Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “Galleria 5” di Laura Belforti

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

LEONARDO

In un contesto diverso forse la sua figura minuta e quel modo di muoversi in punta di piedi, non li avrei neanche notati. Ma la sua sagoma esile, in un abbagliante total white – dalla tuta alle sneakers – intenta a salire la nera scala del Maxxi, è per me un perfetto annuncio di bellezza.

Questo cercavo: una sintesi tra architettura e vita!

Il Maxxi è il luogo dove approdo spesso per sfuggire alla palude dei miei fine settimana romani.

Mi sento a casa nei suoi spazi dove ho trascorso quasi un anno preparando la tesi su Zaha Hadid, l’architetta che lo ha progettato. Venivo qui a disegnare, spalmato sui divani, accucciato intorno al portatile, immerso nell’atmosfera del museo.

Intanto la ragazza sale.

Il suo movimento rivela ciò che Zaha è riuscita a fare qui: ha tradotto in linguaggio contemporaneo il dinamismo avvolgente del barocco romano.

Mi sembra di cogliere la sua risatina ironica dietro di me, a volte lei compare intervenendo sulle intemperanze a cui mi espone la mia origine meridionale.

È presto: il Maxxi ha aperto da qualche minuto, i pochi visitatori sono in coda con me alla biglietteria.

Un ragazzo col cappuccio calato sulla fronte mi sfiora il braccio.

“Hai un euro?”

Alzo gli occhi.

Per un istante ci guardiamo. Sto per scuotere la testa, poi sento in tasca una moneta e gliela tendo.

Lui si allontana verso l’uscita.

La mia dea intanto, arrivata prima di tutti, è regalmente sola.

Dal mio punto di vista posso vederla solo di spalle e non mi dispiace:

“Take your time” sussurra Zaha e l’ascolto, lei di seduzione se ne intendeva!

Rimaniamo a guardarla salire Zaha ed io mentre le note di Blowin’ in the Wind mi risuonano dentro.

Vorrei fare un video per fermare il “movimento nel movimento,” ma sarebbe volgare.

Devo tenerla negli occhi questa visione, accoglierla in me come un regalo.

Un regalo lieve come un sogno al primo mattino.

La mia vita ha gran bisogno di sogni.

 L’appartamento che condivido con Marco e Andrea è un non luogo deprimente: lo squallore degli arredi, le luci sbagliate, la cucina abitabile… tutto mi sospinge fuori casa. Per una corsa all’alba – prima che la città si svegli – per il lavoro in settimana e poi, appena posso, di nuovo qui, al Maxxi.

Una ragazza accanto a me potrebbe trasfigurare anche lo squallore del tricamere e servizi.

Ma la mia mi ha lasciato – come biasimarla – pochi mesi dopo la mia partenza da Lecce, per unirmi all’esercito degli studenti fuori sede romani.

LUNA

Sono arrivata per prima al Maxxi. Il cancello è chiuso: entro con il personale in un silenzio assonnato e sorridente.

Domani dovrò incontrarlo proprio qui.

Non vedo mio padre da tre anni, torna a Roma dal Brasile.

Vive lì.

Mi ha scritto una mail, propone un incontro.

Deve visitare per lavoro la mostra di Bob Dylan e mi chiede di vederci al Maxxi, visitare l’esposizione e mangiare qualcosa insieme.

Tipico del mio favoloso papà multitasking: efficiente e razionale.

Vengo qui un giorno prima.

 Non l’ho detto a nessuno, me ne vergogno: non mi piace ammettere che cerco osservazioni intelligenti da buttar lì all’occorrenza.

Devo saperne qualcosa prima, per non incespicare come un’idiota se lui – con aria di finta leggerezza – mi chiederà un commento a margine del suo.

Sento che non reggerei, oggi, quello sguardo che giudica, canzonatorio/intenerito, che mi riservava nei nostri incontri durante la mia adolescenza.

Fin da bambina volevo un padre meno “giovanile”, non quello che le amiche ti invidiano: non il padre/amico che viene a prenderti a scuola con la moto, poi parte per settimane e infine parte e basta.

Di lui, di bello, mi rimane solo il nome.

Quanto ho desiderato il padre di Camilla, la mia compagna delle medie: anzianotto, pelato e con la pancetta.

La sera guardava la tv con la famiglia, un impiegato che ogni giorno tornava a casa alle sei di sera. Un padre senza sorprese: un padre che c’è.

Lascio tutto, anche telefono e auricolari, in un armadietto del guardaroba e metto la chiavetta in tasca.

Mi avvio senza fretta lungo la scala del museo. Mi volto: sono sola a salirla.

Mi dirigo verso la galleria 5 dove mi aspetta Dylan.

Trentatré, trentaquattro… conto i gradini, lo faccio sempre: è il mio modo per tenere tutto sotto controllo, dice la psicologa che mi segue da anni.

 Non mi aspettavo una mostra di pittura, non ho preso informazioni sui contenuti dell’esposizione: mi sento confusa e incuriosita mentre leggo i testi.

“Sono il mondo che vedo e che scelgo di vedere, di cui faccio parte o in cui entro…”

Ma io non faccio parte – né ho voglia di entrare – in nessun mondo… al più posso guardarli da lontano questi mondi, come al drive in.

(Adoro l’immagine. È così americana!)

E invece è quello che faccio: entro nel mondo di Dylan, “nella disperata solitudine dei suoi abitanti, con il suo passato che spiega il futuro”, con la sua geniale diversità.

LEONARDO

La cerco nelle sale di Pasolini ma non la vedo, nella mostra degli ingegneri non mi affaccio: non è il suo genere.

Mi dirigo alla sezione di Dylan: galleria 5.

Eccola!

 È così assorta che potrei andarle accanto e non mi vedrebbe.

Mi fermo a guardarla da un cono d’ombra, a pochi metri da lei; è illuminata dalla luce riflessa di una installazione.

Non ha i tratti orientali che le avevo attribuito, sviato dai lunghi, lisci capelli neri.

 Ha la pelle bianca, luminescente, i tratti finissimi, gli occhi pieni di domande.

 È più grande di quanto suggerisce il suo corpo adolescente.

C’è un dettaglio incongruo nella sua mise sportiva: porta al collo una collana di perle con susta antica, è simile a quella di nonna Clara.

Non so perché la cosa mi piace, il dettaglio svela un pezzo della sua vita…

Ora sembra perdersi nell’opera che sta guardando, mentre le note di My back pages risuonano tra noi.

Assorta, quasi rapita, fa un gesto lento, di disarmante sensualità: sposta i capelli dietro l’orecchio, mentre si gira di tre quarti.

 La luce del video passa attraverso il piccolo orecchio un poco a sventola e lo colora di un tenero rosa.

“Crimson flames tied through my ears, rollin’ high as my maps”…

Qualcosa nel gesto mi commuove, mi rivela fragilità nascoste, mi ispira inconfessabili fantasie.

Mi sorprendo a desiderare di baciarlo quel piccolo orecchio!

Mi sposto con lei da un ambiente all’altro lasciando tra noi sempre la stessa distanza, è un preludio antico d’amore, quasi una danza che lei balla inconsapevole.

Guardo la mostra attraverso i suoi occhi e un altro universo poetico mi si svela.

Siamo alla fine del percorso, lasciamo le lande desolate per girare intorno alle sculture/reperti in ferro: i cancelli di Bob.

 La sua piccola mano stringe la gabbia metallica fino a sbiancare le nocche, poi scioglie piano la stretta e carezza il freddo metallo. Gira la mano dal palmo al dorso.

Io seguo quel lento movimento, la sua grazia sensuale.

Infine inverto la marcia intorno al cancello per incontrarla.

Lei, distratta dall’opera, si accorge di me all’ultimo istante, quando siamo vicinissimi.

Alza gli occhi: pochi secondi in cui si annodano gli sguardi.

 Poi ognuno prosegue il suo cammino.

LUNA

Mentre mi aggiro piano intorno alle sculture di Dylan incontro lo sguardo di un ragazzo che gira in senso opposto: vi leggo una specie di tenerezza.

Ha un’aureola dei capelli ricci intorno al capo, un’aria intellettuale.

Mi coglie una confusione improvvisa.

Un attimo di sospensione.

Mi siedo in terra per concentrarmi: il mondo di Dylan e il mio si sfiorano e le nostre solitudini si raccontano, mi coglie una specie di claustrofobia.

Di colpo tutto è troppo.

Immagini, visioni, musiche: mi sento aggredita.

Devo fermare il flusso dirompente divenuto quasi doloroso.

Ho bisogno d’aria, ho bisogno di luce!

Esco dal Maxxi e respiro a pieni polmoni inalando l’aria frizzante.

Cerco il cellulare.

“Merda, la chiave!”

Non so più dove l’ho messa.

Nelle tasche della tuta non c’è.

Devo rientrare.

Guardo in alto verso le grandi vetrate al terzo piano della mostra di Dylan, i vetri riflettenti mi rimandano solo l’immagine dei palazzi circostanti.

LEONARDO

A un tratto lei torna indietro e si ferma davanti alla tela che ritrae il tipico paesaggio americano acceso dai fari di un camion con una magica luminosità.

 Si siede per terra a gambe incrociate – sembra una squaw – con grazia, senza fretta.

Io, in piedi poco distante, resto a rubare con gli occhi la sua mesta, indecifrabile solitudine.

Poi una nuova inquietudine la percorre: si allontana rapida, come trafitta da un ignoto pensiero. Guardo là dove un attimo fa era seduta e mi blocco: per terra c’è una piccola chiave, la riconosco: è dell’armadietto del guardaroba.

La prendo, mi dirigo verso la grande vetrata del terzo livello e guardo giù.                                                   

La vedo fuori proprio in questo istante mentre alza gli occhi verso di me.

Assumo una teatrale posa leonardesca sperando, scioccamente, che mi veda.

Guardo di nuovo giù.

Solo allora, appena profilata all’altezza dell’edificio di fronte, scorgo un uomo che s’infila un passamontagna.

Ha lungo il fianco un oggetto che non riesco a identificare.

Mi precipito in basso, faccio le scale quattro a quattro, corro incontro alla ragazza.

Tutto accelera: l’uomo del passamontagna imbraccia il fucile.

La segue?                    

Io mi fiondo su di lei e l’agguanto.

Incrocio, appena un attimo lo sguardo dell’attentatore.

Mi sembra il ragazzo del mattino.

Poi, la trascino con me in una rapida torsione, quasi un passo di tango involontario.

Offro la schiena all’arma.

 Uno sparo rimbomba profanatore nella hall del Maxxi e, quasi all’unisono, sento un intenso bruciore alla spalla sinistra.

 Mi butto a terra con lei, in attesa di altri colpi: e arrivano, in rapida successione.

Forse il lupo solitario che voleva compiere una strage, ha incrociato i miei occhi e vi ha letto qualcosa che lo ha indotto a puntare il fucile verso l’alto.

Infine ha sparato altri cinque colpi.

Restiamo così noi due, abbracciati, a terra, mentre gli uomini della sicurezza disarmano l’attentatore.

 Inspiro il profumo dei capelli di lei mentre stringo ancora, nella mano destra, la piccola chiave.

 LUNA

Mi dirigo verso il guardaroba: “Sicuro ho lasciato le chiavi attaccate all’armadietto”.  Ho di fronte ancora lui: lo sconosciuto incontrato da Bob.

È trafelato, i suoi lineamenti sono alterati, c’è terrore in quegli occhi.

Non guarda me, guarda oltre me.

Non capisco.

 È pazzo?

Mi ha raggiunta, vorrei voltarmi ma lui è più rapido: mi gira su me stessa e si butta a terra con me.

Quasi all’unisono echeggiano vari colpi.

 Stretta a lui resto immobile.

Mentre guardo una bella mano da musicista aprirsi piano sulla mia chiavetta, provo un improvviso sentimento di avvenire.

Laura Belforti

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1 commento »

  1. Prosa fluida e molto naturale, per niente forzata o “costruita”. Ho molto apprezzato il racconto, non solo per l’ambientazione che intriga… ma soprattutto per la “multisensorialità” del racconto, il mix coinvolgente di musica, arte e architettura. Interessante anche il finale “action” che lascia spazio ad un possibile secondo capitolo…

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