Premio Racconti nella Rete 2026 “Corsi e concorsi” di Mirco Severini
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Niente. Non c’è il minimo dubbio. Ho controllato e ricontrollato l’elenco di quelli che ce l’hanno fatta e lì in mezzo, proprio lì dove dovevo stare io, tra Se-isalti e S-isalvi, non c’è nulla. Neanche una riga vuota, per dire. Li ho contati e ricontati: sono venticinque esatti proprio come c’è scritto che debbano essere. Non manca niente, non è un refuso. Sono pure tornato a guardarci dopo un’ora, per sicurezza, e non era cambiato nulla: Seisalti, Sisalvi. Nessuna svista. Allora sono passato dallo schermo del PC a quello del cellulare, hai visto mai. Macché. Tutto invariato, neanche una virgola di differenza. Avessi un tablet, controllerei anche su quello. Ma a che servirebbe, dai. A un certo punto uno deve pur farsene una ragione.
Mi hanno rifiutato, c’è poco da girarci intorno, poco da ricamarci sopra, poco da menare il can per l’aia, poco da ciurlare nel manico, poco da cercare il pelo nell’uovo, poco da spaccare il capello in quattro, poco da fare orecchie da mercante, il pesce in barile, il tonno in scatola, l’alice marinata, la lepre in salmì.
Perché mi hanno rifiutato? Cos’ho meno di quegli altri, io? Meno di quel Seisalti, meno di quel Sisalvi, eh? Forse che meritavo di farcela meno di loro? Forse che al confronto quello che ho mandato io era scadente?
Ah, ma sono proprio curioso di vederli, questi capolavori, queste sublimi opere d’ingegno e di squisita creatività che sono state preferite alla mia. Non aspetto altro che il momento in cui le divulgheranno, lo voglio vedere coi miei occhi cos’hanno di tanto speciale.
Mi hanno ri-fiu-ta-to! Ma si rendono conto, dico io, di cosa si sono persi? Potrei essere la rivelazione del secolo, del millennio, dell’intera Storia della Letteratura!
A insindacabile giudizio della giuria, dicono. Certo. Ma chi cazzo sono, poi, questi della giuria? Poeti, scrittori, giornalisti, critici, editor — dicono — eminenti personalità della cultura: Calabrone, Montatori, Pappafico, Predellini, Perla… ma chi li conosce! Vabe’ sì, hanno pubblicato qui, collaborano lì, hanno recensito di qua, hanno vinto di là… sono dell’ambiente, d’accordo, sono nel giro, non discuto. Tra loro si conosceranno pure tutti, si capisce: si scriveranno, si telefoneranno, si frequenteranno, si incontreranno ai ricevimenti, alle premiazioni, ai corsi di scrittura creativa, alle presentazioni in libreria, alle fiere del libro. Hanno l’aria di ammiccare a distanza l’un l’altro perfino dalle foto che hanno nella biografia, tanto sono intimi.
Ecco cos’è.
Sono fuori dal giro, io, fuori dall’ambiente. Scommetto che quegli altri, invece — i venticinque che ce l’hanno fatta, dico — quel Seisalti, quel Sisalvi, sono sempre tutti lì, loro: a ogni evento, a ogni presentazione, a ogni fiera. A fingere interesse per i consigli di quegli altri — quelli delle giurie, dico — a sciogliersi in adulazione, a scodinzolare, a sgomitare. Chiaro che poi li selezionano e ogni tanto gli danno pure qualche premio. Per levarseli di torno, se non altro. E a me che ai loro eventi non vado, che non pendo dalle loro labbra, che non elemosino le loro coccole, mi rifiutano. D’ufficio. Neanche li leggono i miei racconti, ci metto la mano sul fuoco! Guardano il nome, non gli dice niente e passano oltre, a quello successivo, e così via finché non ne trovano uno che gli suona familiare. Mi pare proprio di vederlo, che si sono fatti fare pure un timbro con su inciso “RIFIUTATO” per fare prima, così poi non si confondono e non rischiano di mettere in lista quelli che non conoscono. Semperini… mai sentito: RIFIUTATO. Eccola, la fine che fanno i miei racconti.
E allora cosa glieli mando a fare, se non c’è una sola possibilità che vengano selezionati (li leggessero almeno, dico io!). Cosa ci perdo tempo a fare proprio a scriverli, a un dato momento. A lambiccarmi il cervello per trovare uno spunto, una storia, una forma; a correggere rileggere cancellare riscrivere e tutto quel rimuginare su ogni singola parola. Ma vaffanculo, io ci rinuncio, manco me l’avesse ordinato il dottore! Se lo tengano pure il loro giro, se li tengano i loro eventi, i corsi di scrittura, le presentazioni, le fiere del cazzo. Tanto io non ci vado, ecco.
Non ci vado a prostrarmi, a prosternarmi, a prostendermi, a prostituirmi, a strisciargli ai piedi, a baciargli l’anello per sperare di veder comparire un giorno il mio nome tra i finalisti dei loro premi, tra gli autori delle loro antologie, sulla copertina delle loro pubblicazioni.
Resto dove sto, tra gli anonimi che non ce l’hanno fatta e non ce la faranno mai, tra gli invisibili che nessuno conosce, tra gli automaticamente rifiutati di cui nessuna Storia della Letteratura parla e parlerà mai. Basta con la chimera di una menzione, di un riconoscimento, di un premio, di una pubblicazione. Farò del rifiuto la mia bandiera, ecco cosa farò. D’ora in poi scriverò racconti col preciso intento che non possano essere accettati neanche se per sbaglio qualcuno li leggesse; racconti senza capo né coda, in una lingua che nessuno capisce, con vicende e personaggi inverosimili, contrari a tutte le regole della loro stupida scrittura creativa. Parteciperò ai concorsi per venire escluso, mi presenterò alle riviste per essere scartato, alle case editrici per collezionare rifiuti.
Ma sarà sotto mentite spoglie, stavolta. Non adottando uno pseudonimo, sia chiaro, proprio sotto falso nome. Arturo Semperini, uno dei tanti, uno che ha provato con tutte le proprie forze a farsi apprezzare, a farsi accettare, a emergere — da sconosciuto — con la sola forza della sua arte; un povero illuso che non poteva farcela e infatti non ce l’ha fatta; Arturo Semperini, per l’appunto, cessa per sempre di esistere. Prende il suo posto Celibe Paraiteomini il rifiutato, l’inesistente, l’invisibile, l’inselezionabile, l’impremiabile, l’impubblicabile. Il vendicatore di tutti gli esclusi, di tutti i rifiutati, dei mai premiati, mai menzionati, mai selezionati. Un eroe romantico che si immola levando al cielo il vessillo degli ultimi, un moderno Don Chisciotte che si scaglia impavido all’assalto dei giganti malvagi col risultato di schiantarsi contro impassibili mulini a vento.
Un cretino, ecco.
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Il racconto parte da un’idea interessante: rappresentare il meccanismo mentale di chi, dopo un rifiuto, trasforma frustrazione e delusione in sospetto, vittimismo e teorie più o meno complottistiche. Il progressivo accumulo di accuse e convinzioni sempre più esasperate mostra bene questa deriva psicologica. Tuttavia il tono rimane un po’ sospeso: il protagonista è abbastanza caricaturale da sfiorare la satira, ma il racconto mantiene un’impostazione piuttosto seria che rende meno chiaro se l’autore voglia prenderlo in giro o suscitare empatia. Una maggiore ironia e un tono più scanzonato avrebbero probabilmente reso più evidente il bersaglio della critica e dato maggiore forza all’insieme. L’impressione è quella di un testo con una buona intuizione di partenza, ma che avrebbe potuto osare di più nella direzione scelta.
Grazie per il commento, Roberto. Devo dire che la tua attenta analisi è ineccepibile. In effetti credo che il mio intento non fosse calcare la mano né in un senso né nell’altro, ma restare nell’ambiguità fino in fondo, seppure con una leggera prevalenza di umorismo e un pizzico di satira. Ma è possibilissimo che non mi sia riuscito di spostare l’equilibrio in maniera percettibile. Le tue osservazioni mi danno di che riflettere, è un contributo prezioso.