Premio Racconti nella Rete 2026 “Via Sennaia” di Giuliana Vercesi
Categoria: Premio Racconti nella Rete 2026Quando conobbi mio marito lavoravo come commessa nella cartoleria dei signori Caccia. Era un negozio piccolo, che sapeva di soffritto di cipolla perché ogni giorno cucinavo per me nel retro lo spezzatino con le patate. Sul bancone faceva mostra di sé una biondissima bambola con i capelli ricci, la boccuccia a cuore, l’abito da favola, azzurro e rosa, stile “Cenerentola al ballo”.
Il negozio si trovava in zona Maciachini, e precisamente in viale De Marchi, davanti alle scuole magistrali e medie. Un viale anonimo, con impiegati con la noia stampato sul viso, negozi frequentati da signore col cagnolino seguite da robuste ragazzotte dagli occhi neri e folte sopracciglia, contadine meridionali emigrate con la famiglia verso la “terra del benessere “, e diventate di punto in bianche servette disadattate. I Caccia erano stati clienti dei miei genitori, quando ancora questi lavoravano all’ingrosso. Avevano, allora, un magazzino molto fornito e del personale: una commessa e persino un fattorino. Questo nei primi tempi del cosiddetto boom economico.
Poi forse per ingenuità o per inesperienza o per tutte e due questi fattori i miei genitori avevano dovuto vendere per non fallire. Per fortuna erano tornare a lavorare nei rispettivi precedenti impieghi. I Caccia avevano ereditato da poco dei soldi da un parente e non avevano più tanto interesse per il negozio; quindi, io ci rimanevo quasi sempre da sola e, fra un cliente e l’altro potevo leggere tutti i libri che volevo, bastava che non li sciupassi. La “Mondadori” aveva stampato” i grandi classici della letteratura in edizione economica e la faccenda funzionava come in una biblioteca: si leggeva il libro, si poteva tenerlo e pagarlo, formarsi, insomma, una piccola libreria oppure restituirlo e prenderne un altro. Il primo libro che cercai di leggere fu “La montagna incantata” ma lo chiusi dopo poche pagine. Ero stata attirata dal titolo. Sempre fidandomi del titolo, lessi “Lolita”.
Questa volta arrivai fino in fondo, ma non capii niente o quasi.” Sei troppo giovane per leggere questi libri” disse mia madre che in genere leggeva fino a tarda notte, “Devi leggere qualcosa di più leggero. Per esempio, “Delitto e castigo”. Anche a te piacciono i gialli.” Da quel momento non smisi più di leggere D. che divenne il mio idolo, la mia fonte di ispirazione, “Il primo viaggio che farò sarà a San Pietroburgo “Passeggerò per via Sennaya e vedrò l ‘abbaino dell’assassino” pensavo. Il protagonista del romanzo, insomma, Raskolnikoff, era un ragazzo bellissimo del quale mi ero innamorata. Rodion aveva bellissimi occhi scuri…capelli castani…il volto delicato, ma poi, più di tutto, quel carattere deliziosamente complesso…complicato. Mi ripromisi di chiamare Rodion il mio primo figlio.
Lessi tutti i libri di D. Quello scrittore sapeva tutto sulla vita e sulla morte, sui problemi esistenziali dell’uomo, sulle passioni che lo tormentano sulla drammaticità di vizi irrinunciabili, e, naturalmente, sull’amore. S’intende che con Liala, Luciana Peverelli, Brunella Gasperini, avevo chiuso perché avevo compreso quale dovesse essere il mio argomento, quello dei miei futuri romanzi. La complessità. Sì ecco…la complessità, in tutte le sue forme.
In D. lessi per la prima volta la parola “anarchia”.
In quegli anni si parlava molto di anarchia perché era uscito un articolo sul Corriere che praticamente ricostruiva la vicenda di Sacco e Vanzetti e il loro dramma in America.
Da quando avevo deciso di seguire il movimento anarchico, la mia vita, o meglio i miei pensieri avevano preso una nuova piega. Per esempio, avevo capito che volevo studiare da maestra, o almeno da segretaria d’azienda.
A dire il vero quello delle magistrali era un vecchio sogno, che risaliva a quando avevo terminato le medie, ma allora ero necessaria nel negozio all’ingrosso: “E’ meglio lavorare in proprio” aveva detto mio padre. Poi aveva aggiunto che le insegnanti non fanno mai carriera “sono maestre e basta, per tutta la vita”. La mamma gli aveva dato ragione ma solo, mi assicurò, “per il momento”.
Da due anni lavoravo come commessa nel negozio dei Caccia che parlavano quasi solo il dialetto milanese. Lui aveva sempre il raffreddore, era basso e goffo, sembrava che il sedere gli arrivasse a terra perché il busto era lungo e le gambette corte. Poco più di un nanerottolo. La moglie si chiamava Teodolinda ed era una donna maestosa, bellissima, con occhi verdi, stupendi capelli ondulati, sempre raccolti in una crocchia sulla nuca.
Teodolinda aveva, nei miei confronti, più che un affetto, addirittura una specie di rispetto, considerava la mia mamma una persona eccezionale e mio padre un “signore di gran classe”. Un giorno aveva chiesto a mia madre il consiglio su un libro da leggere e la mamma le aveva consigliato “Il castello di Otranto” fra quelli in prestito alla Mondadori. Teodolinda aveva trovato quel libro bellissimo e lo citava sempre. La mamma gliene consigliò un altro, però Teodolinda affermò che non voleva leggere nuovi libri perché, diceva, nessuno sarebbe stato all’altezza del “Castello di Otranto”. “Non ho mai sentito una sciocchezza del genere – disse la mamma- Ci sono libri anche più interessanti di “IL castello di Otranto”
Mia madre non aveva capito che Teodolinda aveva rinunciato a leggere per non dispiacere al marito. Lui disapprovava il fatto che la moglie, “perdesse tempo” nella lettura. “Guarda che poi ti viene il mal di testa, ti si rovinano gli occhi” Le diceva in continuazione in tono seccato. Io credevo, all’inizio, che Teodolinda fosse innamorata del marito, ma poi, da tanti episodi, compresi che lei in realtà lo temeva. Lui, la derideva anche con parole pesanti, lei non reagiva, gli chiedeva scusa. Dissi alla mamma questo mio sospetto che, col passare del tempo e della confidenza diventava sempre più reale. Lei ci rimuginò un po’, poi mi spiegò che il caso di Teodolinda era l’emblema della condizione femminile. “Il fatto è che tante donne non hanno istruzione, non lavorano fuori casa, dipendono economicamente dal maschio di turno; padre, marito, o figlio che sia” Questo è il caso di Teodolinda, esempio perfetto. Un bel libro, tutto sommato, dal titolo “La tragica vita di Teodolinda”, scritta da suo marito”
Il Caccia, prese a venire più spesso in negozio, al pomeriggio e cominciò a tampinarmi e ad allungare le mani, a dire parolacce quando eravamo soli. Era una cosa insopportabile. Avvilente. Ecco cosa mi meritavo io, ragazza di diciotto anni, un’intellettuale che divorava D. e che sarebbe stata maestra. Una anarchica che leggeva Stirner e la riduzione con spiegazione del pensiero di Bakunin. Non lo dicevo a nessuno dei miei, del comportamento del principale non volevo creare problemi, però dovevo risolvermi a parlare al signor Caccia. Io non sopportavo situazioni ambigue, non sapevo sfuggire, tirare in lungo, sorridere, tenere a bada. Dovevo chiarire tutto e subito, convinta che una spiegazione franca avrebbe sistemato le cose. Perché il signor Caccia non perdeva l’occasione per cercare di mettermi le mani addosso? Perché diceva parolacce quando eravamo soli? Faceva così’ perché ero una sua dipendente, ma non ero sola al mondo. Tutto il pensiero anarchico, il movimento femminista erano con me. Così mi decisi a parlare chiaro “Signor Caccia – gli dissi con voce ferma- mi meraviglio di lei. Io non sono una sua proprietà, sono qui per lavorare. Ai lavoratori si deve rispetto” Lui mi guardò con aria meravigliatissima. Così m’impappinai e non sapevo più cosa dire.
Pensavo che il signor Caccia si sarebbe vergognato e avrebbe chiesto scusa; invece, assunse un fare furbetto come gli avessi raccontato una barzelletta, mi chiese cosa intendessi dire, sembrava cadere dalle nuvole.
“Proprietà…ma chi ti tocca…ma cosa stai dicendo? Se vuoi un aumento di stipendio dillo chiaro. Parlane con mia moglie…Ma guarda te…
Il signor Caccia per un po’ mi stette alla larga, non mi parlava, faceva l’offeso, ma dopo un po’ riprese con gesti e allusioni. “Fanno sempre così gli uomini mi spiegò la Dina una bella ragazza con la quale avevo fatto amicizia. Lei lavorava come manicure nel negozio di parrucchiere da uomo, accanto alla cartoleria. La Dina prese l’abitudine di venirmi a prendere alla chiusura del negozio per andare al bar vicino a bere un chinotto e fare due chiacchiere. Aveva venticinque anni, era alta e bella, veniva da Vicenza e viveva con la sorella e suo marito a Milano in un appartamentino dalle parti di Lambrate. Ci affezionammo. La Dina mi raccontava le sue vicende di sesso e amore, senza vergognarsi perché così’ era la sua educazione, la sua indole.
Lei parlava di “quelle cose’’ con indifferenza. Diceva che le piaceva fare all’amore come avrebbe detto che le piaceva la Coca Cola. Un giorno mi confidò, con una certa enfasi che si era innamorata di un cliente del parrucchiere, un bel moro toscano che aveva un grande negozio di alimentari vicino a corso Italia. È ricco, pensa che ha la Millecento – disse- e adesso sta per comprare una Giulietta – aggiunse- tutta giuliva. Si chiama Alberto e ha 28 anni. È innamoratissimo di me, magari mi sistemo. Non dico che mi sposerà, ha una famiglia molto rigida, almeno così mi ha detto, ma insomma…sai, potrei andare a vivere con lui a Lambrate, dove ha un appartamento …Poi Dina mi presentò Alberto che si innamorò di me. Anche a me piaceva ma non volevo in nessun modo fare la parte di chi ruba il ragazzo all’amica per cui me ne stavo sulle mie, Dina un giorno venne a dirmi in negozio che fra lei e Alberto tutto era finito “Guarda cosa mi ha regalato – disse- Mi fece vedere una borsetta con la cerniera. Fu l’ultima volta che la vidi. Il suo principale, il parrucchiere, mi disse che ora lavorava in centro, “E’ passata di grado, disse. Ora fa l’estetista” Alberto cominciò a corteggiarmi e la sera mi accompagnava a casa con la Millecento, alla domenica andavamo sempre al cinema o al laghetto Malaspina, con la Giulietta. Parlavamo moltissimo, lui mi raccontava di che brutto carattere avesse sua madre, io che un giorno avrei ottenuto il diploma di segretaria d’azienda. A lui, però, non piaceva che lavorassi in quel negozio di cartoleria. Così andai a far pratica come cassiera nel negozio di alimentari. Ci sposammo l’anno seguente. La mamma di Alberto mi ha insegnato a lavorare a maglia, così, nel tempo libero, sferruzzo scarpine per il bambino che nascerà in aprile e si chiamerà Giuseppe, come il padre di Alberto.
![]()
Molto bella l’ambientazione ed il carattere dei personaggi.
Il racconto restituisce una viva immagine della vita della ragazza protagonista, del suo mondo, però non sembra concludersi. È più un inizio.
iO VOLEVO ESPRIMERE LA FINE DI TUTTO, CON QUEL MATRIMONIO DOVE LE RAGAZZA NON PARLA PIù DI ANARCHIA, FEMMINISMO, EMANCIPAZIONE.. CRESCE VICINO ALLA SUOCERA , ALLA CASSA , IN QUEL NEGOZIETTO SODDISFATTA DI IMPARARE A LAVORARE ALL’UNCINETTO, nON PARLA PIù DI DIVENTARE MAESTRA, DI ISTRUIRSI DI ESSERE INDIPENDENTE. iL MARITO è QYUANTO DI PIù NORMALE POSSA ESISTERE NEGLI ANNI SESSANTA: LA RAGAZZA GLI PIACE ( dINA ) MA LA LIQUIDA CON UNA BORSETTA , lUI VUOLE LA RAGAZZA “CASTA E PUTA ” COME USAVA NEGLI ANNI SESSANTA. cIAO, SCRIVIMI SE VUOI, gIULIANA.
.
La storia porta il lettore un po’ alla volta ad un finale apparentemente positivo. In realtà, la donna in questione finisce in un “corridoio” diretto ad un unica “zona”, quella “d”ombra”, destinato purtroppo a tante donne. Fa riflettere. Da leggere assolutamente.