Premio Racconti nella Rete 2026 “Dialogo immaginario con Giovanni Maria Angioy” di Mario Tocci
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Incontro Giovanni Maria Angioy nel cimitero di Pere Lachais, ad est di Parigi.
Le sue spoglie mortali giacciono in questo luogo.
Egli continua, comunque, a operare sapientemente per il bene ed il progresso dell’Umanità.
Constata nei propri discorsi – non senza una punta di amarezza, che, però, giammai sfocia nel turbamento – la mancanza di attenzione dei propri connazionali, i quali in nessun tempo, finora, hanno invocato la restituzione del corpo.
Ed è a tal proposito che inizio a domandargli, grato per l’attenzione che ha inteso riservarmi, quanto sia compatibile con la professione di valori universali il concetto di cittadinanza.
La cittadinanza è infatti – per come il giurisperito Angioy ben sa – la condizione giuridica di appartenenza di un individuo ad uno Stato, configurandosi pertanto quale prodromo della titolarità di diritti ed obblighi di costui rispetto al medesimo.
Mi risponde in modo emblematico: la cittadinanza non deve servire a precludere ad alcuno, a condizione che ne sussista l’effettivo bisogno, la fruizione di diritti universali. Affrettandosi a soggiungere che la potestà di governare il territorio di stanziamento, che non necessariamente coincide con quello di origine, appartiene esclusivamente ai cittadini; concludendo col dire che tanto soddisfa il diritto di autodeterminazione dei popoli e col teorizzare che la cittadinanza deve restare il parametro di riferimento del diritto di autodeterminazione di ciascun popolo.
«Fui per questo» – afferma compiaciuto e soddisfatto – «un convinto indipendentista e autonomista».
E proprio in siffatto passaggio che mi persuado del fatto che la cittadinanza non sia affatto antitetica rispetto al riconoscimento di diritti universali.
Anzi, mi soccorre il compulsato ricordo del pensiero di Ernesto Nathan, che reputava che tutti i popoli dovessero armonizzarsi ordinatamente per convergere nel fine ultimo della realizzazione dei “vagheggiati Stati Uniti d’Europa”.
Ma il mio illuminato interlocutore è un fiume in piena, non consente alla mia mente di indugiare.
«Tutti gli uomini» – afferma in modo perentorio – «sono uguali senza distinzioni di alcun genere».
Ciò, a ben considerare, connota il fondamentale principio dell’eguaglianza.
«Ebbi ad applicare la regola sottesa a questa affermazione» – soggiunge autorevolmente – «allorché interpretai il mio ruolo di alternos, ossia di funzionario della Corona piemontese con poteri pari a quelli del vicerè Filippo Vivalda, non già per ristabilire un ordine eterodeterminato, ma per cercare di monitorare i bisogni degli abitanti dei villaggi sardi. Rifiutai il ruolo di mero gabelliere e mi schierai al fianco degli oppressi. Ero cosciente del fatto che questa scelta avrebbe determinato la mia destituzione dall’organizzazione amministrativa del Regno, ma scelsi la libertà!»
Vieppiù la libertà, penso tra me e me!
Giommaria se ne avvede e impartisce un insegnamento davvero prezioso.
«È vera libertà» – domanda retoricamente – «quella di chi, pur con la più ampia discrezionalità e col più esteso potere, ponga in essere condotte fortemente stridenti con la propria morale? È forse libero l’oppressore che vessi, pur nell’esercizio di una propria legittima facoltà, un individuo debole e indifeso?»
La risposta non tarda ad arrivare.
«Non potrà mai esistere libertà in un comportamento contrario al rispetto dei propri dettami morali! Il terreno della morale va coltivato in modo diuturno. Non ogni patata vi cresce, sebbene il tubero sia pressoché dovunque assai adattivo».
E, allora, medito sul fatto che è veramente libero soltanto l’individuo capace di optare per il comportamento che senta di dover ossequiare in quanto allineato con la propria morale. Maturando il convincimento che soltanto l’uomo libero sia meritevole della dignità, ossia della rispettabilità, al tempo stesso presupposto ed effetto dei doveri che ciascun individuo ha verso sé stesso.
Il mio interlocutore sussurra che il dignus assolve ai doveri di stima verso sé stesso e di estimazione da parte degli altri; ma se ciò è vero, come è vero, costui riesce anche ad assicurare l’armonico funzionamento dello spazio che lo circonda, melius del cosmo. E incalza rammentandomi che deve tendere alla morale, ossia a quella legge naturale (cioè non posta da alcuno, ma insita in ognuno a mo’ di imperativo categorico delineato da Immanuel Kant) universale ed eterna che guida ciascun uomo intelligente e libero, consentendo l’apprendimento dei doveri e l’uso ragionato dei diritti.
«La libertà non è un bene gratuito» – tuona poscia impetuoso l’Angioy – «ma si paga a caro prezzo. Io l’ho ottenuta a costo dell’ottimo impiego di cui godevo e delle cospicue ricchezze accumulate nel corso degli anni».
Mi chiedo, però, e gli chiedo, se abbia rimpianti.
Ma mi accorgo repentinamente che si tratta di una domanda dalla risposta scontata.
Perché la vera libertà è in ogni caso intrinseco appagamento del proprio Io.
Tant’è vero che l’alto magistrato di Bono – mi piace infatti ancora immaginarlo in tale veste – ammonisce severo di non aver avuto altro scopo di concorrere, per quanto dipendesse da lui, alla felicità della Patria, nel fervido auspicio di vederla liberata dalla tirannide oppressiva.
Risulta a questo punto per me doveroso rilevare l’affiorante ricordo di Vincenzo Sulis a proposito di Efisio Tola, trucidato per le letture mazziniane in cui di consueto si immergeva.
Giommaria parla sovente di Patria, evocando in me il concetto – dall’etimo evidentemente latino – di “Terra dei Padri”.
Tutti coloro i quali si sentono di appartenere ad una stessa Patria percepiscono invero un legame fraterno.
E dunque sorrido, pensando che l’Angioy incarnò l’ideale universale di fratellanza.
Torno poi sul legame tra diritto positivo e giustizia. Giovanni Maria Angioy era un magistrato, ma anche un insigne cattedratico. Tuttavia, egli scelse, e sul mio rilievo in tal senso me lo conferma, di far prevalere il diritto sostanziale basato sulla morale.
Un approccio superficiale al problema potrebbe erroneamente suggerire il ricorso all’individuazione del diritto naturale quale forma di diritto corrispondente al concetto di giustizia.
Ma il diritto di natura, o jus naturale, per come teorizzato nel XVII secolo d.C. da Thomas Hobbes nel Leviatano, consiste nella libertà dell’uomo di fare qualsiasi cosa ritenuta razionalmente idonea alla conservazione della propria vita.
Giommaria riflette e replica che la teoria hobbesiana, seppur esaltatrice della libertà del singolo, è quantunque dispregiativa del principio di fratellanza, laddove l’uomo identifica il proprio simile non già come tale, ma alla stregua di un potenziale ostacolo da rimuovere ai fini della propria sopravvivenza, in omaggio al triste – e purtroppo spesso verificantesi – assetto reale espresso già da altri filosofi (Erasmo da Rotterdam, Bacone, Owen) col brocardo latino homo homini lupus, ossia l’uomo è lupo per l’altro uomo.
Né tantomeno lo convincono i discorsi, che ho premura di rievocargli, di Gustav Radbruch, secondo cui la legge positiva non basata sull’eguaglianza deve essere disapplicata e sostituita da principi di giustizia sostanziale.
Il giurista tedesco ammette infatti l’applicazione sussidiaria della giustizia rispetto al diritto positivo, relegando la seconda in una posizione intollerabilmente ancillare nei confronti del primo.
Lo guardo, al termine di questo breve dialogo, con ammirazione. Perché credo sinceramente di essere al cospetto di un uomo in viaggio, ancora ispirato dal lume della ragione.
Ma scorgo nel suo sguardo un aspetto malinconico, confermato dalla confessione del proprio dispiacere per la morte da esule abbandonato in terra francese.
Così, prima di congedarmi, gli ricordo che un artista siciliano, Giuseppe Sciuti, si è ricordato di lui e ha dipinto, alla fine del diciannovesimo secolo, un grande quadro che lo raffigura trionfalmente circondato dai Sassaresi all’ingresso da Alternos nel capoluogo turritano ed è oggi conservato presso il Palazzo della Provincia di Sassari.
Vedo un lieve sorriso stamparsi sul suo volto e ne sono felice.
Soltanto adesso capisco che si è trattato di un dialogo immaginario, seppur consapevole della sua verosimiglianza.
E ne sono orgoglioso.
Anche perché comprendo che tutti i valori professati conducono alla pace. Di cui abbiamo e avremo, sempre, tanto bisogno.
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