il gioco si rompe: la voce aspra della madre urta il silenzio delle campagne toscane. La donna lo trascina via con violenza, punendolo davanti agli altri bambini che osservano ammutoliti e terrorizzati. Mentre Mirko viene strappato a quel momento di gioia e trascinato verso l’ombra, lo sguardo del bambino biondo lo fissa, immobile sotto la luce accecante del sole.
Il ricordo doloroso dell’infanzia spezza la determinazione di Mirko. Allontana la pistola dalla bocca e crolla in un pianto straziante. Stringendo l’arma, si alza e cammina come un fantasma nel buio della stanza. I suoi occhi si posano sul letto, l’unica isola illuminata in quel vuoto.
Un nuovo ricordo prende forma su quelle stesse lenzuola, otto anni prima: è la sua notte di nozze. Sua moglie, stesa sul letto con ancora l’abito da sposa, ride a crepapelle guardando Mirko improvvisare uno spogliarello goffo con lo smoking, prima di accoglierlo tra le braccia. Ma la felicità sfuma rapidamente nel ricordo successivo, denso di sudore e paura: il corridoio di una clinica. Mirko indossa un camice usa e getta, assiste la moglie in sala parto, le stringe la mano mentre lei urla per lo sforzo. Poi, un silenzio improvviso. I medici si muovono frenetici attorno al neonato che non respira. Qualcuno urla di preparare la rianimazione. Mirko viene spinto fuori nei corridoi deserti, mentre l’ombra del senso di colpa e dell’impotenza lo avvolge.
Nel presente, il verdetto del passato lo schiaccia. Mirko si siede di nuovo sul letto. Sposta la canna della pistola sul petto, all’altezza del cuore. Sulla mano che trema sul grilletto non c’è più la fede nuziale.
Respira profondamente, esercitando una leggera pressione sul metallo. Ma la mente viaggia ancora, stavolta a poche ore prima, in quella stessa casa: si rivede dietro il pilastro della stanza quadrata mentre copre meticolosamente la parete con il pennello intinto nel nero, che ha ormai tolto lo spazio ad ogni possibile nuovo ricordo da aggiungere a quella che era una tela bianca. Poi il gesto lucido: l’apertura del cassettone, la chiave che apre l’armadio della camera. Tra le grucce spicca la sua divisa da poliziotto, dietro la quale è nascosta la cassetta metallica con l’arma d’ordinanza.
Il pianto si placa, sostituito da un silenzio assoluto. Mirko fissa il vuoto, poi, con un gesto improvviso, lascia cadere la pistola sul pavimento. Si alza e cammina verso l’altra stanza, mentre dietro di lui la luce del giorno torna a riprendersi la camera da letto.
Di fronte alla monumentale parete nera, Mirko libera un urlo straziante, un grido che rompe anni di silenzi e rassegnazione. Ed è in quel momento che un rumore di ruote rompe l’eco del pianto. Suo figlio (7), su una sedia a rotelle, lo raggiunge. Sulle gambe del bambino poggia una tavolozza di acquerelli; tra le piccole dita stringe due pennelli. Il piccolo guarda il padre, poi la parete, e gli chiede se possono dipingere dei fiori sopra quel nero. Mirko si inginocchia, prende uno dei pennelli ed insieme, iniziano a colorare il buio della sua tormentata esistenza.
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