Premio Racconti nella Rete 2026 “La primavera è vicina” di Delia Lanzillotta
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Le sue dita entrano ed escono dalla mia vagina, lasciando ogni volta al suo interno una compressa bianca. Una. Due. Tre. Quattro. Ne conto quattro, ma potrebbero essere anche di più (o di meno): mi sento come un tacchino nel giorno del Ringraziamento, ripiena contro il mio volere. Eppure sto lì, a gambe divaricate, sopra quel lettino bianco, e leggo tutto ciò che mi viene sotto gli occhi, pur di non pensare: la scritta nera Misoprostolo sul cartone bianco della medicina; guanti in lattice monouso; Clorexidina 2%.
Ben infarcita, indosso le mie mutande bianche, mi rivesto. Mi muovo a gambe strette, per la paura di perdere il ripieno. L’infermiera mi sorride. Non si parla a chi sta perdendo un figlio, si sorride.
“Può accomodarsi nella stanza accanto, le chiamo suo marito”.
Le pareti sono azzurre, ma la luce al neon le scolorisce in un bianco che non ce l’ha fatta. Mi siedo su una poltrona, di fronte ad una di quelle foto di Anne Geddes, sui toni carta da zucchero: forse sarebbe stato un maschio. Arriva mio marito, il suo posto è designato: la sedia è già vicino alla mia poltrona. Segue il mio sguardo e si incanta con me, a contemplare quell’unico punto ceruleo in una parete che, in contrasto, è sempre più bianca: due ebeti che fissano un bambino, in foto.
“Come stai?”, mi chiede
Faccio spallucce, sto nel bianco del neon, o in quello delle pastiglie che ora si stanno sciogliendo nella mia fica. Mi stringe la mano, forse si aspetta che possa scoppiare a piangere. Mi accarezza la fronte, me la bacia, e sta lì, accanto, con gli occhi che scivolano tra il bambino immerso tra le ortensie, e il battiscopa coperto dalla polvere.
La sala si popola di altre coppie, il solito sorriso che ben si conviene, e poi a fissare muri, aspettando le due fatidiche ore.
Le altre mangiano, io non riesco. Le altre si alzano e riprendono a camminare, io non riesco. Le altre parlano, io non riesco. Man mano che i minuti passano, il mio corpo pare assorbire i dolori dal pavimento. La pianta dei piedi è gelida, le gambe sembrano volersi staccare dal corpo, una morsa mi attaglia l’utero. Tossisco, ed è un disastro. Sembra che tutti gli organi si stiano scollando da me. Con una mano trattengo la pancia, quasi nella paura di vedere tutte le mie budella fuori dal mio corpo. Lui rinviene:
“Stanno tutte bene, perchè tu no?”
È proprio una domanda da maschio, ma da maschio preoccupato.
“Ora passa.”
Punto le dita dei piedi al pavimento e chiudo gli occhi. Immagino il mondo lì fuori, sento le ambulanze e i clacson. Tutto il mondo sta male come me, con me. Regolo il respiro. E penso alla sensazione del gelato sugli incisivi, quando da piccola, preda della golosità, mi affannavo a mangiare il gelato la domenica pomeriggio al mare, da Barbarossa: la primavera era vicina. Il mio mondo lì fuori, mi sta pensando. Forse ho trovato una posizione che mi da sollievo, anche se sembro seduta su un cesso.
Quell’improbabile circolo di coppie viene alterato dall’arrivo di una ragazzina. Spavalda, capelli lunghi scuri, Converse nere ai piedi e una giacca di jeans. Si stravacca nella poltrona accanto alla mia, quella più vicina al muro e allunga la testa nel cellulare. Il tempo passa, non viene raggiunta da nessuno:
“Potete stare tranquilli, non arriverà nessuno: sola sono arrivata, sola me ne andrò”, mette fine ad ogni dubbio.
Sembra tranquilla, eppure quando spia fuori dalla finestra sembra cercare qualcuno con lo sguardo insistente di una bambina. Un’infermiera viene a controllare come stiamo, liberando tutte, tranne me e la ragazza.
“Vuoi un antidolorifico?”
“Posso resistere.”
“E tu come stai?”
“Bene”.
Lo dice tra i denti, controllando il respiro. Riconosco in lei, il mio stesso dolore. Ci guardiamo. All’immagine spavalda si sostituiscono gli occhioni di una bambina, rossi e disperati.
“Non pensavo facesse così male.”
“Passa, piano piano.”
Ad ogni contrazione che sente, si rannicchia su se stessa. Ne arriva una forte, si aggrappa al mio braccio. E in quel bianco, lei diventa il mio contrasto, la necessità, il dovere di esserci. Un dolore lancinante mi trafigge l’utero, ho bisogno di sdraiarmi, ma la ragazza inizia a piangere:
“Almeno tu, non mi lasciare.”
“Sto qui”, le accarezzo il viso dove sudore e lacrime si mischiano ai suoi capelli. Stringo il bracciolo della poltrona ed un ultimo pugno mi arriva dritto nel sesso: inizio a perdere sangue e, di nuovo, ritorno a respirare.
È impressionante la velocità con cui la sensazione di benessere invade il mio corpo. È finita, penso, mentre mio marito mi aiuta a mettere pezzi di carta sotto il sedere.
Non voglio lasciarla, mio marito lo ha capito, lo hanno capito tutti. Almeno a lei, non lasciatemela andar via. Rimaniamo io e lei, quando l’infermiera decide di farle una puntura di Toradol. Mi si butta in petto, e la stringo forte, mentre i suoi muscoli cedono all’antinfiammatorio. Quando torna mio marito con due merendine al cioccolato, stiamo meglio, pronte per andare via. Attraversiamo i corridoi bianchi, interrotti da porte di legno marrone, imbocchiamo la scala per evitare un corridoio tappezzato di fiocchi rosa e blu. Una volta fuori, Roma vive una delle sue migliori giornate, la primavera è vicina, eppure, quel bianco, ancora me lo sento addosso. Lei, invece, inizia a riprendere il verde dei platani, il rosso dei tetti in mattone, il candore del marmo, il nero delle ringhiere.
“Hai bisogno di qualcosa?”
“Sto bene così, grazie di tutto!”
Mi abbraccia, e se ne va. Sento la sua mano che sfiora la mia: la seconda che lascio andare, oggi. Ma è mio marito, che, al volo, mi stringe la mano. Non mi ha mai lasciata. Lei va via, nella sua smart, libera e consapevole, le auguriamo una buona vita, e tutti i colori del mondo.
Mi accorgo stranita che Roma ha continuato a vivere, le trattorie a banchettare, il traffico a strozzare ogni via. Fuori la vita era andata avanti: solo in me si era fermata. Faccio qualche passo, ci soffermiamo, incantati, daun artista di strada circondato da urla di meraviglia e applausi.
Da quella folla si stacca un bambino, riccio e moro, in salopette marrone. E lo vediamo allontanarsi dall’isola Tiberina, lungo il Ponte Fabricio a coste bianche, con un palloncino rosso, trotterellando, in un sorriso che scopre solo due dentini.
Ci stringiamo più forte la mano. Tutti i colori di Roma sono in quel palloncino rosso. Respiro l’odore del Tevere, e per oggi va già bene così. Per tutti gli altri colori, ci sarà tempo.
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Materia non facile da scrivere, e neanche da commentare. Ma il racconto è molto bello e coinvolgente, scritto in uno stile asciutto ma non arido, tutto fisico e descrittivo. Procedure riportate senza sconti letterari, gesti silenziosi di presenza e accudimento, sensazioni corporee senza alcun flusso di pensieri. Ricacciati indietro, rimandati a dopo, come i colori, ma affiorano e si intravedono. Brava davvero.