Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Il puntino” di Costantina Di Leo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Cecilia era sdraiata sul lettino dello studio medico e si chiedeva, con la solita ironia che la salvava nei momenti peggiori, perché le stanze dei ginecologi avessero sempre quella luce bianca, spietata, che non perdona niente. Neanche le occhiaie. Se mai avesse aperto un’attività in proprio, avrebbe bandito i neon, avrebbe optato per luci soffuse, candele profumate e magari un quartetto d’archi in sottofondo, giusto per attenuare la sensazione di essere un pezzo di carne sul banco del macellaio. 

La carta millimetrata sotto la schiena frusciava a ogni respiro con un rumore fastidioso, quasi insolente, come se volesse ricordarle che era lì per un motivo preciso. Un motivo che lei avrebbe preferito ignorare: il ciclo non arrivava e quelle perdite strane, comparse una settimana prima, l’avevano fatta precipitare indietro nel tempo. Un viaggio panoramico e non richiesto nei suoi vent’anni passati tra terapie ormonali che le gonfiavano le caviglie, calendari ovulatori appesi in cucina come tabelle di marcia militari, controlli e speranze che si erano sbriciolate una dopo l’altra, con la precisione di un castello di carte davanti a un ventilatore. Lei pensava di aver chiuso con tutto questo.

Aveva firmato un armistizio con il proprio corpo e si considerava finalmente “a posto”, una donna risolta che aveva barattato il sogno della maternità con una ritrovata pace interiore e una scorta annuale di assorbenti mai usati.

E invece eccola lì, a quarant’anni suonati, con un matrimonio fissato tra tre mesi esatti, un abito da sposa già scelto, una meraviglia di seta e pizzo acquistata in un atelier barese dopo sei mesi di digiuno intermittente, un abito che non ammetteva variazioni di taglia superiore a un millimetro e un nuovo progetto lavorativo: un contratto di consulenza legale appena siglato, che avrebbe dovuto finalmente darle la svolta. Una svolta che richiedeva dodici ore di lavoro al giorno, trasferte settimanali e una lucidità mentale da broker di Wall Street.

La ginecologa, la dottoressa De Piscopo, una donna che sprizzava un’efficienza teutonica da ogni poro e che Cecilia sospettava non avesse mai pianto in vita sua, neanche tagliando le cipolle, accese l’ecografo. Il gel era freddo. Un classico della medicina moderna: mandare l’uomo sulla luna, ma non riuscire a scaldare un tubetto di gel. Cecilia fissò un punto imprecisato sul soffitto, dove una macchia di umidità ricordava vagamente la forma di una nuvola. Non voleva guardare lo schermo, aveva già visto troppi schermi vuoti nella sua vita, troppe macchie grigie che non significavano nulla.

La dottoressa muoveva la sonda sulla sua pancia con la sicurezza di chi ha visto tutto, dalle cisti ovariche ai miracoli della domenica mattina. Poi, improvvisamente, si fermò, il monitor emise un sibilo leggero, la dottoressa strinse gli occhi, si bloccò per un tempo che a Cecilia parve paragonabile all’intera era arcaica.

“Ecco… un puntino” disse la De Piscopo, quasi tra sé e sé.

Cecilia sentì il cuore fare un salto, poi un altro, poi un tuffo carpiato con avvitamento senza salvagente. Un puntino. Nella sua personale enciclopedia medica, accumulata in anni di paranoie e ricerche su Google alle tre del mattino, un puntino non era mai una buona notizia. Un puntino era sinonimo di fibroma o di polipo o di una qualche disfunzione cellulare dal nome impronunciabile che avrebbe richiesto esami in day-hospital, controlli trimestrali, ansie rinnovabili, telefonate a specialisti che rispondevano solo nei mesi dispari, e lunghe liste di cose da non fare, da non mangiare, da non sperare.

“Un puntino?” ripeté Cecilia, con la voce che le tremava vistosamente, più della sonda che le premeva sull’addome. “In che senso un puntino? Tipo un’anomalia? Dottoressa, mi dica la verità, posso reggerla. È un tumore? È l’inizio della menopausa precoce? Perché mia cugina ha cominciato così e…”.

La ginecologa si voltò a guardarla per un secondo, con l’espressione di chi deve spiegare le addizioni a un bambino di prima elementare. Poi tornò allo schermo.

“Signora, respiri e soprattutto, smetta di fare autodiagnosi”.

Respirare. Certo. Facile a dirsi per chi osserva da fuori.

Cecilia si rese conto di aver smesso di respirare da almeno quaranta secondi. Le mani le sudavano, le orecchie avevano iniziato a fischiare in si bemolle e la macchia a forma di nuvola sul soffitto stava pericolosamente ballando la samba. Stava per svenire, ne era certa. Sarebbe svenuta lì, nuda a metà, davanti a una sconosciuta con i guanti di lattice.   E pensò, con la spietata lucidità che accompagna solo chi sta per cadere in un dirupo: “Ecco, lo sapevo, proprio adesso che avevo trovato l’equilibrio. Proprio adesso che il catering ha confermato il menu per il ricevimento, adesso che mi ero rimessa in forma per l’abito scollato. Proprio adesso che avevo finalmente un programma lavorativo interessante…”.

Fu in quel preciso istante, mentre l’ecografo continuava a rimandare immagini in bianco e nero che sembravano la superficie di Marte, che un ricordo le attraversò la mente come un fulmine a ciel sereno. Aveva ventisette anni, era seduta sul bordo del letto nella sua vecchia camera da letto a casa dei genitori, circondata da faldoni universitari, sua madre l’aveva guardata oltre la montatura degli occhiali da lettura e le aveva detto, con quel tono calmo che Cecilia trovava irritante: “Tu vuoi sempre controllare tutto, Ceci, ma la vita non è mica un foglio Excel. Non puoi mettere le emozioni nelle celle e fare la somma automatica”.

All’epoca lei ci aveva riso sopra, adesso, sdraiata su quel lettino sgangherato, capì che sua madre aveva previsto tutto. Tranne, forse, il tempismo.

La dottoressa De Piscopo, con una calma chirurgica e un tono che non ammetteva repliche, ruotò lo schermo verso di lei: “Il puntino ha un battito, vede? Questo sfarfallio qui. Il puntino è un feto, signora. Lei è incinta, da circa sei settimane”.

Il mondo si fermò di colpo. Come quando si blocca il sistema operativo del computer mentre stai salvando il lavoro di una vita: lo schermo si fa opaco, la clessidra gira a vuoto e tu premi tutti i tasti della tastiera contemporaneamente, ma niente si muove. Schiacci “Esc”, schiacci “Canc”, ma la realtà resta lì, piantata.

Cecilia rimase immobile, lo sguardo inchiodato su quello sfarfallio grigio.

Incinta.

Lei. A quarant’anni. Lei che aveva fatto faticosamente pace con l’idea di non diventare mai madre, arrivando persino a regalare la sua collezione di libri sulle fiabe del mondo alla figlia della sua amica Barbara. Lei che aveva smesso di aspettare il ritardo del ciclo con il cuore in gola, festeggiando ogni mestruazione come una liberazione.

Lei che aveva appena accettato un incarico importante che le avrebbe richiesto di viaggiare su e giù per l’Italia, dimostrando a un consiglio di amministrazione diffidente che una donna della sua età è pronta, competente, flessibile e, soprattutto, priva di impegni familiari improvvisi.  

Lei che aveva un abito da sposa che non prevedeva espansioni volumetriche di alcun genere.

Lei che aveva un fidanzato adorabile che pianificava le vacanze estive con dodici mesi di anticipo, ma che non aveva mai visto in versione papà, se non mentre tentava goffamente di non far piangere il cane degli zii.

Lei che aveva un piano. Sempre, per ogni cosa, dalla spesa del lunedì alla strategia pensionistica integrativa.

Le lacrime arrivarono senza permesso, calde e silenziose, rigandole le guance e infilandosi nei capelli. Non erano lacrime di gioia da pubblicità dei pannolini, ma neppure di dolore. Erano shock puro, era la sensazione di chi ha costruito un muro di mattoni solido, sicuro, perfetto, e improvvisamente vede spuntare una margherita da una crepa che non sapeva nemmeno esistesse. Una margherita che sembra dirle: “Sorpresa, il tuo muro non serve a niente”.

La ginecologa le porse un fazzoletto di carta, questa volta con un sorriso stranamente umano: “Si prenda un momento, signora. È una notizia importante”.

Cecilia annuì, prese il fazzoletto e si asciugò il viso, guardò di nuovo lo schermo, quel puntino minuscolo, incredibile, statisticamente improbabile secondo tutti i manuali di medicina generale sopra i trentacinque anni. Eppure reale. Reale come il fatto che la vita, quando decide di cambiare strada e farti un dispetto, non ti manda un preavviso, non ti chiede se sei pronta, se ne frega delle tue scadenze, dei tuoi contratti e delle tue diete.

Scese dal lettino con movimenti lenti, quasi avesse paura di rompersi, o di rompere quel frammento di miracolo che si nascondeva dentro di lei. Si rivestì a fatica, litigando con la cerniera dei jeans che, ironia della sorte, le parve già più stretta del solito. Si sedette davanti alla scrivania della dottoressa.

“Non me lo aspettavo” disse infine, fissando le proprie mani intrecciate. “Veramente. Ero convinta che… insomma, che non fosse destino”.

“Succede più spesso di quanto pensi” rispose la De Piscopo, compilando la richiesta per gli esami del sangue con la solita grafia illeggibile dei medici. “Quando si smette di controllare tutto, quando la mente si arrende e si concentra su altro, il corpo si rilassa e a volte, fa il resto”.

Cecilia avrebbe voluto ridere. O piangere. O forse chiamare sua madre per dirle che il foglio Excel era appena andato in crash definitivo. Lei che controllava tutto. Lei che aveva sempre un piano B, un piano C e un piano D di riserva nel caso in cui i primi tre fallissero. E ora, un puntino microscopico le stava dicendo, senza usare parole, che nessun piano era più valido. Che l’agenda per i prossimi nove mesi, e probabilmente per i successivi diciotto anni, era stata completamente riscritta.

Uscì dallo studio medico dieci minuti dopo, stringendo tra le dita l’ecografia stampata. Non la guardò subito, la infilò nella borsa, accanto all’agenda e al preventivo del catering. 

Fuori, la città continuava a muoversi con la solita fretta frenetica, come se non fosse successo nulla, come se l’universo non avesse appena cambiato asse.

Cecilia si fermò sul marciapiede, all’angolo della strada, guardò il cielo grigio.

Il mondo intorno a lei non era cambiato di un millimetro.

Lei sì. E forse, pensò, mentre un mezzo sorriso incredulo e stranamente leggero le illuminava il viso che la sarta dell’atelier avrebbe dovuto fare gli straordinari.

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