Racconti nella Rete®

25° Premio letterario Racconti nella Rete 2025/2026 LuccAutori dal 3 al 18 ottobre 2026

Premio Racconti nella Rete 2026 “La primavera è vicina” di Delia Lanzillotta

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026

Le sue dita entrano ed escono dalla mia vagina, lasciando ogni volta al suo interno una compressa bianca. Una. Due. Tre. Quattro. Ne conto quattro, ma potrebbero essere anche di più (o di meno): mi sento come un tacchino nel giorno del Ringraziamento, ripiena contro il mio volere. Eppure sto lì, a gambe divaricate, sopra quel lettino bianco, e leggo tutto ciò che mi viene sotto gli occhi, pur di non pensare: la scritta nera Misoprostolo sul cartone bianco della medicina; guanti in lattice monouso; Clorexidina 2%.

Ben infarcita, indosso le mie mutande bianche, mi rivesto. Mi muovo a gambe strette, per la paura di perdere il ripieno. L’infermiera mi sorride.  Non si parla a chi sta perdendo un figlio, si sorride.

“Può accomodarsi nella stanza accanto, le chiamo suo marito”.

Le pareti sono azzurre, ma la luce al neon le scolorisce in un bianco che non ce l’ha fatta. Mi siedo su una poltrona, di fronte ad una di quelle foto di Anne Geddes, sui toni carta da zucchero: forse sarebbe stato un maschio. Arriva mio marito, il suo posto è designato: la sedia è già vicino alla mia poltrona. Segue il mio sguardo e si incanta con me, a contemplare quell’unico punto ceruleo in una parete che, in contrasto, è sempre più bianca: due ebeti che fissano un bambino, in foto.

“Come stai?”, mi chiede

Faccio spallucce, sto nel bianco del neon, o in quello delle pastiglie che ora si stanno sciogliendo nella mia fica. Mi stringe la mano, forse si aspetta che possa scoppiare a piangere. Mi accarezza la fronte, me la bacia, e sta lì, accanto, con gli occhi che scivolano tra il bambino immerso tra le ortensie, e il battiscopa coperto dalla polvere.

La sala si popola di altre coppie, il solito sorriso che ben si conviene, e poi a fissare muri, aspettando le due fatidiche ore.

Le altre mangiano, io non riesco. Le altre si alzano e riprendono a camminare, io non riesco. Le altre parlano, io non riesco. Man mano che i minuti passano, il mio corpo pare assorbire i dolori dal pavimento. La pianta dei piedi è gelida, le gambe sembrano volersi staccare dal corpo, una morsa mi attaglia l’utero. Tossisco, ed è un disastro. Sembra che tutti gli organi si stiano scollando da me. Con una mano trattengo la pancia, quasi nella paura di vedere tutte le mie budella fuori dal mio corpo. Lui rinviene:

“Stanno tutte bene, perchè tu no?”

È proprio una domanda da maschio, ma da maschio preoccupato.

“Ora passa.”

Punto le dita dei piedi al pavimento e chiudo gli occhi. Immagino il mondo lì fuori, sento le ambulanze e i clacson. Tutto il mondo sta male come me, con me. Regolo il respiro. E penso alla sensazione del gelato sugli incisivi, quando da piccola, preda della golosità, mi affannavo a mangiare il gelato la domenica pomeriggio al mare, da Barbarossa: la primavera era vicina. Il mio mondo lì fuori, mi sta pensando. Forse ho trovato una posizione che mi da sollievo, anche se sembro seduta su un cesso.

Quell’improbabile circolo di coppie viene alterato dall’arrivo di una ragazzina. Spavalda, capelli lunghi scuri, Converse nere ai piedi e una giacca di jeans. Si stravacca nella poltrona accanto alla mia, quella più vicina al muro e allunga la testa nel cellulare. Il tempo passa, non viene raggiunta da nessuno:

“Potete stare tranquilli, non arriverà nessuno: sola sono arrivata, sola me ne andrò”, mette fine ad ogni dubbio.

Sembra tranquilla, eppure quando spia fuori dalla finestra sembra cercare qualcuno con lo sguardo insistente di una bambina. Un’infermiera viene a controllare come stiamo, liberando tutte, tranne me e la ragazza.

“Vuoi un antidolorifico?”

“Posso resistere.”

“E tu come stai?”

“Bene”.

Lo dice tra i denti, controllando il respiro. Riconosco in lei, il mio stesso dolore. Ci guardiamo. All’immagine spavalda si sostituiscono gli occhioni di una bambina, rossi e disperati.

“Non pensavo facesse così male.”

“Passa, piano piano.”

Ad ogni contrazione che sente, si rannicchia su se stessa. Ne arriva una forte, si aggrappa al mio braccio. E in quel bianco, lei diventa il mio contrasto, la necessità, il dovere di esserci. Un dolore lancinante mi trafigge l’utero, ho bisogno di sdraiarmi, ma la ragazza inizia a piangere:

“Almeno tu, non mi lasciare.”

“Sto qui”, le accarezzo il viso dove sudore e lacrime si mischiano ai suoi capelli. Stringo il bracciolo della poltrona ed un ultimo pugno mi arriva dritto nel sesso: inizio a perdere sangue e, di nuovo, ritorno a respirare.

È impressionante la velocità con cui la sensazione di benessere invade il mio corpo. È finita, penso, mentre mio marito mi aiuta a mettere pezzi di carta sotto il sedere.

Non voglio lasciarla, mio marito lo ha capito, lo hanno capito tutti. Almeno a lei, non lasciatemela andar via. Rimaniamo io e lei, quando l’infermiera decide di farle una puntura di Toradol. Mi si butta in petto, e la stringo forte, mentre i suoi muscoli cedono all’antinfiammatorio. Quando torna mio marito con due merendine al cioccolato, stiamo meglio, pronte per andare via. Attraversiamo i corridoi bianchi, interrotti da porte di legno marrone, imbocchiamo la scala per evitare un corridoio tappezzato di fiocchi rosa e blu. Una volta fuori, Roma vive una delle sue migliori giornate, la primavera è vicina, eppure, quel bianco, ancora me lo sento addosso. Lei, invece, inizia a riprendere il verde dei platani, il rosso dei tetti in mattone, il candore del marmo, il nero delle ringhiere.

“Hai bisogno di qualcosa?”

“Sto bene così, grazie di tutto!”

Mi abbraccia, e se ne va. Sento la sua mano che sfiora la mia:  la seconda che lascio andare, oggi. Ma è mio marito, che, al volo, mi stringe la mano. Non mi ha mai lasciata. Lei va via, nella sua smart, libera e consapevole, le auguriamo una buona vita, e tutti i colori del mondo.

Mi accorgo stranita che Roma ha continuato a vivere, le trattorie a banchettare, il traffico a strozzare ogni via. Fuori la vita era andata avanti: solo in me si era fermata. Faccio qualche passo, ci soffermiamo, incantati, daun artista di strada circondato da urla di meraviglia e applausi.

Da quella folla si stacca un bambino, riccio e moro, in salopette marrone. E lo vediamo allontanarsi dall’isola Tiberina, lungo il Ponte Fabricio a coste bianche, con un palloncino rosso, trotterellando, in un sorriso che scopre solo due dentini.

Ci stringiamo più forte la mano. Tutti i colori di Roma sono in quel palloncino rosso. Respiro l’odore del Tevere, e per oggi va già bene così. Per tutti gli altri colori, ci sarà tempo.

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9 commenti »

  1. Materia non facile da scrivere, e neanche da commentare. Ma il racconto è molto bello e coinvolgente, scritto in uno stile asciutto ma non arido, tutto fisico e descrittivo. Procedure riportate senza sconti letterari, gesti silenziosi di presenza e accudimento, sensazioni corporee senza alcun flusso di pensieri. Ricacciati indietro, rimandati a dopo, come i colori, ma affiorano e si intravedono. Brava davvero.

  2. Dirò una banalità, ma penso che solo una donna possa scrivere di questo argomento con tale empatica nettezza: dettagli concreti (semplici, nel senso non certo deteriore del termine) ed emozioni intensissime che si intrecciano e si sovrappongono tra loro, si avviluppano attorno alla protagonista, rendendo chi legge partecipe al punto di percepire dolore, solitudine, sorellanza (con la ragazza sola), speranza di futuro, come se vivesse in prima persona questa vicenda. Una scrittura che mi ha ricordato David Leavitt (non a caso un narratore con un profondo animo femminile), che io amo per la sua capacità di colpire diretto allo stomaco e poi rigirare il coltello lentamente nella ferita, portandoti inevitabilmente a provare lo stesso dolore dei personaggi dei suoi libri. Brava Delia!

  3. Mi è piaciuto molto! Mi ha colpito il modo in cui hai usato i colori lungo tutto il racconto…il bianco dell’ospedale, quasi soffocante, che pian piano lascia spazio ai colori di Roma e al palloncino rosso finale. Bello e toccante anche il contrasto tra il dolore della protagonista e il mondo fuori che invece continua a vivere.

  4. “Le sue dita entrano ed escono dalla mia vagina, lasciando ogni volta al suo interno una compressa bianca. Una. Due. Tre. Quattro. Ne conto quattro…”
    All’inizio, leggendo questo incipit così potente, ho pensato a una violenza. Poi ho capito di cosa si trattava. Questo ribaltamento narrativo mi ha catapultata esattamente dentro il tuo stato d’animo di quel momento. Scrivere una tematica così forte in modo secco, dettagliato e senza cercare la lacrima facile, fa sì che la ferita arrivi ancora più profonda. È una scena che resta dentro. Grazie per aver avuto il coraggio di scriverla così.

  5. Il racconto affronta un tema molto delicato con intensità e sensibilità, e riesce a costruire fin dalle prime righe una situazione che spiazza il lettore. L’inizio può quasi far pensare a un atto di violenza o a qualcosa di disturbante, ma gradualmente si entra in una realtà dolorosa e profondamente umana, che non ha nulla di cattivo o morboso. Alcuni momenti, soprattutto quelli legati al rapporto tra la protagonista e la ragazza sola, risultano particolarmente autentici e toccanti.

    Personalmente, però, pur avendolo trovato emotivamente forte, ho avvertito a tratti una lieve distanza. In alcuni passaggi ho avuto la sensazione che la ricerca dell’immagine evocativa o della frase ad effetto prevalesse un po’ sull’immediatezza dell’esperienza vissuta. Alcune immagini mi hanno colpito molto, ma non sempre sono riuscito a sentirmi completamente dentro la scena.

    Ho trovato inoltre straniante l’uso di alcuni termini molto diretti, come “fica”, perché interrompono bruscamente il tono generale del racconto. Probabilmente l’intenzione era quella di riportare il dolore a una dimensione fisica e concreta, ma personalmente ho percepito una rottura un po’ forzata del registro narrativo.

    Nel complesso il racconto mi ha colpito e mi ha toccato, ma più come qualcosa che sfiora profondamente che come qualcosa che riesce ad entrare fino in fondo. In ogni caso faccio i miei complimenti all’autrice per il coraggio nell’affrontare un tema così delicato e per la capacità di raccontarlo con sensibilità e partecipazione emotiva.

  6. Racconto ‘corporeo’ che affronta un tema non facile e ci riesce. Interessante l’inserimento di una co-protagonista, che contribuisce a spostare la descrizione di una vicenda così intima dal piano strettamente personale. Anche io ho trovato disturbanti alcuni passaggi, ma penso sia voluto. Quei termini crudi rendono la durezza del momento

  7. bella la durezza di questa narrazione: otiiene l’effetto voluto. lo stile ha reso perfettamente una situazione che vuol lasciare tutti i commenti al lettore. il racconto forse insiste un po’ troppo sulla fisicità. forse qualche passaggio più psicologico ci stava,.

  8. È un racconto duro, di quelli che affrontano un tema ancora troppo poco affrontato. In storie come queste non basta avere un utero per immedesimarsi davvero: è un dolore che va ben oltre quello fisico. Inimmaginabile.

    Gli occhi si sono riempiti di lacrime già dalle prime righe, eppure non ho sentito il desiderio di fermarmi. È sì un racconto doloroso, ma trasmette una forza che travolge e che spinge a guardare avanti, a cercare sempre nuovi colori anche quando tutto sembra immerso nel buio..

  9. Innegabilmente forte. Ma anche freddo, di quella lucida freddezza che solo i grandi dolori regalano.
    Ed è bello lo squarcio che si apre nel punto di incontro con il dolore altrui, uguale e contrario. Due forse che si attraggono e si respingono.
    Poi la vita dissolve l’attimo e torna la primavera.
    Ritrovarsi nelle vite degli altri è segno che ce le hanno raccontate bene. Bello!
    Stringente e tagliente.

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