Premio Racconti nella Rete 2026 “Il ghiacciatore” di Matteo Castello
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026L’esplosione ha spaccato in due il cielo.
Il fragore dello sparo mi ha colto del tutto impreparato. Premere il grilletto era proprio ciò che volevo fare, ma per qualche motivo si è creata una frattura, un ritardo tra la mia volontà e quell’atto così rumoroso. Sarà colpa del freeze che ho inalato ieri sera: ci vuole tanto perché gli effetti scompaiano del tutto, e la notte non è bastata. Stringo il calcio dell’arma di contrabbando finita nelle mie mani dritta dritta da un’altra epoca, grazie a un ricettatore che traffica di tutto, giù in città. L’arena di pietre in cui mi trovo deve aver rinforzato il suono, facendolo rimbalzare migliaia di volte su ogni sasso e infine schiantare sulle pareti dei massicci di granito che chiudono il vallone lassù, prima del ghiacciaio. Oppure, più semplicemente, è l’atto stesso di uccidere a dover essere per forza accompagnato dal rumore, come se si trattasse di una legge aurea. Le tragedie silenziose sembravano il prodotto subdolo di un futuro in cui nessuno ha mai creduto per davvero e che ci siamo lasciati alle spalle da tempo. Per quel che mi riguarda, non credo di averlo nemmeno visto, il futuro.
Ora nemmeno le marmotte fischiano più, lasciandomi solo in un greve silenzio ovattato. Strizzo gli occhi, accecato dal sole in controluce che ormai ha scalato la cima più alta, cancellando con violenza l’ombra che facilitava la salita su questo pendio. Laggiù, a circa quaranta metri, un pennacchio di polvere è rimasto sospeso nell’aria. Ero sicuro di averlo preso, il vecchio. Pensare che ieri notte sembrava interessato soltanto a gustarsi un po’ della mia zuppa calda e a fumare la sua erba di pessima qualità. Invece, nel punto dove ho mirato, ci sono solo sassi. Se qualche attimo fa ero sicuro di aver sentito i suoi passi nella pietraia, adesso l’udito non mi serve più a niente, stravolto dall’esplosione e sostituito da un sibilo continuo. Sputo per terra, ho un sapore in bocca che ricorda il petrolio bruciato. Che fare? Magari era un falso allarme. Eppure l’ho visto, ho visto la sua sagoma sbucare dal grosso masso erratico. Forse è stato un miraggio del freeze? Non posso rischiare, se era davvero lui ora sarà incazzato. O peggio, spaventato. La gente che ha paura può fare un sacco di danni. Mi accovaccio contro una roccia e ripongo l’arma nella fondina: il casino scatenato dal primo colpo mi ha dissuaso dal premere ancora il grilletto. Nota mentale, cambiare il revolver. Estraggo il coltello e attivo lo scanner di superficie, che irraggia nello spazio fasci tremolanti ma tenaci di luce bluastra. Comincio a scendere piano, tenendo lo sguardo fisso sul punto verso cui ho mirato poco fa. L’aria si è fatta d’improvviso torrida, il caldo secco batte già sulle tempie e sento che sto sudando. Una lieve folata di vento mi porta alle narici un sentore innaturale, come di capelli bruciacchiati. Evitare di fare rumore è impossibile, soprattutto in discesa, quindi mi affretto verso il punto dove immaginavo di trovare il vecchio stecchito, scivolando sulle pietre sparse e calcando i passi sul terreno brullo d’erba bassa tipica di queste quote. Il cuore batte forte, mischiandosi al sibilo nelle orecchie che non vuole saperne di affievolirsi. Cerco di controllare il respiro mentre stringo forte il coltello. Il masso sembra una ka’ba messa qui da qualche entità divina, le superfici squadrate come fossero state tagliate di netto. Lo scanner continua a proiettare i suoi raggi che, come una resina luminosa, aderiscono al terreno sassoso e informe, senza segnalare alcuna traccia organica. Inizio a sperare che tutto si risolva in un niente di fatto, così da poter continuare la mia camminata. E invece eccolo di nuovo. Uno sgretolio sordo seguito da uno sbuffo che incrina il mio acufene, proprio dall’altro lato del masso. Mi sporgo con un balzo ed eccomelo di fronte, rannicchiato con la coda tra le gambe.
La bestia mi guarda e scopre i denti, ma subito torna a leccarsi nel punto dove il pelo, dello stesso colore delle rocce intorno, fa trasparire una larga chiazza di pelle escoriata. L’ho preso di striscio, questo coso, se fosse stato il vecchio avrei rimediato una bella scocciatura. Non sarà più grande di una batteria per levitatori a campi magnetici inversi, deve essere poco più di un cucciolo. Ripongo il coltello nella tasca di pelle sintetica e tiro una scarpata al terreno tra la bestia e me, sollevando una piccola rosa di schegge e polvere. L’animale scatta indietro e lancia un guaito rauco, come sorpreso dalla mia mossa.
– Via da qui! sibilo tra i denti.
Quello indietreggia ancora ma non scappa. Deve essere abituato all’uomo, oppure è semplicemente una creatura stupida. Avevo sentito parlare di questi ibridi tra cani pastore abbandonati dopo la scomparsa degli ultimi alpeggi e lupi sopravvissuti alle scorribande dei bracconieri, ma pensavo non se ne vedessero ancora dalle nostre parti. Il risultato, comunque, è questa roba qui: cani selvatici che attraversano i valichi cacciando e sopravvivendo come possono.
Non ho tempo per dilungarmi oltre, il sole è sempre più alto e voglio tornare all’ombra entro mezzogiorno. Tiro un’altra scarpata, questa volta più violenta, e finalmente il cane scatta e, con qualche balzo, ripara a una buona decina di metri più a valle. Se non l’avessi seguito con lo sguardo sarebbe impossibile vederlo, così mimetizzato nel paesaggio. Riprendo la salita, spegnendo lo scanner che nel frattempo si era animato con i suoi bip a causa della presenza dell’animale. Ora ho una mappatura della sua struttura biometrica. Novanta centimetri di lunghezza, quaranta di altezza al garrese, quindici chilogrammi di peso, circa sei mesi di età, salute così così. Si arrangi, potrei sempre mangiarlo domani, al mio ritorno. Credo che tornerò nella baita dove ieri ho incontrato il vecchio, voglio assicurarmi che sia ancora lì. E poi quel posto mi sarà utile nei prossimi mesi.
Prima di ripartire devo togliere qualche strato. Mi slaccio le cinghie del pesante zaino che ad ogni passo tintinna a causa del suo carico di strumenti per tagliare, scavare, picconare e segare il ghiaccio. Sono già madido di sudore e, pur sapendo che tra poche centinaia di metri di dislivello il soffio dei tremila mi costringerà a rifare tutto da capo, ora non posso permettermi di inzuppare i vestiti. Mi srotolo il giaccone di dosso, un tenace capo misto pelle e sintetico che potrebbe durare altri vent’anni, ed ecco che lo sento rotolare e tintinnare per terra. Impallidisco. Pensavo di averlo messo nella tasca dei pantaloni, non qui. Sono immobile, il sole che mi picchia in testa, il sudore che cola negli occhi, quel maledetto cane bastardo che mi guarda da lontano e sembra addirittura divertito. Faccio scivolare lo sguardo verso il punto dove è caduto il mio sassolino di quarzo e d’un tratto l’anima mi rientra nel corpo passando dritta dal cuore. Lo sberluccichio trafigge l’aria e mi viene quasi da piangere. Raccolgo il quarzo, lo giro tra le mani, controllo di nuovo che la lieve venatura d’oro sia sempre lì. Ogni tanto mi sveglio di notte per fare la stessa cosa. Se c’è davvero dell’oro, lassù dove ho trovato questo sassolino, posso davvero dare una svolta alla mia vita. Ne è rimasto pochissimo ed è sempre più utile, tanto che lo stanno cercando ovunque nel sistema solare. Micro-connettori, guaine per i circuiti, filtri per visori, resistenze per puntatori laser e chissà cos’altro. Rimetto il sasso in tasca, questa volta nei pantaloni, e ricomincio da dove ero rimasto. Lego il giaccone allo zaino, con una leva stanca me lo ributto sulle spalle e riprendo il cammino. Mi giro, del cane nessuna traccia.
Un passo, l’altro, poi ancora un passo. Sarà così per un bel pezzo, devo solo trovare un ritmo adeguato, dopodiché posso anche staccare un attimo la testa. Selvatici, così in alto, non ce ne sono, e il vecchio deve essere rimasto svaccato nella sua stamberga fatiscente. Domani vedrò che farmene di lui. Nonostante la fatica sono contento di poter togliere il disturbo dalla fogna che ristagna laggiù dove le montagne depositano le loro pendici come scarti vomitati dai pendii sempre più spogli e duri. Tutto il sudore e la fatica del mondo pur di allontanarmi dalla gente schifosa rimasta nella stazione stellare intermedia di Alpes/03. Le loro facce tese e sospettose, i loro traffici, la sporcizia, l’alcool letale generato dall’olio di scarto dei rotori, la violenza, l’inganno. Ne faccio parte anche io di tutto questo schifo, ma solo quando sono lì. Quando salgo quassù è come rinascere, anche se in testa rimane un fondo putrido che sciacquetta ad ogni passo, ad ogni scossone, ad ogni vecchio che avrei voluto ammazzare e invece era solo uno stupido cane.
Un cane, come quello che aveva mio padre, tanto tempo fa.
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