Premio Racconti nella Rete 2026 “Guardando le stelle morire è più facile” di Laura Belforti
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Guardando le stelle morire è più facile.
Questo penso ora che, dopo la tempesta, il mare s’è quietato.
Sarebbe facile.
Scivolare dal sonno al nulla, in un respiro.
A che serve resistere?
Sono sola.
Omar e Khalid sono stati spazzati nella notte durante la tempesta e io non me ne sono neanche accorta.
Ore dopo ho chiamato: “Omar? Khalid?” Ho smesso quasi subito.
Fiato sprecato.
Ma non ero io quella “che faceva finire bene i sogni” come diceva la mia amica Yasmine?
Tanto valeva farmi strappare via dalla tempesta anch’io.
Non pensavo a nulla se non a rimanere abbarbicata come una cozza a due camere d’aria.
E il mare mi sbatteva su e giù, giù e su.
Quando la barca è sembrata spezzarsi sotto la spinta di onde mai viste – nemmeno in Sierra Leone, quando con il nonno andavo “a guardare il mare arrabbiato” – mi sono aggrappata alle camere d’aria.
Mio fratello era lontano, a poppa. Cercava di aiutare.
È a lui che avrei voluto aggrapparmi, come sempre.
Ma avevo solo loro.
Quelle camere d’aria sono diventate le mie uniche compagne, anche quando sono stata sbalzata in mare, come sparata da un cannone in un cartone animato.
Ore di lotta, o giorni?
Il tempo non è più lo stesso.
E intanto batto i denti così forte che mi fanno male.
Per non addormentarmi – so che sarebbe per me l’ultima volta – rincorro i miei ricordi con il nonno.
Dall’età di quattro anni lui è sempre venuto a prendermi al villaggio.
Partiva da Freetown nella capitale, dove vive.
Quando arrivava mi aspettava in cortile, in silenzio: non bussava, non chiamava.
Venivano in molti a onorarlo, a saluti e inchini lui rispondeva con un piccolo cenno del capo.
Sentivo che il nonno era importante: da noi tutti lo rispettavano.
Nessuno dei miei fratelli è andato a camminare con lui. Solo io.
Non so perché sia toccato proprio a me questo privilegio.
La mamma raccontava: “Sei nata il 26 aprile il giorno della festa delle lanterne.
Dopo otto mesi: molto prima del tempo. Tuo nonno doveva partire il giorno dopo. Quella notte era con noi. È stato lui a prenderti in braccio la prima volta.
Ti ha sollevato verso l’alto, ti ha guardato a lungo in silenzio, poi ha esclamato:
“Hawa è una bambina speciale!”
Nessuno ha osato proporre un altro nome.
Il nonno è il capo e poi ha detto che profumavo di vita.
Vita: questo significa il mio nome.
Per questo mi davo una certa importanza!
Gli prendevo la mano, cercando di tenere il ritmo del suo passo lento e regolare. Passando tra due ali di gente venute a salutarlo, io, come lui, non guardavo in faccia nessuno.
Camminavamo a lungo, lui conosceva ogni pietra, ogni albero della nostra terra.
A volte ci fermavamo a guardare il mare, che con lui avevo imparato a amare e a temere, altre ci addentravamo nei sentieri della foresta da dove, dopo lungo cammino, si raggiungeva un’ampia radura da cui la vista si apriva sui monti Loma.
Con il nonno tutto diventava magico e amico: la terra, gli alberi, il mare, le montagne, le nuvole…
“Hawa, il creato è amore: c’è un Dio in ogni cosa che ci circonda e in ognuno degli esseri viventi: tutto ha un’anima che devi imparare a rispettare.
Solo così gli antenati, che hanno accudito e tramandato fino a te tutto il creato, saranno felici e ti aiuteranno nei momenti difficili della vita.
Sai, loro, anche quando cacciavano e ammazzavano un animale, poi gli chiedevano perdono e lo onoravano con i riti della morte.
Tu non sarai mai sola anche se ti sembrerà di essere sopraffatta dalla paura o dalla disperazione, con te ci saranno sempre loro: gli antenati!”
Così diceva il nonno camminando con me.
“Balle” tuonava mio padre quando io, tornata a casa, ripetevo eccitata i suoi insegnamenti: “Superstizioni ignoranti, non devi starlo a sentire quel vecchio.”
A casa smisi di parlarne, ma continuai a chiedere al nonno di raccontarmi le storie degli antenati e delle esaltanti avventure che avevano vissuto.
Tra tutti il mio preferito era Zikimo che vuol dire grande, quello più antico, strappato alla Sierra per diventare schiavo in America. A lui il padre aveva dato anche un nome segreto che nessuno poteva pronunciare.
Dopo quelle passeggiate, prendevo a disegnare: paesaggi, alberi, animali grandi e piccoli. Per non dimenticare.
Prima di partire ho sfogliato quei disegni: erano settanta, da quando avevo quattro anni fino agli undici. Ho rilegati i più belli con una corda e tante perline.
Ne ricordo alcuni insieme ai titoli che avevo dato loro:
Stormo oscuro- Unicorno appuntito- Onde strane- Il tip tap degli uccelli- I doni della morte- Dove vai? – Il vuoto.
Il vuoto: come colmare questo vuoto assoluto che mi circonda?
Ma a un tratto sono strappata ai miei ricordi: non mi sono accorta che il mare ha iniziato a incresparsi e poi, in un attimo, dalla lavagna del cielo, sono state cancellate tutte le stelle, quelle magnifiche stelle che poco fa avrebbero reso più dolce il mio morire.
Ora dovrei di nuovo lottare, furiosamente. Ma non riesco più a restare fuori dall’acqua, le onde a tratti mi sommergono di nuovo e poi di nuovo.
Ho freddo.
La disperazione mi si appiccica addosso, non so più chiamare nessun Dio ad aiutarmi! Non Gesù, non la Madonna, nemmeno Allah, il dio di quasi tutti i miei compagni di scuola.
Mi hanno abbandonato tutti, anche gli antenati.
Mi arrabbio, alzo il pugno verso il cielo buio e, mentre il vento mi frusta il viso, grido: “Maledetto, maledetto” e a te mare grido:
“Non ti amo più.”
È solo un attimo: mi sembra di sentire un lieve ronzio, che scompare sovrastato dal boato dei tuoni, dagli urli del mare.
Aspetta, cosa? No, il ronzio l’ho sentito di nuovo e si avvicina.
“Aiuto! Aiuto!“
Sono qui, sono viva, ci sono, non mi lasciate, non potete lasciarmi.”
Il suono della mia voce rauca e irriconoscibile si perde nella notte, ma mi dona una forza nuova, sconosciuta.
Faccio un respiro profondissimo e grido. La voce si rompe ma grido ancora, anche i singhiozzi sono potenti, più di ogni altro rumore intorno a me.
Quando tutto sarà finito mi domanderò se, insieme agli antenati, siano venuti a gridare con me, tutti quelli che hanno perso la vita in questo mare.
Loro mi volevano salva.
“Io sono Hawa. Io sono viva.”
Quando il ronzio tace piombo nuovamente nella mia orrida solitudine e adesso, non è per richiamarli che grido, ma grido al cielo il mio dolore:
“Voglio diventare grande.
Mangiare un gelato.
Correre.
Giocare a pallone.
Voglio innamorarmi.
Zitta, cosa? Che dicono?”
“Stiamo arrivando” gridano.
Urlo più forte, urlo senza parole, le ho perse tutte, sparpagliate nel mare insieme a mio fratello, ai compagni di viaggio. Sparpagliati tutti, chissà dove.
La barca a vela più-bella-del-mondo è laggiù.
Un gommone è sempre più vicino.
Due braccia, ecco, il loro calore mi avvolge: è vita.
Mi sembra di perdere conoscenza, a tratti, proprio come quando, al cinema del villaggio, la proiezione del film si interrompeva per pochi attimi per poi riprendere a funzionare.
Qualcuno mi issa a bordo.
E tutte le parole che voglio dire, i grazie che vorrei gridare mentre leggo la commozione negli occhi di chi è intorno a me, mi premono, mi strozzano, mi lasciano…
E infine, ma giuro non sono io a parlare, è lui: il mio corpo.
Dico solo:
“Voglio dormire.”
![]()
racconto toccante e coinvolgente. prosa molto fluida e naturale.